Si intitola Sospeso (editore Youcanprint 2026), ne ho cominciato la solo lettura ieri, eppure ammetto di esserne rimasto intrigato. E’ un libro di racconti ambientato in uno dei luoghi più incantevoli d’Italia, Mistretta, un paese in provincia di Messina, mille metri di altitudine, appollaiato sui monti Nebrodi, che, per la sua bellezza – l’ho scritto varie volte – dovrebbe essere inserito nell’elenco dei siti considerati Patrimonio dell’Umanità. In tanti anni di scritture e di letture ho imparato una cosa: se un libro non mi prende dalle prime pagine, lo lascio perdere. Sospeso mi ha rapito. E lo sto divorando. Il suo segreto? Il racconto genuino e ironico sulle storie e sui personaggi “minimi”, che mai leggerete in un libro “importante”. Storie e personaggi  di un paese che conserva ancora – probabilmente per l’atavica precarietà delle strade di comunicazione – la sua identità, la sua genuinità, la sua sicilianità, categorie dello spirito che in altri luoghi sono state “contaminate” dal cemento, dal consumismo e da un modernismo esasperato, che a Mistretta non hanno fatto lo stesso danno. Per questo il volume di Sebastiano Lo Iacono e di Enzo Seminara non è caratterizzato dalla “nostalgia” del passato (come avviene altrove dove certi valori si sono persi), ma è intriso della “bellezza” del presente. Avvolte dalle suggestioni della nebbia e della neve, e dall’ubriacante profumo degli alberi in primavera. Le stesse sensazioni che provi a vedere un film di Fellini, ma “al presente”. Ogni cosa viva, palpitante ed emozionante. Come queste pagine. Da leggere. E da conservare  gelosamente (luciano mirone)

Quelle che seguono le prefazioni degli autori del libro:

“Quando Enzo mi ha proposto di scrivere a quattro mani un suo racconto in fase di bozza, su cui aveva lavorato anche in forma di sceneggiatura per un film, ero scettico. Dubbioso. Successivamente ne sono rimasto quasi acciuffato per i capelli. I ricordi, le allusioni, i rimandi e le rimembranze di due ragazzi, cresciuti nella stessa strada (via Scalinata, nel quartiere di San Giovanni decollato di Mistretta), erano così numerosi e evidenti che non ho potuto far marcia indietro.

I nostri due papà erano stati entrambi falegnami e poi s’erano trasformati in commercianti. Avevano militato, con identica focosa passione, nello stesso partito (la Democrazia Cristiana di De Gasperi: quella con le mani pulite e gli ideali antifascisti e repubblicani che entrambi consideriamo ancora indiscutibili e non trattabili).

Le nostre due mamme, poi, casalinghe, figlie di genitori artigiani e contadini, che s’incontravano a casa della Za Tanuzza, ogni primo venerdì del mese per la recita del Rosario; che andavano a Messa insieme, ogni sera, in chiesa Madre; che si sentivano legate da un legame di parentela più stretto di quello di sangue, sono stati gli altri due motivi che mi hanno convinto a scrivere con Enzo lo stesso libro della nostra stessa origine.

Sebastiano lo Iacono. Sopra: paesaggio di Mistretta (foto Pro Loco Mistretta) 

Sua madre chiamava la mia Za Ggiusippìna. Non so perché. Forse l’aveva cresimata o battezzata. Ho poi captato i suggerimenti che Enzo mi andava trasmettendo, in attesa che, dopo il suo primo, a dir così, strato di scrittura, intervenissi io e successivamente ancora lui con una seconda ri-scrittura e revisione.

Un libro scritto così, come se fosse una torta, i cui strati possono essere dissimili ma non troppo, ha, comunque, un sapore uniforme: il sapore di una nostalgia e la speranza che Mistretta possa, in qualche modo, risorgere. Anche con i ricordi e con la storia di un ragazzo di paese che voleva diventare regista di cinema come Fellini.

L’impegno politico di Enzo in tal senso è una conferma di quella speranza fatta di memoria. Se la politica da sola non basta, allora ci vuole la forza della memoria. La chiamerei, paradossalmente, la «memoria del futuro».

Enzo riferisce che la prima stesura risale al periodo di un suo recente intervento chirurgico a Messina. Ci siamo messaggiati spesso, mentre il sottoscritto era Palermo per un intervento dello stesso tipo. Gli scrissi e chiesi, intuendo, la cosa, in lingua siculoitaliana: – Se sapessi dove sono! … Unni si’? – Anch’egli aveva intuito a distanza ch’eravamo nelle stesse mani di Dio e di un paio di chirurghi di due città diverse. Ci siamo sentiti così più vicini e più amici.

Ho diviso, un paio di anni fa, con lui l’impegno affinché Mistretta fosse proclamata “Capitale del Libro”. Mi onorò della sua fiducia. Arrivammo quasi al secondo posto, a livello nazionale, e fu una, come si dice, una vittoria mutilata.

Poi, negli anni scorsi più lontani, ai tempi delle battaglie del Movimento F251 per la difesa dell’ospedale e del tribunale ho condiviso con Enzo un altro momento di collaborazione. La cosa, a dir così, sta invece nel fatto, quasi viscerale, di essere nati e cresciuti nella stessa via Scalinata e di continuare a condividere i comuni ricordi di due mamme che ebbero lo stesso spirito di donne di casa, chiesa, campagna, consorti e madri individualmente diverse, ma antropologicamente identiche.

Essere nati nella stessa strada dello stesso quartiere di uno stesso paese, difatti, è come essere antropologicamente segnati da un destino comune. Incancellabile. Che, poi, alla fine, si tratti o meno di un racconto quasi autobiografico la cosa è naturale e ovvia. Con questo spirito abbiamo deciso di dedicare questo piccolo libro a mamma Giuseppina e a mamma Graziella.

Sebastiano Lo Iacono

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Durante la presentazione di un libro, dal titolo Terroir – Metafisica del territorio (e del vino), alla quale entrambi eravamo stati invitati, riconoscendo a Tatà un’ottima qualità e facilità di scrittura, sicuramente superiore alla mia (striminzita e burocratica), confessai di essermi dilettato, durante l’ultima pausa dovuta a un intervento chirurgico, a scrivere un brevissimo racconto che immaginavo come la sceneggiatura di un film.

Quella sera mi feci dare la sua e-mail e, non appena rientrato a casa, gli spedii il mio lavoro, che fino a quel momento nessuno aveva letto. La sua risposta, il giorno successivo, fu la seguente: «Scritto bene, non ho aggiunto più di tre virgole. Ad ogni modo, il tuo racconto è fresco e originale. Dobbiamo trovare un titolo efficace e iniziare la nostra collaborazione».

Il giorno dopo scrissi a Tatà di aver trovato un titolo efficace, Sospeso, motivando adeguatamente tale scelta. La risposta fu: «Prima finiamo di scrivere il racconto e poi cerchiamo un titolo adeguato».

Tranne che, la sera stessa, quando ci incontrammo lungo il Corso, mi disse che per lui il titolo andava benissimo.

Conosco Tatà da quando ero un pargolo, sia perché le nostre madri erano amiche sincere e discrete, sia perché abitavamo nella stessa strada. Il primo ricordo che ho del vecchio cinema Odeon è legato proprio a lui. Frequentavo le scuole elementari e il maestro Pipitò ci portò a vedere un’opera teatrale, in cui Tatà era uno dei protagonisti.

Enzo Seminara

Da piccolo frequentai anche la sua radio privata, ubicata nella sua abitazione con ingresso da via Vincenzo Salamone. Come ho già detto, riconosco a Tatà qualità intellettuali fuori dal comune. È talmente bravo a scrivere che a volte sembra prendersi gioco della scrittura stessa e del proprio sapere.

L’augurio che gli rivolgo è di continuare a scrivere, uscendo però dal guscio paesano: merita sicuramente palcoscenici degni del suo livello. Infine, lo ringrazio: lui, scrittore, per aver collaborato con me, che scrittore non sono.

Enzo Seminara