“Giusta la pista mafia-appalti”, ma va archiviata. Non ci sono elementi sufficienti per portarla avanti. Però è “giusta”. Ma se è “giusta” perché va archiviata? Ci scusino i lettori per l’articolazione ingenua di questa frase che sembra uno scioglilingua, ma dopo trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, dopo il più grande depistaggio della storia d’Italia, ci saremmo aspettati, in quelle seicento pagine, qualcosa in più e qualcosa in meno, dal Gip di Caltanissetta Santi Bologna in merito agli omicidi di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e degli agenti delle loro scorte. Qualcosa in più sul contesto politico e qualche parola in meno nei confronti di un grande ex magistrato come Roberto Scarpinato. Spieghiamo meglio.

Se le prove sulla pista “mafia e appalti” non sono state trovate il provvedimento è giusto, ma perché bollare come “depistanti” le parole che Scarpinato avrebbe proferito al collega Gioacchino Natoli alla vigilia dell’audizione di quest’ultimo in Commissione antimafia?

L’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Sopra: la strage di Capaci 

Il Gip dovrebbe sapere che le parole sono pietre e che le pietre possono essere usate politicamente per lapidare una persona, e che in quella Commissione c’è uno scontro violentissimo fra centrodestra e centrosinistra per le battaglie portate avanti dallo stesso Scarpinato sulla matrice politica di quegli eccidi: l’ex procuratore generale di Palermo mettendo insieme una serie di tasselli importanti, in un dossier di cinquantasette pagine, parla di un “contesto” nel quale il neofascismo sarebbe tutt’altro che estraneo a Capaci e a via D’Amelio, collegando – in un’unica strategia – le due stragi siciliane con Bologna, con piazza Fontana, con piazza della Loggia, col treno Italicus e con i delitti di uomini politici, di magistrati, di giornalisti avvenuti fra gli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Una bomba. Che potrebbe fare deflagrare un pezzo di sistema. Anche perché c’è una foto che ritrae la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo in atteggiamento confidenziale con Luigi Ciavardini, ex militante dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) condannato in via definitiva per la strage di Bologna. La Colosimo, per quella foto, ha chiesto scusa, ma è rimasta al suo posto, malgrado la richiesta di dimissioni avanzata dai familiari delle vittime della mafia, delle stragi e del terrorismo.

Del resto, diversi pentiti confermano di aver visto Stefano Delle Chiaie (vera mente occulta, secondo la magistratura, della strategia della tensione messa in atto nel dopoguerra) a Palermo nei giorni che precedettero l’attentato di Capaci. Ora, a meno di voler considerare inattendibili le parole dei collaboratori di giustizia, c’è un’ipotesi che può piacere o meno, ma che va approfondita. Quell’ipotesi, secondo un verbale trovato dall’avvocato Fabio Repici (legale di Salvatore Borsellino), era conosciuta da Paolo Borsellino. Il quale, prima di morire, aveva sollecitato la Procura di Caltanissetta, allora diretta da Gianni Tinebra, massone e massimo depistatore (lui sì!) delle indagini, di ascoltarlo. Non ne ebbe il tempo, perché fu ucciso prima.

Paolo Borsellino ad una fiaccolata per ricordare il collega Giovanni Falcone 

Oggi succede che diversi settori della destra stiano cercando addirittura di estromettere Scarpinato dalla Commissione antimafia ripetendo ossessivamente che l’unica pista possibile è quella su mafia e appalti su cui Falcone e Borsellino indagavano. Ipotesi niente affatto che peregrina. Ma non unica. Perché anche quella di Scarpinato merita il massimo rispetto. Chi lo dice che le due ipotesi non siano convergenti? Perché non arrivare a una sintesi cercando di capire chi aveva interesse – di quelle entità che spesso in Italia si intrecciano – ad eliminare i due magistrati?

Del resto che i “neri” fossero presenti a Capaci non lo dice solo Scarpinato, ma le sentenze. Prendiamo, ad esempio, Pietro Rampulla, artificiere di quella strage, boss di Mistretta ed appartenente al mondo dell’estremismo di destra, che negli anni Settanta prendeva a sventagliate di mitra la Casa dello studente di Messina “covo dei rossi”. O Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto, indicato dai giudici come il soggetto che dal suo paese si fa cinquecento chilometri (fra andata e ritorno) nascosto su un camion adibito al trasporto dei cavalli per recapitare a Giovanni Brusca il telecomando – costruito a Barcellona – per fare a pezzi Falcone.

Gullotti non è un semplice capomafia. È un neofascista amico di Rampulla, che all’inizio degli anni Novanta viene candidato nelle liste comunali del Movimento sociale italiano (progenitore di Alleanza nazionale e di Fratelli d’Italia) al posto del giornalista Beppe Alfano (onesto neofascista negli anni giovanili, poi strenuo oppositore di Cosa nostra e grande conoscitore del mondo dell’estremismo nero).

Il boss di Barcellona Giuseppe Gullotti (a sinistra) ritenuto il mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano (a destra)

Poco tempo prima delle elezioni, Alfano si reca a Roma da Giorgio Almirante (ex decima Mas, allora segretario del Movimento sociale italiano) per denunciare che la mafia di Barcellona vuole mettere la mani sul partito dominato da colui che con Berlusconi leader della destra diventerà vice presidente del Senato: Domenico Nania.

Risposta di Almirante: “Sono costernato, ma non posso farci niente”. Tradotto in parole povere: a Barcellona c’è una forza più potente di me che decide. Alfano è espulso dal partito e in una grigia giornata di gennaio del 1993 viene trucidato con tre colpi di pistola calibro 22. Gullotti invece viene candidato.

Ma c’è un altro “però” che le indagini non hanno mai chiarito. Diversi mesi prima, Beppe si imbatte in una vecchia conoscenza, un personaggio che lo fa sobbalzare dal sedile della macchina nella quale si trova in compagnia della figlia Sonia: Rosario Pio Cattafi, avvocato barcellonese, patrimonio stimato di circa 7 milioni di Euro, da sempre estremista di destra ed assente da qualche decennio dal suo paese. Il suo curriculum – benché sconosciuto da molti – fa impallidire tutti i boss della storia messi insieme.

Wikipedia lo indica come anello di congiunzione fra Cosa nostra, politica, massoneria segreta e servizi segreti deviati. Anche lui in gioventù si distingue per il pestaggio dei “rossi” e per le scorribande col mitra assieme a Rampulla e a Gullotti. Da una ventina d’anni è residente al Nord, dove, secondo i magistrati, si è messo in grande: riciclatore dei soldi della mafia, trafficante di armi, sospettato (tesi archiviata) di essere fra i mandanti dell’omicidio del giudice Bruno Caccia, è considerato la vera eminenza grigia del clan Santapaola a Milano.

Rosario Pio Cattafi

“E questo che ci fa a Barcellona?”, dice sorpreso Beppe Alfano alla figlia? “Se è qui, un motivo deve esserci. Questo non si muove per niente”. E siamo a pochi mesi da Capaci. Per i magistrati, quel tipo non è lì per caso. Inizialmente viene indicato come uno dei mandanti occulti della strage assieme a Marcello Dell’Utri, poi la sua posizione viene archiviata. Nello stesso periodo – quando ormai Cattafi si è stabilito definitivamente nella sua città d’origine – il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, Candeloro Nania, cugino dell’ex vice presidente del Senato, gli manda quotidianamente l’autista del comune per tutti gli spostamenti in città. Nel 2021 la Corte d’Appello di Reggio Calabria lo condanna per associazione mafiosa. Nel 2023 la Cassazione conferma.

Questo per dire che la presenza della destra nelle stragi del ‘92-’93 non è affatto una discussione da bar. E’ una cosa seria confermata dalle sentenze. Scarpinato ha torto nel dire che bisogna indagare anche in quella direzione?

Tutte queste cose – e tanto altro – i magistrati di Caltanissetta le sanno. E però ci troviamo un procuratore della Repubblica, Salvatore De Luca, che in Commissione antimafia dichiara che la “pista  nera” vale “zero tagliato” (salvo ad essere smentito dal Gip, Graziella Luparello, e dalla Cassazione che respingono la richiesta di archiviazione dicendo che l’ipotesi va approfondita) e un altro Gip, Santi Bologna, che adesso, pur considerando valida la tesi della Procura, decide di archiviare.

Su questo non ci permettiamo di entrare nel merito: si tratta di un provvedimento emesso da un magistrato della Repubblica italiana che va rispettato. Quello che il magistrato, a nostro avviso, doveva risparmiarsi è il termine di “depistatore” (se si fossero utilizzati vocaboli più appropriati noin avremmo avuto nulla da dire) appioppato a un collega valoroso come Scarpinato. Ognuno può pensarla come crede, ma c’è un dato oggettivo che non può essere ignorato: una parola del genere fa “politica”.

E se fa “politica”, non si può essere inconsapevoli degli effetti deflagranti che essa provoca nel Palazzo. Scarpinato aggredito e costretto a difendersi. Un termine del genere è più dannoso della “politica” che a tutti i costi si vuol tenere fuori da questa storia.

Luciano Mirone