Il vicolo è triste. È triste perché è spoglio. È spoglio perché Pippo se n’è andato. E adesso che se n’è andato, i bambini non potranno regalargli uno di quei bellissimi disegni che lui appiccicava sullo scaffale del suo negozio di generi alimentari, un porto di mare che ogni giorno ospitava extracomunitari che da lui trovavano riparo per un panino, per una birra, per un po’ d’ombra, dopo tante ore sotto il sole a vendere collanine e bracciali; ma anche residenti e turisti che d’estate affollano Letojanni, rinomato centro balneare sotto Taormina, dove negli anni Cinquanta, nella “villa con le cupole” situata sul lungomare a pochi metri da qui, era di casa, sotto mentite spoglie, Greta Garbo.

C’è qualcosa di strano, adesso che Pippo non c’è più, in questo vicolo di fronte al mare che accoglieva tutti, non solo per l’esistenza di una delle ultime botteghe rimaste, ma perché se un “nero” chiedeva riparo nel retrobottega (che era la casa di Pippo: una branda, un bagnetto, un frigobar, un tavolo e mille cose stipate per terra), lui glielo concedeva con quella bonomia del Siciliano d’altri tempi.

Sì, Siciliano (con l’iniziale in maiuscolo) è la parola giusta per spiegare questa storia. Un termine dal significato intrinseco che non troveremo mai nei dizionari della lingua italiana: persona che non dimentica chi è e da dove viene, che non dimentica le proprie radici, che non dimentica l’umiltà delle origini e l’ospitalità della notte dei tempi.

Pippo – non alto di statura, capelli ricci – era tutto questo, ma non lo sapeva, era una persona semplice e di poche parole, non possedeva nient’altro che il negozio, dove vendeva anche le bombole del gas, non poteva contare neanche su un minimo di eredità, poiché forse (forse… ma su questo non disponiamo di grandi notizie) i genitori manco li aveva conosciuti, pregava il Signore affinché arrivassero delle estati torride, in modo che Letojanni si riempisse di turisti che andassero nel suo negozio per comprare quella frutta dolcissima proveniente da Moio Alcantara, da Bronte, da Randazzo, che lui esponeva nel vicolo e quelle angurie fresche che a ferragosto andavano a ruba. Lui aveva bisogno dell’estate come l’aria, per campare dignitosamente in inverno.

Luglio e agosto non bastavano: il bel tempo era necessario anche a pasquetta, il 25 aprile e l’1 maggio, quando sulla spiaggia di Letojanni arrivavano le prime comitive e la bottega di Pippo cominciava a movimentarsi. Ma col brutto tempo erano dolori.

Quest’inverno , con il ciclone Harry che ha spazzato tratti di lungomare e di spiaggia, il dolore si è trasformato in tragedia. Gli abitanti di Letojanni hanno reagito alla grande ricostruendo tutto in pochi mesi, ma per Pippo, ammalatosi qualche tempo prima, non è stato facile reggere all’urto di un intervento chirurgico e della distruzione del suo mondo, ai suoi occhi, forse, irreversibile.

Fatto sta che a luglio, all’età di settant’anni, se n’è andato. Dicono che ai suoi funerali fosse presente un sacco di gente, non solo del paese.

Nella porta a vetri del negozio, un piccolo manifesto listato a lutto dice che è morto Pippo Chillemi, anni 70, dietro a quei vetri opachi, il buio dal quale si intravedono gli scaffali pieni di pasta, di biscotti e di tanto altro.

Ogni volta che passo da questo vicolo mi viene di pronunciare quella fatidica frase, “Pippo, tutto a posto?”, e di risentire “Diciamo…”. Ma tutto resta annodato in gola. Poi guardo il mare.

Sopra: opera di Francesco Colella

Luciano Mirone