In relazione alla nostra intervista con Marina De Michele (pubblicata ieri), direttrice del quotidiano online di Siracusa, la Civetta di Minerva, che con i suoi articoli ha fatto scoppiare lo scandalo del concorso dei Vigili urbani di Melilli (Siracusa), riceviamo una lettera di sedici pagine del vice segretario dello stesso Comune, Daniel Amato, ex comandante dei Vigili urbani del vicino Comune di Francofonte. Vista l’estesa mole di materiale inviato sia alla nostra redazione che a quella de la Civetta di Minerva, abbiamo domandato ad Amato se, per esigenze di sintesi, non fosse stato il caso di rilasciarci un’intervista. L’interessato non ha ritenuto di accettare la nostra proposta, chiedendo la pubblicazione integrale del documento. Cosa che facciamo, permettendoci di insistere pubblicamente per un’intervista (con invito esteso al sindaco di Melilli Giuseppe Carta e al segretario generale dello stesso Comune, Salvatore Marco Puglisi, al quale diversi giorni fa abbiamo inviato analoga richiesta), in modo da chiarire alcuni punti che – sicuramente per un nostro limite – ci sembrano oscuri. Quella che segue, la lettera inviata dal vice segretario del Comune di Melilli.
Con la presente trasmetto, in allegato, due versioni di un mio contributo relativo alla vicenda dei concorsi del Comune di Melilli: una più ampia ed esaustiva, l’altra costruita con un taglio di maggiore sintesi, ferma restando l’identità sostanziale dei contenuti e dei rilievi esposti.
Mi permetto di chiedere che allo stesso venga riservato pari risalto e adeguata diffusione, non tanto e non soltanto nell’ottica formale di un diritto di replica, quanto piuttosto come occasione di ascolto di chi, per quasi due anni, ha scelto di non alimentare il dibattito pubblico per rispetto delle istituzioni, dei procedimenti pendenti e dei ruoli coinvolti.
Quel silenzio non è mai stato assenza di argomenti.
È stato, semmai, il limite che chi esercita una funzione pubblica deve talvolta imporsi quando la libertà di parola incontra il dovere della continenza, della riservatezza e della responsabilità istituzionale.
Oggi ritengo tuttavia doveroso offrire anche il mio punto di vista, fondato sui documenti, sugli atti e sulle più recenti pronunce giurisdizionali, affinché il lettore possa formarsi un’opinione sulla base di un quadro quanto più possibile completo.
Confido, pertanto, nella Vostra attenzione professionale, oggettiva e scevra da condizionamenti, nella convinzione che il giornalismo conservi tutta la propria forza quando accetta di ascoltare anche la voce di chi è stato oggetto della sua indagine.
Non vi è, da parte mia, alcuna volontà di contrapposizione personale.
Non appartiene al mio modo di intendere né il confronto pubblico né il rapporto con la stampa.
Credo, invece, che possa e debba esistere un terreno comune: l’amore per la verità, per i fatti, per la correttezza delle ricostruzioni e per quella lealtà intellettuale che consente anche a posizioni differenti di confrontarsi senza trasformarsi in schieramenti.
Il giornalismo autentico, del resto, non ha bisogno di avere un avversario.
Ha bisogno di avere documenti.
E chi ritiene di avere elementi da offrire al dibattito deve poterlo fare con la stessa dignità con cui altri hanno avuto spazio per formulare dubbi, critiche e interrogativi.
È con questo spirito che Vi affido entrambe le versioni, rimettendo alla Vostra sensibilità editoriale la scelta di pubblicare quella ritenuta più adatta, auspicando che ne venga comunque preservato il senso complessivo.
Vi ringrazio sin d’ora per l’attenzione e resto fiducioso che il confronto possa svolgersi sul terreno che considero più serio e più utile a tutti: quello dei fatti.
Con stima e rispetto,
f.to Prof. Avv. Daniel Amato
CONCORSI DI MELILLI: MENO CONGETTURE, PIÙ DOCUMENTI
La mia risposta dopo due anni di silenzio
Ho scelto il silenzio per quasi due anni. Non perché mancassero gli argomenti, ma perché
chi esercita una funzione pubblica conosce bene il peso delle parole, i limiti imposti dalla
riservatezza, il rispetto dovuto ai procedimenti in corso e alle Autorità competenti.
Oggi, dopo la pubblicazione delle sentenze del TAR Sicilia – Catania nn. 2296, 2297 e 2298
del 3 agosto 2026, ritengo doveroso intervenire sui profili amministrativi che mi riguardano
direttamente.
Ho esercitato in passato la professione di Avvocato del libero foro e ho dedicato parte
significativa della mia attività alla tutela dell’ambiente, dei diritti umani, della pubblica
integrità e della legalità. Proprio per questo non considero il giornalismo d’inchiesta un
avversario.
I valori non si inventano quando servono. Si professano anche quando costano.
Il diritto di cronaca è essenziale. Ma lo è anche il diritto alla completezza dei fatti.
“Incompetenza” non è una categoria neutra
Nel dibattito pubblico è stato utilizzato anche il termine “incompetenza”.
Lo considero improprio.
Un giornale può parlare di criticità, questioni controverse, profili amministrativi contestati.
Sono categorie che descrivono fatti o interpretazioni.
“Incompetenza”, invece, è già un giudizio sulla persona e sulla sua capacità professionale.
E in un settore come il diritto amministrativo, nel quale convivono differenti indirizzi
giurisprudenziali e interpretativi, trasformare ogni controversia giuridica in una patente di
incapacità significa confondere il dissenso interpretativo con la delegittimazione personale.
Cosa hanno detto realmente le sentenze
Sui punti che hanno riguardato direttamente la mia persona, il TAR ha espresso valutazioni
precise.
La censura relativa al presunto conflitto di interessi del Presidente della Commissione e del
Segretario Generale è stata dichiarata infondata.
Il giudice ha ricordato che le cause di incompatibilità richiedono un interesse personale,
concreto, diretto e attuale capace di compromettere l’imparzialità e ha rilevato l’assenza di
un principio di prova in tal senso.
Anche l’attività istituzionale del Segretario Generale e il parere tecnico reso dal sottoscritto
sono stati ricondotti alle ordinarie funzioni istituzionali, senza che fossero ritenuti di per
sé sintomatici di conflitto.
Quanto alla composizione della Commissione nella fase rinnovata, il TAR ha affermato che
la valutazione fu effettuata dal collegio perfetto, composto dai tre membri effettivi, e che la
presenza di ulteriori soggetti di supporto non incideva sulla regolarità dell’organo valutatore.
Sono dati processuali, non opinioni.
Le ulteriori statuizioni contenute nelle sentenze saranno valutate dal Comune di Melilli nelle
sedi consone e con gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Nicita, Zangrillo e ciò che è venuto dopo
Per mesi sono stati invocati il sindacato ispettivo del senatore Antonio Nicita e la risposta
resa dal Ministro Paolo Zangrillo.
Atti legittimi e meritevoli di rispetto.
Ma un’interrogazione parlamentare formula domande. Una risposta ministeriale fotografa le
informazioni disponibili in un determinato momento. Una sentenza decide una controversia
nel contraddittorio delle parti.
E dopo quella risposta sono arrivate tre sentenze.
Sui profili maggiormente evocati nel dibattito, il dato è oggi questo:
nessun conflitto di interessi dimostrato; nessuna incompatibilità accertata; collegio
perfetto nella fase valutativa esaminata.
E questo dovrebbe avere almeno lo stesso rilievo mediatico che ebbero, mesi prima,
l’interrogazione e la risposta ministeriale.
Riletta oggi, quella risposta del Ministro Zangrillo mi appare sorprendentemente parziale e
superficiale, anche perché intervenne nel pieno di un’interlocuzione documentale con il
Comune di Melilli e senza che fosse ancora disponibile il successivo accertamento
giurisdizionale.
Non attribuisco intenzioni.
Non costruisco teorie.
Ma è lecito osservare che una vicenda amministrativa locale abbia prodotto una singolare
convergenza di attenzione tra un esponente dell’opposizione e un Ministro di un Governo di
centrodestra.
Non affermo l’esistenza di alcun disegno.
Mi limito a pormi una domanda: abbiamo forse toccato, facendo semplicemente il
nostro lavoro, qualche sensibilità o interesse più forte di quanto apparisse?
È una domanda, non un’accusa.
Ci sono molte altre vicende che attraversano silenziosamente la vita pubblica senza
suscitare lo stesso rumore.
Ma questa è un’altra storia.
La politica deve stare fuori dai concorsi
Su un punto sono categorico.
La politica deve stare fuori dalle procedure concorsuali.
La distinzione tra indirizzo politico e gestione amministrativa non è una formula astratta. È
una garanzia.
Nel mio esercizio delle funzioni dirigenziali non ho mai confuso questi piani, né formalmente,
né sostanzialmente, né sul piano dialogico, relazionale o amicale.
Rapporti personali, conoscenze o cordialità istituzionali non hanno mai costituito un canale
parallelo di decisione.
Chi sostiene il contrario deve indicare fatti concreti:
quale disposizione?
quale atto?
quale candidato?
quale decisione alterata?
Le suggestioni non sono prove.
Il paniere pubblico: 360 quesiti visibili a tutti
Anche il tema delle domande orali è stato presentato come indice di opacità.
Eppure la Commissione predispose e pubblicò preventivamente 360 quesiti. Le stesse
sentenze ne danno conto.
Le domande erano ricondotte a un patrimonio preventivamente conoscibile, con le relative
risposte corrette, secondo una logica assimilabile a un syllabus: delimitare ex ante il
materiale di studio e porre tutti i candidati nella medesima condizione conoscitiva.
Una scelta può essere discussa.
Ma definire “opaca” una procedura nella quale centinaia di domande vengono rese
pubbliche prima della prova rappresenta quantomeno un paradosso terminologico.
L’opacità è ciò che si nasconde.
Qui si pubblicava prima.
Il ruolo del Segretario Generale
Anche l’intervento del Segretario Generale, dott. Salvatore Marco Puglisi, è stato oggetto di
congetture.
Occorre invece ricordare le competenze.
Gli interventi di autotutela relativi a rettifiche, errori o aspetti formali furono curati dal
Segretario Generale nell’ambito della funzione di garanzia propria dell’art. 97 TUEL, in luogo
del Responsabile del procedimento, dirigente dell’Area strategica dott.ssa Enza Marchica.
La scelta rispondeva all’esigenza di attribuire alla vicenda il massimo livello di attenzione
istituzionale.
Il Segretario Generale non si è sostituito alla Commissione nelle valutazioni tecniche dei
candidati.
Il piano procedimentale è rimasto distinto dal piano valutativo.
Continenza procedimentale, non invasione del merito.
E lo stesso TAR, quando questo intervento è stato utilizzato per sostenere un conflitto, ha
ricondotto l’attività del Segretario alle ordinarie funzioni istituzionali.
Il verbale n. 13: meno fiabe, più contenuto
Il famoso verbale n. 13 è stato circondato per mesi da congetture quasi fiabesche.
La realtà è molto più semplice.
Il documento era sottoposto a particolare cautela perché conteneva una deliberazione del
seggio concorsuale relativa alla denuncia di possibili interferenze sulla procedura.
Questo dato viene troppo spesso sottaciuto.
Si parla del fatto che fosse riservato.
Molto meno del perché.
E allora la domanda è inevitabile:
quante Commissioni e quanti Presidenti, percependo possibili interferenze, scelgono
di formalizzarle immediatamente, verbalizzarle e segnalarle agli organi competenti?
Tutte le situazioni potenzialmente rilevanti di cui sono venuto a conoscenza sono state
sottoposte tal quali e nell’immediatezza al vaglio dell’Autorità giudiziaria competente.
Non dopo un articolo.
Non dopo una polemica.
Nell’immediatezza.
È questa la legalità che conosco: non quella proclamata a posteriori, ma quella praticata
mentre i fatti accadono.
Carlo Caputo: raccontiamo anche il resto
Il dott. Carlo Caputo, Sindaco di Belpasso, risultò vincitore di una procedura idoneativa
ASMeL.
Una volta assunto, fu adibito alle proprie mansioni al pari degli altri dipendenti.
Lavorava in un ufficio composto da quattro unità, svolgeva attività istruttoria ed era firmatario
dell’istruttoria di provvedimenti regolarmente pubblicati.
Anche i permessi richiesti per il mandato elettorale erano sottoposti alle ordinarie verifiche.
Quando chiese un nulla osta alla mobilità, il sottoscritto espresse parere negativo,
ritenendo insufficiente l’anzianità di servizio maturata.
Un dato poco compatibile con la rappresentazione di un rapporto privilegiato.
Anche qui, meno narrazione.
Più documenti.
Francofonte: una scelta di servizio, non di convenienza
Sono stato Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Francofonte.
E ne sono orgoglioso.
Sono legato a quella comunità e ho scelto di servirla assumendo responsabilità che non
erano certo proporzionali alla redditività economica dell’incarico.
Fu una scelta di servizio.
Una scelta coerente con i miei valori.
Durante il periodo di comando ho adottato anche prescrizioni anti-inchino e specifiche
cautele dirette a prevenire forme di indebita soggezione simbolica o sostanziale
dell’istituzione rispetto a interessi o consuetudini incompatibili con la legalità.
Non sono affermazioni costruite oggi.
Sono atti.
Sono disposizioni.
Sono documenti.
Su questo terreno sfido chiunque, pubblico o privato, a contestare nel merito il mio impegno
per la legalità.
Non rivendico l’infallibilità.
Perfettibile, come tutti sotto il cielo umano.
Ma rivendico una scelta professionale fondata sul servizio alla comunità e non sulla
convenienza personale.
Per questo respingo ogni suggestivo accostamento tra il mio precedente incarico e il
successivo scioglimento del Comune di Francofonte.
La responsabilità è personale.
Non è geografica.
Non è cronologica.
Non è narrativa.
Ricordo inoltre che, in esito alla prima correzione intervenuta nel dicembre 2024, una unità
assunta dal Comune di Francofonte cessò dal servizio.
Un’altra unità in servizio a Melilli è stata successivamente licenziata per differenti motivi
disciplinari.
Quando l’Amministrazione ha ritenuto necessario adottare provvedimenti sfavorevoli, li ha
adottati.
Chi vede opacità la dimostri
Il punto centrale resta questo.
Non chiedo a nessuno di smettere di fare domande.
Chiedo che alle domande seguano i fatti.
Chi parla di opacità indichi dove.
Chi parla di favoritismi indichi chi sarebbe stato favorito, con quale atto e mediante quale
condotta.
Chi parla di interferenze indichi quali.
Chi sostiene che la politica abbia condizionato la Commissione produca un elemento
concreto.
Un sospetto ripetuto cento volte resta un sospetto.
Una congettura condivisa sui social resta una congettura.
Un titolo resta un titolo.
Il diritto pretende ancora una cosa molto semplice:
la prova.
Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di aggettivi
Continuo a credere nel giornalismo d’inchiesta.
Proprio per questo credo che non abbia bisogno di espressioni come “scandalo”,
“incompetenza”, “opacità” quando esse finiscono per anticipare una conclusione invece di
documentarla.
Un’inchiesta non diventa più forte aggiungendo un aggettivo.
Diventa più forte aggiungendo un documento.
Il giornalismo può essere durissimo sui fatti.
Deve esserlo, quando serve.
Ma i commenti perniciosi sulle persone e sulle loro facoltà professionali non aggiungono
verità.
La giurisprudenza conosce differenti orientamenti.
La dottrina discute.
I giudici possono decidere diversamente.
Le sentenze possono essere appellate.
Questo non è caos.
È pluralismo giuridico.
La trasparenza vale in entrambe le direzioni
Non chiedo silenzio.
Chiedo precisione.
Raccontate l’interrogazione Nicita.
Ma raccontate anche le sentenze intervenute dopo.
Raccontate la risposta del Ministro Zangrillo.
Ma raccontate che sui profili personali il TAR ha respinto le prospettazioni di conflitto e
incompatibilità e ha parlato di collegio perfetto.
Raccontate il verbale n. 13.
Ma raccontate anche che riguardava una segnalazione di possibili interferenze.
Raccontate Carlo Caputo.
Ma raccontate il normale lavoro d’ufficio e il mio parere negativo alla mobilità.
Raccontate Francofonte.
Ma raccontate anche le prescrizioni anti-inchino e le cautele documentate.
Raccontate tutto.
Perché il contrario della propaganda non è la propaganda opposta.
È la completezza.
La politica faccia politica.
La dirigenza amministri.
Le Commissioni valutino.
I giornalisti indaghino.
L’Autorità giudiziaria accerti.
I giudici giudichino.
Questa separazione delle funzioni è una garanzia per tutti.
Perfettibile, ma non disponibile alla delegittimazione per
suggestione
Non sono infallibile.
Nessuno lo è.
Sono perfettibile, come ogni persona sotto il cielo umano.
Ma una cosa è riconoscere la fallibilità propria di ogni esperienza professionale.
Altra cosa è accettare che una controversia amministrativa, una differente interpretazione o
un sospetto giornalistico si trasformino retrospettivamente in un giudizio complessivo sulla
persona.
Ho scelto incarichi non proporzionati alla loro redditività perché credevo nel servizio alla
comunità.
Ho segnalato situazioni delicate quando sarebbe stato più semplice ignorarle.
Ho esercitato le funzioni pubbliche secondo la mia coscienza e secondo la legge.
Accetto il controllo.
Non accetto la delegittimazione per suggestione.
I valori non si inventano. Si professano
Non considero i giornalisti che hanno scritto di questa vicenda miei nemici.
Continuo a credere nella libertà di stampa.
Ma credo anche nel diritto di replica, nella dignità personale, nella responsabilità delle parole
e soprattutto nella distinzione tra ciò che si sospetta e ciò che si dimostra.
Desidero che venga fatta piena luce.
Su tutto.
Senza protezioni.
Senza zone franche.
Senza privilegi.
Ma anche senza processi per suggestione.
Per due anni ho ascoltato molte domande.
Oggi ne formulo una io:
se davvero si cerca la verità, perché alcuni documenti fanno tanto rumore e altri così
poco?
I valori non si inventano quando servono.
Si professano quando costano.
E i documenti, a differenza delle congetture, non hanno bisogno di alzare la voce.
precisione perché considero questo punto essenziale.
Ogni situazione potenzialmente rilevante, ogni segnalazione e ogni fatto suscettibile di possibili
refluenze è stato sottoposto tal quale e nell’immediatezza al vaglio dell’Autorità giudiziaria
competente.
Non quando la vicenda è finita sui giornali.
Non dopo un’interrogazione parlamentare.
Non quando sarebbe diventato conveniente costruire una difesa pubblica.
Nell’immediatezza.
È sempre stato questo il mio metodo.
Chi esercita pubbliche funzioni non deve inventarsi investigatore.
Deve fare una cosa molto più semplice e molto più seria: quando incontra un fatto che potrebbe rilevare
per altre Autorità, lo rappresenta.
E poi lascia che chi ha la competenza accerti.
Anche per questo, sui profili eventualmente riguardanti l’Autorità giudiziaria, non dirò altro.
Confido che venga fatta piena luce.
Non ho alcun interesse contrario.
Carlo Caputo: il “caso” raccontato senza il quotidiano lavoro
d’ufficio
Veniamo al dott. Carlo Caputo, Sindaco di Belpasso.
Anche qui la narrazione ha una straordinaria capacità di selezionare i fatti.
Caputo partecipa a una procedura idoneativa ASMeL, viene individuato attraverso tale percorso ed entra
in servizio al Comune di Melilli.
La procedura ASMeL è stata oggetto di ampio dibattito giuridico e una parte della dottrina ne ha
evidenziato la natura di strumento idoneativo e neutro rispetto alla successiva scelta dell’Ente, con
caratteristiche differenti dal tradizionale concorso costruito per l’immediata attribuzione di uno specifico
posto.
Ma che cosa succede una volta assunto?
Viene sistemato in una stanza dorata?
No.
Lavora in un ufficio con quattro dipendenti.
Svolge istruttoria.
Firma l’istruttoria di provvedimenti.
Gli atti vengono regolarmente pubblicati.
Quando chiede permessi legati all’esercizio del mandato elettorale, vengono sottoposti alle verifiche
amministrative.
Esattamente come dovrebbe accadere per un dipendente.
E c’è un particolare.
Forse meno spettacolare, ma utile.
Quando Carlo Caputo chiese il nulla osta alla mobilità, il sottoscritto espresse parere negativo ritenendo
non sufficiente l’anzianità di servizio maturata.
Curiosa forma di favoritismo.
Se si vuole raccontare un rapporto privilegiato, bisogna spiegare anche perché chi avrebbe dovuto
privilegiare il beneficiario gli nega il nulla osta che chiede.
Altrimenti manca un pezzo.
E quel pezzo si chiama documento.
Francofonte: orgoglio, non imbarazzo
Sono stato Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Francofonte.
Lo dico senza imbarazzo.
Anzi.
Con orgoglio.
Sono profondamente legato a quella comunità e ho scelto di servirla accettando responsabilità che non
erano certo proporzionali alla redditività economica dell’incarico.
Quella esperienza non fu una scelta di convenienza.
Fu una scelta di servizio.
E, come tutte le esperienze umane, sarà stata perfettibile.
Perfettibile, come tutti sotto il cielo umano.
Non rivendico l’infallibilità.
Rivendico però il metodo.
Durante il mio periodo di comando ho adottato, tra l’altro, prescrizioni anti-inchino e specifiche
cautele dirette a prevenire forme simboliche o sostanziali di soggezione dell’istituzione a
interessi, gruppi o consuetudini incompatibili con il principio di legalità.
Non sono ricordi autobiografici improvvisamente riaffiorati perché utili alla replica.
Sono atti.
Documenti.
Prescrizioni verificabili.
E dunque su questo punto posso utilizzare una parola che normalmente evito:
sfido chiunque, pubblico o privato, a contestare nel merito il mio impegno per la legalità durante
il comando della Polizia Municipale di Francofonte.
Lo faccia con i documenti.
Non con gli accostamenti.
Perché associare retrospettivamente la mia esperienza al successivo scioglimento dell’Ente significa
costruire una responsabilità per contiguità narrativa che il nostro ordinamento non conosce.
La responsabilità è personale.
Non è geografica.
Non è cronologica.
Non è trasferibile per prossimità.
E lo stesso articolo de L’Informazione, peraltro, precisa che lo scioglimento di Francofonte riguarda
vicende non collegate al concorso dei Vigili urbani.
Allora perché l’accostamento?
La notizia può essere formalmente vera.
Ma le due frasi, poste una accanto all’altra, generano inevitabilmente una suggestione.
E il giornalismo di inchiesta dovrebbe essere il primo a conoscere la differenza tra fatto e montaggio
del fatto.
Ricordo inoltre che, in esito alla prima correzione intervenuta nel dicembre 2024, una unità assunta dal
Comune di Francofonte cessò dal servizio.
Un’altra unità in servizio a Melilli è stata successivamente licenziata per differenti ragioni di natura
disciplinare.
Quando l’Amministrazione ha ritenuto di dover adottare provvedimenti sfavorevoli, li ha adottati.
Non sembra esattamente la fotografia di una macchina costruita per proteggere qualcuno.
La legalità documentale e la legalità raccontata
C’è una differenza che questa vicenda mi ha insegnato ad apprezzare ancora di più.
Esiste la legalità raccontata.
Quella dei proclami.
Dei post.
Dei titoli.
Degli hashtag.
Delle dichiarazioni solenni.
E poi esiste la legalità più noiosa.
Quella dei protocolli.
Dei verbali.
Delle segnalazioni.
Delle astensioni prudenziali.
Delle comunicazioni all’Autorità giudiziaria.
Degli atti che magari nessuno legge ma che, anni dopo, raccontano ciò che una persona fece quando non
sapeva ancora che qualcuno avrebbe scritto un articolo su di lei.
Io preferisco la seconda.
Anche il verbale n. 8, con il quale avevo preventivamente segnalato situazioni rispetto alle quali intendevo
adottare cautele e astensioni, è stato utilizzato come argomento per sostenere una presunta
incompatibilità generale.
L’abstract delle sentenze evidenzia esattamente il contrario: la segnalazione preventiva era stata qualificata
quale strumento di trasparenza volto a consentire all’Amministrazione di valutare l’eventuale conflitto
potenziale, e le censure personali formulate sul punto non hanno trovato accoglimento.
E dunque torna la domanda.
Se segnali un possibile problema, quella segnalazione diventa la prova che eri incompatibile.
Se non lo segnali, ti verrà contestato di averlo nascosto.
Interessante paradigma.
Io continuo a preferire la prima strada.
Segnalare.
Sempre.
Se qualcuno vede opacità, la dimostri
Non ho mai chiesto a nessuno di smettere di indagare.
Dico l’opposto.
Continuate.
Ma se si vuole sostenere che vi sia stata opacità, l’opacità va dimostrata.
Non evocata.
Se vi è stato un favoritismo:
chi?
Quale candidato?
Quale atto?
Quale punteggio?
Quale interferenza?
Quale ordine?
Quale telefonata?
Quale decisione condizionata?
Se la politica sarebbe entrata nella Commissione:
quando?
Chi?
Come?
Con quale effetto?
Se il Presidente sarebbe stato incompatibile:
per quale relazione concreta?
Con quale interesse personale?
Su questo punto, peraltro, il TAR ha già risposto che non era stato fornito alcun principio di prova circa
un interesse personale, concreto e attuale.
La prova non può essere sostituita dalla frequenza della ripetizione.
Un sospetto ripetuto cento volte resta un sospetto.
Una congettura condivisa mille volte resta una congettura.
Un titolo indicizzato da Google resta un titolo.
Il diritto continua ostinatamente a pretendere un’altra cosa:
i fatti.
Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di aggettivi
Continuo a considerare il giornalismo d’inchiesta indispensabile.
Proprio per questo credo che non abbia bisogno di certe scorciatoie.
“Scandalo”.
“Incompetenza”.
“Opacità”.
Sono parole rumorose.
Fanno titolo.
Ma un’inchiesta non diventa più vera aggiungendo aggettivi.
Diventa più vera aggiungendo documenti.
Il giornalismo può essere durissimo.
Può smontare un atto riga per riga.
Può mostrare una contraddizione.
Può formulare domande imbarazzanti.
Può scoprire ciò che il potere avrebbe preferito non mostrare.
Questa è la sua grandezza.
Molto meno utile è il commento personale pernicioso sulla persona e sulle sue facoltà professionali.
La giurisprudenza ha diversi indirizzi.
La dottrina discute.
I Tribunali possono decidere diversamente.
Le sentenze possono essere appellate.
Il diritto vive di confronto.
È persino possibile che due giuristi seri, leggendo la stessa norma, arrivino a conclusioni differenti.
È la cultura giuridica.
Non l’incompetenza.
Se vogliamo una società pluralista dobbiamo accettare anche il pluralismo delle interpretazioni.
Diversamente, dietro la retorica della trasparenza rischiamo di costruire un conformismo assai più
pericoloso.
Strana convergenza, ma nessuna invettiva politica
Resta infine una considerazione personale.
La vicenda è stata oggetto di iniziativa da parte di un esponente politico collocato a sinistra e di una
risposta particolarmente severa proveniente da un Ministro di un Governo di centrodestra.
Potrei costruirci sopra un’intera teoria.
Non lo faccio.
Potrei sostenere che esista una regia.
Non dispongo di alcuna prova e dunque non lo sostengo.
Potrei lanciare invettive contro la politica.
Non lo farò.
Ma posso dire che questa eccezionale convergenza e l’intensità dell’attenzione dedicata a un caso
amministrativo locale mi fanno riflettere.
Forse abbiamo toccato qualche sensibilità.
Forse qualche interesse.
Forse nulla di tutto questo.
Lo stabiliranno eventualmente i fatti.
Per ora resta un interrogativo.
E tale deve rimanere.
Perché sarebbe paradossale criticare le congetture altrui sostituendole con le mie.
Ci sono molte altre vicende che attraversano la vita pubblica senza fare altrettanto rumore.
Ma questa è, appunto, un’altra storia.
Non desidero silenzio. Desidero precisione
Non chiedo a L’Informazione di tacere.
Non lo chiedo a La Civetta di Minerva.
Non lo chiedo ai giornalisti che hanno seguito questa vicenda.
Non lo chiedo a chi condivide gli articoli sui social.
Chiedo una cosa molto più impegnativa:
precisione.
Raccontate l’interrogazione Nicita.
Ma raccontate anche cosa ha scritto successivamente il TAR.
Raccontate la risposta Zangrillo.
Ma ricordate che appartiene al dicembre 2025, mentre le sentenze sono dell’agosto 2026.
Raccontate le ipotesi di incompatibilità.
Ma raccontate che sono state respinte.
Raccontate la “Commissione anomala”.
Ma raccontate che, nella fase valutativa oggetto delle pronunce, il TAR parla di collegio perfetto.
Raccontate il verbale n. 13.
Ma raccontate anche perché era sottoposto a cautela: conteneva una deliberazione relativa alla denuncia
di possibili interferenze.
Raccontate Francofonte.
Ma raccontate anche gli atti anti-inchino e le prescrizioni adottate dal suo Comandante.
Raccontate Carlo Caputo.
Ma raccontate che lavorava in un ufficio con altri dipendenti, svolgeva istruttoria, era sottoposto alle
normali verifiche sui permessi e ricevette dal sottoscritto un parere negativo alla mobilità.
Raccontate tutto.
Perché il contrario della propaganda non è la propaganda opposta. È la completezza.
La politica faccia politica. La dirigenza amministri. I giornalisti
indaghino. I giudici giudichino
Alla fine, basterebbe una regola molto semplice.
La politica faccia politica.
La dirigenza amministri.
Le Commissioni valutino.
I giornalisti indaghino.
L’Autorità giudiziaria accerti.
I giudici giudichino.
Nessuno invada il campo dell’altro.
Io, come dirigente, non ho mai accettato che un rapporto politico, personale, relazionale o amicale
entrasse nel luogo della decisione amministrativa.
E continuerò a non accettarlo.
Allo stesso modo considero essenziale che il giudizio giornalistico non venga confuso con quello
giudiziario, l’interrogazione parlamentare con una sentenza, la critica con la prova e il sospetto con una
responsabilità.
Non sono sottigliezze.
Sono le garanzie dello Stato di diritto.
Perfettibile, sì. Disponibile alla delegittimazione per
suggestione, no
Non ho mai pensato di essere infallibile.
Sono un uomo.
Un professionista.
Un dirigente.
Un professore.
Un avvocato.
Un pubblico ufficiale.
E, come ogni persona sotto il cielo umano, sono perfettibile.
Non mi interessa costruire un’autobiografia eroica.
Ma proprio perché riconosco la fallibilità umana non accetto l’operazione opposta: trasformare ogni
controversia, ogni dubbio, ogni differente orientamento amministrativo nella prova retrospettiva di una
presunta inadeguatezza personale.
Ho fatto scelte professionali che non erano proporzionali alla loro redditività.
Ho accettato responsabilità perché credevo nel servizio alla comunità.
Ho segnalato situazioni delicate quando avrei potuto girarmi dall’altra parte.
Ho adottato atti che ritenevo conformi alla legge anche quando erano scomodi.
E ho sempre considerato che la funzione pubblica avesse un prezzo: accettare il controllo.
Lo accetto.
Non chiedo sconti.
Ma il controllo deve essere esercitato sui fatti.
I valori non si inventano. Si professano
Dopo quasi due anni avrei potuto scegliere una replica rabbiosa.
Non mi interessa.
Potrei trasformare i giornalisti che hanno scritto di me in nemici.
Non lo sono.
Potrei mettere in discussione il giornalismo d’inchiesta.
Sarebbe una clamorosa smentita di tutto ciò che ho sostenuto nella mia vita.
Continuo a credere che una democrazia senza giornalismo libero sia più povera.
Continuo a credere che chi amministra denaro, poteri e funzioni pubbliche debba accettare di essere
osservato.
Continuo a credere nella libertà di critica.
Ma credo anche nella dignità.
Nella completezza.
Nel diritto alla replica.
Nella responsabilità delle parole.
E soprattutto nella distinzione tra ciò che si sospetta e ciò che si dimostra.
Perché l’asimmetria comunicativa non può trasformare chi ha il dovere istituzionale del silenzio nel
bersaglio perfetto di chi non ha lo stesso vincolo.
Non desidero che nessuno smetta di fare domande.
Desidero che si faccia piena luce.
Su tutto.
Senza protezioni.
Senza zone franche.
Senza privilegi.
Ma anche senza processi per suggestione.
Ogni situazione che ho ritenuto potenzialmente rilevante è stata sottoposta immediatamente alle Autorità
competenti.
Continuerò a fare esattamente questo.
Non perché oggi sia conveniente affermarlo.
Ma perché è ciò che ho sempre ritenuto dovesse fare un pubblico ufficiale.
I valori non si inventano quando servono.
Si professano quando costano.
E poiché per due anni ho ascoltato domande, oggi credo di avere almeno il diritto di formularne una
anch’io:
se davvero si cerca la verità, perché alcuni documenti fanno tanto rumore e altri così poco?
La risposta non spetta a me.
Ma i documenti, fortunatamente, restano.
E, a differenza delle congetture, non hanno bisogno di alzare la voce.
Prof. Avv. Daniel Amato























Questa lettera ha la tipica struttura di un testo scritto dall’AI cui è stato fatto leggere una serie di documenti fonte.