Luciano Mirone, quando hai capito che era giunto il momento di raccontare questa tua “Gente di Sicilia” (Algra editore)?
“Da sempre. Contestando chi sostiene che esiste una Sicilia ‘solo’ mafiosa o chi ne dà un’immagine eccessivamente oleografica. Nel primo caso il rischio è di creare l’isola degli ‘eroi maledetti’ dediti alle stragi a agli omicidi eccellenti, nel secondo una ‘bolla’ che vaga, in cui il cannolo di ricotta, il vaso di basilico, il sole e il mare sono lo stereotipo prevalente. In entrambi i casi c’è un rischio: da un lato di creare il teorema Sicilia uguale mafia, dall’altro di fare una rimozione delle storture. Penso che l’approccio con la Sicilia debba essere onesto: dobbiamo avere il coraggio di raccontare spietatamente il male, ma dobbiamo anche raccontare il bene, quindi l’antimafia, quella vera, quella che in secoli di battaglie ha perso centinaia di militanti che hanno voluto cambiare questa terra, e poi la gente comune, così carica di inventiva e di idee”.
Quale filo collega questi volti, queste storie?
“Questo libro non è dedicato alle persone importanti, ma alle persone comuni. Che in un modo o nell’altro contribuiscono a fare la storia. Il filo che accomuna questa gente è innanzitutto la semplicità. Al centro dei fatti non c’è l’evento, ma le persone che lo raccontano. Una rivoluzione in un Paese dove le prime pagine sono riservate, quasi sempre, alle persone importanti, politici, banchieri e financo mafiosi. Una rivoluzione che cominciai a Trapani assieme a te, con un giornale, Lo Scarabeo, affinatasi col tempo attraverso il giornalismo di Giuseppe Fava e de I Siciliani con cui ho collaborato”.
Non a caso la copertina di questo libro ha un dipinto di Fava.
“Un’immagine enigmatica e per questo profonda: in primo piano due volti di Siciliani, un uomo vestito di nero con un cappello in mano, una donna con uno scialle (anch’esso nero) sulla testa; sullo sfondo una chiesa, davanti alla chiesa delle donne vestite di rosso, che secondo la mia interpretazione potrebbero essere delle prefiche, delle donne pagate per piangere il morto, come succedeva in Sicilia fino a qualche decennio fa, secondo un rito importato qualche millennio fa dall’antica Grecia. Potrebbe essere l’immagine triste di un funerale, ma potrebbe essere l’immagine buffa di una allegoria – questo me lo fa pensare il rosso degli indumenti di quelle donne sullo sfondo, che nei funerali, secondo le fonti storiche e antropologiche, in Sicilia indossavano rigorosamente il nero – cioè una rappresentazione ironica che il suo autore ha voluto dare della realtà. Insomma, l’Uno, Nessuno e Centomila di Pirandello o, per dirla sempre con Fava, la metafora tragicomica del mandante di un delitto politico che al funerale siede nella prima fila delle autorità. La verità è che ci troviamo in una terra antica e unica dove da sempre il bene e il male convivono”.

La copertina intera di “Gente di Sicilia” (Algra editore). Sopra: il dipinto di Giuseppe Fava
Lo Spasimo, gli Eretici e il Mito. Cosa c’è dentro ciascuna di queste categorie?
“Lo spasimo rappresenta il dolore che questa terra ha subito nel corso dei secoli, gli eretici coloro che si oppongono alle ingiustizie, il mito la storia della gente comune che racconta mille fantasticherie”.
Cominciamo con lo spasimo. Portella della Ginestra è la madre di tutti gli enigmi italiani. Tu hai incontrato gli ultimi sopravvissuti. Che testimonianza è la loro?
“Ho conosciuto tre sopravvissuti alla strage: due addirittura con le schegge delle bombe ancora conficcate nelle carni, testimonianze preziose di chi ha visto la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana, testimonianze toccanti di chi ha perso una madre, un padre o un fratello, testimonianze lucidissime sui mandanti e sugli esecutori di una strage voluta da quei poteri che volevano destabilizzare il sistema democratico appena nato e che ha preceduto piazza Fontana, piazza della Loggia, il treno Italicus, la stazione di Bologna, fino a Capaci e via D’Amelio. Ma anche testimonianze dolcissime su un’Italia contadina che non c’è più”.
Via D’Amelio è un altro anello di questa lunga catena.
“Pezzi importanti dello Stato che avrebbero dovuto indagare e che invece non solo non lo hanno fatto, ma hanno messo in scena in più grande depistaggio della storia d’Italia”.
E poi la storia di Giorgio e Antonino, gli ziti di Giarre: in principio la pista del suicidio, poi l’incredibile scoperta di un assassino bambino. Cosa hai scoperto?
“E’ una storia che si verifica all’inizio degli anni Ottanta, in una Sicilia piena di pregiudizi verso gli omosessuali. Siamo a Giarre, un paesino a pochi chilometri da Catania. Due ragazzini, Giorgio e Antonino, sono ziti, fidanzati. Un giorno vengono trovati morti in una campagna poco distante dal paese, ognuno con un foro di pistola alla testa. Gli inquirenti sono certi: si è trattato di un omicidio-suicidio, ma è così? Il libro cerca di svelare tanti retroscena”.
Su Cosimo Cristina hai scritto libri, piece teatrali e ora un film (sceneggiato e diretto da Rosario Petix).
“Cosimo Cristina è il primo giornalista italiano ucciso dalla mafia, un ragazzo di ventisette anni che nella Sicilia fra gli anni 50 e 60, quando pronunciare la parola mafia era una bestemmia, faceva delle bellissime indagini su Cosa nostra e sui suoi intrecci con la politica. Fu il primo giornalista a denunciare i segreti del traffico di droga. Una storia molto simile a quella di Peppino Impastato, ma verificatasi diciotto anni prima con gli stessi protagonisti e con una chiesa fortemente compromessa con i boss”.
Una strage dimenticata. La prima dei nazisti in Italia.
“Tutto succede prima di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, delle Fosse Ardeatine, prima di tante altre stragi naziste. Sedici morti, venti feriti, trecento prigionieri. È l’eccidio di Castiglione di Sicilia, un paesino di appena mille anime alle pendici dell’Etna, compiuto all’alba del 12 agosto 1943”.
E poi il sottosuolo sociale, San Berillo, i baraccati…
“C’è un sottosuolo nelle nostre città che nessuno vede ma che in certi posti è tangibile. A Catania, per esempio o a un passo dalla famosa Taormina o a Paternò o a Messina”.
Passiamo agli eretici. Il primo si chiama Mario Ravidà. La sua storia è tutta da raccontare e si intreccia con quella di Luigi Ilardo.
“Ravidà è un poliziotto che ha ricoperto incarichi investigativi molto importanti. Dopo trent’anni di servizio, se n’è andato dalla Polizia sbattendo la porta per avere assistito a una serie di ‘trattative’ prima e dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio: dai retroscena dell’omicidio ‘strategico’ di Luigi Ilardo alla mancata cattura di Provenzano, fino alla cattura di Santapaola e alla rimozione del colonnello Riccio dalla Dia”.
Salvatore Borsellino fratello di Paolo, è uno che non ha paura di fare i nomi quando si parla di depistaggi…
“Salvatore è un uomo mite, generoso e passionale. Quando si parla della strage che ha fatto a pezzi suo fratello Paolo, quando si parla dei depistaggi che ne sono seguiti, quando si parla del ruolo delle istituzioni deviate, la sua discrezione cede il posto all’indignazione che esprime con grande lucidità”.
Leoluca Orlando racconta Piersanti Mattarella.
“In questo libro la figura dell’ex sindaco di Palermo è importante perché racconta un altro eretico del nostro tempo: l’ex presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella (di cui Orlando, ancora giovanissimo, è stato consigliere giuridico) ucciso per lo stesso motivo per il quale poco prima avevano assassinato Aldo Moro”.
Accursio Miraglia, sindacalista leggendario di Sciacca ucciso dalla mafia nel 1947. Quale il movente e cosa resta oggi del suo sacrificio?
“E’ il primo sindacalista ucciso dalla mafia dopo la seconda guerra mondiale. Figura straordinaria perché Miraglia, al contrario di molti sindacalisti, era un uomo ricco, faceva l’industriale e dava lavoro a centinaia di persone, eppure era profondamente impegnato nella lotta contro ogni ingiustizia sociale stando dalla parte dei poveri”.
L’oscar degli eretici lo metti nelle mani di Antonio Mazzeo. Due i punti cardinali Comiso e Handala.
“Antonio è un altro personaggio incredibile che ho incontrato in questo viaggio nelle viscere della Sicilia migliore. Un pacifista come pochi che inizia le sue battaglie all’inizio degli anni 80 a Comiso contro l’installazione dei missili nucleari americani e che ritroviamo oggi a bordo dell’Handala Freedom Flotilla, una nave che ha fatto da “apripista” alla Global Sumud Flotilla (50 navi che hanno raccolto 500 attivisti di 44 Paesi, partite ad agosto), impegnata nella più grande missione umanitaria mai organizzata per la popolazione palestinese rifugiata nella Striscia di Gaza e massacrata dalle bombe dell’esercito israeliano”.
E poi Riccardo Orioles, uno dei “carusi” di Pippo Fava e del giornale I Siciliani.
“Orioles sta a Pippo Fava come Platone sta a Socrate, nel senso che da quando, il 5 gennaio 1984, il fondatore dei Siciliani è stato ucciso, lui ha cercato di continuare l’impegno del direttore andando nelle scuole, facendo dei nuovi giornali, parlando quasi ogni giorno a molti ragazzi attraverso internet”.
La storia di Ida Bonfiglio è una storia moderna così anche il suo coraggio. Con un processo di stalkeraggio social che per la prima volta ha visto vittima una persona comune.
“Una storia che mette in risalto la pericolosità dei Social se questi sono in mano a gente malvagia o mentalmente disturbata. Una storia che si verifica nella provincia più profonda della Sicilia, Calatabiano, dove per diversi anni ad essere prese di mira dallo stalcker del paese sono state molte donne”.
Renato Accorinti già sindaco di Messina, un ghandiano sullo Stretto.
“Sia per le sue battaglie contro il Ponte, sia per il suo incrollabile pacifismo che alcuni anni fa lo ha reso protagonista di una contestazione plateale nei confronti di Trump al teatro greco di Taormina in occasione del G7”.
E poi il settimanale satirico “Il Male” e il suo direttore Lillo Venezia finito in carcere per una serie di trasgressioni tratteggiate a penna o a matita. Quindi il mito: il cantastorie Busacca, il cuntastorie Pracanica, Vincenzo Consolo, Enzo Maiorca, Tuccio Musumeci, Pino Caruso, la casa del Postino di Salina, il salone delle palme di Johnny Stecchino, il pescatore nel paese della Garbo, Condorelli il “re” dei torroncini, lo scultore che va in trance quando lavora la pietra, il ciaramellaro, il contadino, il carrettiere, la festa di Trecastagni, il puparo Mangano, il viaggio col trenino della Circum, il Giro d’Italia e tanto altro. Cos’è il mito?
“Una parola che sa di antico e che contiene passione, gioia ed entusiasmo, anche pianto a volte. Un sinonimo di Sicilia, ma anche un modo di essere ‘altro” rispetto allo spasimo e agli eretici. Una categoria attuale che si rifà a un mondo antico, impasto delle tante civiltà che si sono succedute in una terra dai mille volti”.
Giacomo Pilati























Intervista molto bella ed esaustiva. Bravo Lucian0⁹j
Eccellente intervista