Su Facebook mi ha chiesto l’amicizia “Nardu Sardedda”, uno dei simboli della Trapani più genuina dell’inizio anni Ottanta, quella città che noi dello “Scarabeo” abbiamo cercato di rappresentare diversamente dai giornali importanti con il sindaco e l’assessore in prima pagina. Per noi la città vera era un’altra: la gente semplice, il personaggio della porta accanto, il pittore folle, il frequentatore di bettole, il venditore di acqua e zammù, Carmelo Monreale, Mazzabubù, Antonello, “u zu Tuzzu acqua frisca”, la signorina Tobia, “Bettu cunigghiu”, “u principe”, il “vigile eroe”.

Ogni mese le pagine di quel giornale ospitavano loro. E tutti (dal notaio al barbiere allo studente) alla scadenza dei trenta giorni, andavano in edicola: “E’ arrivato il nuovo numero dello Scarabeo?”. Nelle scuole, poi, c’era la corsa per acquistarlo. Dalle elementari all’ultimo anno delle superiori.

Ci perdonino i lettori che non conoscono l’argomento, ma è esistito davvero un giornale nel quale la “persona importante” non era quella del Palazzo, ma della strada. Un po’ Zola, un po’ Fellini, un po’ Rossellini, ma non lo sapevamo, eravamo troppo immersi nella vita, facevamo tutto d’istinto, avevamo vent’anni.

Tutto nacque in una sera d’inverno in pizzeria. Con Giacomo Pilati, Gino Lipari, Salvatore Mugno e Gaspare Maiorana: “Possibile che in questa città non ci sia un giornale che parli della gente comune?”. Il giornale lo disegnammo su un tovagliolo di carta. “Gli articoli non vanno estesi verticalmente, ma orizzontalmente. E soprattutto non dobbiamo farlo su carta bianca. E come, azzurro, viola, gialla? Gialla, esatto! E come deve chiamarsi? Il nome di un insetto, il calabrone, la zanzara, lo scarabeo. Sìììììì, lo scarabeo”. Stavamo facendo una cosa trasgressiva, la carta gialla avrebbe dato un tocco di neorealismo, ma non sapevamo neanche questo.

Ad inaugurare Lo Scarabeo fu “Nardu Sardedda”, dodici anni, occhi neri, pantaloni eternamente bisticciati con le scarpe, una via di mezzo fra “il monello” di Charlie Chaplin e “Sciuscià”. Era lui, ogni giorno, a tenere banco nelle strade del centro storico: correva, faceva acrobazie, saliva sui tetti delle auto, ci ballava sopra, sfidava i proprietari, scappava, rideva, qualche volta le prendeva.

Era un personaggio romantico, ingenuo, l’emblema di chi si ribella ai grandi e li seppellisce con una risata, l’anarchico che sfida il potere, lo sbeffeggia e con una capriola sparisce improvvisamente e ti lascia con un palmo di naso.

“Nardu Sardedda” all’inizio degli anni Ottanta su una moto posteggiata alla “loggia”, nel centro storico di Trapani. Sopra: un primo piano di Leonardo Dibella 

E allora gli proposi un’intervista. “Vogghiu ‘na pizza! Sennò un rilassu intervisti”. Andammo da Calvino, la pizzeria più caratteristica della città. Davanti a una “rianata” disse: “Mi chiamanu Sardedda pirchì na vota me patri vinnia sardi”, il mio nome è Leonardo Dibella. Mi parlò del suo migliore compagno di scuola, dei suoi genitori, di quando a Trapani venne a fare un concerto Pino Daniele e lui andò al ristorante con tutta la band che lo aveva scambiato per uno scugnizzo napoletano, della sua vita che si svolgeva in una delle stradine del centro storico. Diventammo amici. Il giornale uscì e si esaurì  nel giro di un paio d’ore. La città, per un giorno, si colorò di giallo. “Nardu Sardedda” era diventato un mito.

In quel periodo, per il Giornale di Sicilia – il quotidiano più seguito nella parte occidentale dell’Isola –, mi occupavo di calcio. Seguivo il Trapani in serie D. Una domenica allo stadio: Trapani-Canicattì. Una noia mortale, 0-0 dall’inizio alla fine. A un certo punto “Nardu Sardedda” scavalcò i cancelli e si piazzò nella pista di atletica leggera, sotto la tribuna. Partì il boato della folla, “Sardedda, Sardedda”. Lui si esaltò e improvvisò uno spettacolo fatto di piroette e capriole.

“Nardu Sardedda” allo stadio mentre capeggia il tifo della “torcida” granata

L’attenzione di migliaia di occhi, dal campo si era spostata a bordo campo. Una farsa. Mi feci contagiare dall’entusiasmo e feci una delle cose più folli della mia vita: invece di fare la cronaca della partita, nell’articolo parlai di lui. Il giorno dopo fu scandalo. “Ma chissu giornalista è?”.

All’epoca Trapani era sospesa tra il “prima” e il “dopo”. I fuochi del terrorismo erano lontani. In città nessun omicidio, nessuna rapina, nessun furto. I Minore avevano imposto la pax mafiosa. E la città – anch’essa inconsapevole  – viveva felice. Quando a prendere il sopravvento furono i Corleonesi fu mattanza. Prima uccisero Ciaccio Montalto, poi Giacomelli, poi Rostagno. I primi due magistrati, il terzo giornalista. Poi si scoprì che tutti i giochi del potere si facevano dentro la loggia massonica Scontrino, poi il traffico d’armi, poi la raffineria di eroina più grande d’Europa. Improvvisamente la città si accorse di aver perso la sua innocenza. Gli “eroi maledetti” avevano soppiantato Nardo.

Andai via da Trapani nel momento in cui si infrangeva quel bellissimo sogno. Ma ci tornavo sempre, forse con la speranza di riacchiapparlo. Qualche anno dopo Giacomo mi disse: “Ricordi Nardu Sardedda? Ormai è grande, si è messo la testa a posto, ha trovato un lavoro, veste elegante”.

Adesso, dopo tanti anni, Nardo mi chiede l’amicizia. Mi rituffo nel sogno. Per favore, non svegliatemi.

Luciano Mirone