Nei giorni scorsi l’Amministrazione comunale di Catania presieduta dal sindaco di Fratelli d’Italia, Enrico Trantino, ha disposto lo sgombero e la demolizione della palestra Pietro Lupo (luogo di aggregazione di tanti giovani, nel quale, nel corso di alcuni decenni, si sono svolti concerti, mostre, dibattiti e tanti eventi culturali), da lui e dalla sua parte politica ritenuta “luogo di degrado”, come tutti – indiscriminatamente – i centri sociali d’Italia. Che la “palestra” fosse un po’ degradata come edificio forse è vero (per rigenerarla sarebbe bastata una ristrutturazione), che lo fosse culturalmente, artisticamente e spiritualmente abbiamo seri dubbi (su questo si sono espressi, molto meglio di noi, fior di intellettuali della città). La nuova area, libera dall'”intrusione” di un centro sociale, dovrà ospitare non una nuova struttura coperta adibita all’aggregazione, non un parco, ma nientemeno un parcheggio. Il tutto in pieno centro storico e a un passo dall’ottocentesco tempio della lirica come il Teatro Bellini. Sarebbe bastato un minimo di buon senso per dialogare con le associazioni e per trovare un punto d’incontro. Sarebbe bastata la buona amministrazione per incrementare le attività culturali e le presenze all’interno della Palestra Lupo, stabilendo un minimo di regole per gestire lo spazio interno ed esterno alla struttura. Invece niente. Uso della forza e della Polizia (che tristezza schierare la forza pubblica in tenuta anti sommossa, e che modo barbaro di governare, quando non di manganelli le nostre città hanno bisogno, ma di umanità).
Su questa ennesima prova “muscolare” di cui si rende protagonista un sindaco con una cultura ed una formazione che credevamo superate da tempo, proponiamo la riflessione di Adriana Laudani e di Antonio Fisichella dell’Associazione Memoria e Futuro di Catania.
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Il post del sindaco Trantino sullo sgombero di Piazza Lupo conferma, ancora una volta, un’idea di governo povera, arrogante e profondamente sbagliata. Così non si governa una città: si alimentano divisioni, si esasperano i conflitti, si sparge odio.
Rivendicare uno sgombero come un trofeo politico, usare il linguaggio della forza invece di quello dell’ascolto, ridurre un’esperienza sociale e collettiva a un problema di ordine pubblico: tutto questo non parla di cura della città, ma rivela una cultura autoritaria incapace di riconoscere i bisogni reali, le fragilità sociali, il valore delle relazioni e delle esperienze dal basso.
Una grande città non si amministra cancellando il dissenso, criminalizzando i giovani e piegando tutto alla propaganda di una legalità soltanto esibita. Si governa ascoltando, discutendo, cercando soluzioni, riconoscendo che esiste una domanda di spazi, di partecipazione, di socialità, di giustizia urbana.
Colpire Piazza Lupo significa colpire un’esperienza collettiva nata dentro l’abbandono delle istituzioni. E presentarlo come un successo politico non è forza: è debolezza. È l’incapacità di distinguere tra degrado e vita sociale, tra conflitto e nemico, tra governo e comando.
Non è neppure la prima volta che il sindaco sceglie parole sbagliate e pericolose. Lo aveva già fatto dopo la morte di Santo Re, quando davanti a una tragedia che avrebbe richiesto sobrietà, responsabilità e capacità di unire la città, scelse invece di alimentare paura e rancore, arrivando a sostenere che “certa gente deve meritare la nostra generosità” e che “se ne devono andare”. Parole gravissime, da cui tentò poi una goffa retromarcia solo dopo il salutare e necessario intervento dell’arcivescovo Renna. Ma oggi, con Piazza Lupo, Trantino ci ricasca.
La miccia accesa da Trantino trova oggi uno sbocco inquietante nel comunicato del cosiddetto comitato dei residenti di Corso Sicilia. Un testo che mette in scena un distillato di odio, risentimento e disumanizzazione. Parlare di “bubbone cancerogeno”, evocare la “bonifica”, festeggiare con bottiglie di spumante stappate per uno sgombero, accusare dei ragazzi di “metodi eversivi”, parlare di “oltraggio alle istituzioni” e arrivare perfino a chiedere il carcere significa oltrepassare un limite gravissimo.
Siamo davanti a un linguaggio violento e inaccettabile. Un linguaggio che trasforma un’esperienza collettiva in una presenza da estirpare, che confonde deliberatamente disagio sociale e nemico pubblico, che sostituisce il confronto con la punizione e il rancore con la politica.
Questo è il punto. Quando chi governa usa il linguaggio della forza, criminalizza il dissenso e presenta uno sgombero come una prova di autorità, finisce per legittimare il peggio. Accende una miccia che altri raccolgono e radicalizzano. E così il conflitto non viene affrontato, ma piegato a una narrazione tossica fatta di paura, ostilità e voglia di umiliazione. E’ l’ultimo esempio di una cultura e pratica politica della destra profondamente lontana dalla nostra costituzione che pone a fondamento della convivenza democratica solidarietà e sussidiarietà.
Per questo respingiamo con nettezza sia le parole del sindaco sia il comunicato del cosiddetto comitato dei residenti. Perché entrambi, con ruoli diversi ma dentro la stessa logica, contribuiscono ad avvelenare il clima pubblico e a rendere Catania più fragile, più ingiusta, più cattiva.
Nella foto: la Polizia davanti alla “Palestra Lupo” di Catania durante lo sgrombero
Associazione Memoria e Futuro
Adriana Laudani
Antonio Fisichella























Scrivete “Colpire Piazza Lupo significa colpire un’esperienza collettiva”, sì un’esperienza di sicura ILLEGALITÀ. Non si capisce perché certa gente, ossia i centri sociali, siano allergici alle leggi e preferiscano che i loro conti li paghino gli altri. Appartengo ad un gruppo di genitori con figli disabili, stiamo cercando un’immobile per promuovere aggregazione e attività di gruppo; MAI potremmo solo pensare di occupare abusivamente un immobile, anche se abbandonato. D’altra parte anche la Ggil Catania, sembra abbia occupato un immobile del comune con molto sbafo…..