Io ricordo quando uccisero Pasolini: il giorno dopo allo stadio, quando all’arbitro invece di dirgli cornuto, gli dicevano in coro “Pasolini, Pasolini”, perché “Pasolini” voleva dire “frocio” e “frocio” era l’appellativo più oltraggioso nell’Italia post fascista degli anni Settanta. Pasolini lo avevano seppellito da poco, ma già telegiornali e giornali erano pieni della versione del diciassettenne Pino Pelosi, che si autoaccusava del delitto.

“Pasolini era un omosessuale – questa la ricostruzione “ufficiale” tuttora attuale del “ragazzo di vita” – . Abbiamo avuto un rapporto a pagamento, lui è voluto andare oltre, io mi sono ribellato, non ci ho visto più e l’ho ammazzato”. Nessun approfondimento da parte degli organi inquirenti, della maggior parte degli organi di stampa, nessun riferimento agli articoli pubblicati da Pasolini sul Corriere della Sera, sulle stragi nere (leggendario il pezzo “Io so”), nessuna notizia sul nuovo romanzo, Petrolio, che Pierpaolo stava scrivendo sulla tragica morte di Enrico Mattei, camuffata per quarant’anni con la versione del “cedimento strutturale dell’aereo privato”, a bordo del quale l’ex presidente dell’Eni viaggiava assieme al pilota e a un giornalista americano.

Molte verità sulla morte di Pasolini e di Mattei sono emerse a distanza di parecchi decenni, e neanche tutte: a trucidare il poeta erano stati diversi esponenti del neofascismo romano e della mafia siciliana, a sabotare l’aereo di Mattei all’aeroporto Fontanarossa di Catania era stata Cosa nostra, assieme a pezzi della massoneria deviata e ai servizi segreti di mezzo mondo.

Io ricordo quando nel 1970 sequestrarono davanti alla sua casa di Palermo Mauro De Mauro, giornalista de “L’Ora”, mai più ritrovato. De Mauro era arrivato a un passo dalla verità sulla morte di Mattei. E questo, otto anni dopo dal disastro aereo di Bascapé, significava decretare la propria condanna a morte. E siccome la versione sul decesso dell’ex presidente dell’Eni (che con la sua politica petrolifera aveva messo in crisi il monopolio degli Usa) doveva essere quella ufficiale, si disse (o meglio, fecero serpeggiare taluni investigatori) che De Mauro era sparito perché era un “ricattatore”. Per decenni ci siamo convinti che De Mauro fosse stato sequestrato per delle volgarissime storie di ricatti. Soltanto da alcuni anni – grazie ai pentiti – sappiamo che il cronista (che agli amici diceva che con quelle rivelazioni avrebbe vinto il premio Pulitzer di giornalismo) era stato sequestrato da Cosa nostra, portato in un casolare, interrogato, strangolato e seppellito in una strada che si stava costruendo in quegli anni a Palermo, perché faceva paura al potere.

Io ricordo la notte in cui a Catania uccisero Giuseppe Fava. E ricordo le voci “importanti” che cominciarono a serpeggiare sul suo conto: “Ricatti” (anche in questo caso) e “donne”. E ricordo le sottili dinamiche investigative per accreditare queste tesi. Il giorno dopo su “La Sicilia” il dubbio: una calibro 7,65? Troppo piccola per un delitto di mafia. Peccato che quasi tutti di omicidi di mafia, allora a Catania, si commettevano proprio con quel tipo di arma. Ma io ricordo le incredibili inchieste di Fava sui Cavalieri di Catania e sui rapporti mafia-politica, sulla P2 e sul boss di Stato Nitto Santapaola protetto dalle personalità più importanti della città, e le sue grandi battaglie contro l’installazione dei missili americani a Comiso.

Io ricordo quando a Cinisi uccisero Peppino Impastato, la notte della perquisizione a casa sua: un brano del suo diario risalente ad alcuni anni prima: “Voglio farla finita con la politica e con la vita”,  e quando gli inquirenti, assolutizzando questo dettaglio, scrissero che Impastato si era fatto saltare in aria con la bomba che lui stesso voleva collocare sul binario della tratta Palermo-Trapani per commettere un attentato, aggiunsero che era un esponente di Democrazia proletaria, quindi un terrorista. Ma io ricordo le battaglie di Impastato attraverso Radio Aut contro la mafia di don Tano Badalamenti, contro il traffico di eroina Sicilia-Stati Uniti, contro il neofascismo.

Io ricordo quando a Barcellona Pozzo di Gotto uccisero il cronista de “La Sicilia” Beppe Alfano e anche in quel caso si disse che era stata una questione di “donne”. Anche allora c’entrava il calibro “basso” della pistola. E ricordo quando il giornale del pomeriggio dello stesso gruppo editoriale de “La Sicilia”, L’Espresso sera, mentre nella chiesa di San Sebastiano si celebravano i funerali, scriveva in prima pagina: “Siamo sicuri che sia stata la mafia?”. Ma ricordo pure che Alfano – giornalista di destra che conosceva il linguaggio e le dinamiche di quel mondo – a Barcellona aveva notato strani movimenti di ex camerati legati a Cosa nostra alla vigilia delle stragi del ’92-93, e aveva pure scoperto il covo nel quale si nascondeva Santapaola in quella città. Fu freddato poco tempo dopo in una fredda giornata di gennaio. Molti anni dopo si sarebbe scoperto che il boss di Barcellona, Giuseppe Gullotti, aveva recapitato a Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato il telecomando per fare a pezzi il giudice Falcone.

Io ricordo quando a Trapani uccisero Mauro Rostagno e si disse che si trattava di una banale storia di droga: “Ma quale mafia!”, affermò il comandante dei carabinieri. “Ad un sicario di mafia un fucile in mano non esploderebbe mai”. Indagini depistate fin dall’inizio. Ma io ricordo anche l’impegno di Rostagno dalla televisione che lui dirigeva, Rtc: ogni giorno un editoriale sulla corruzione, un’inchiesta sulla mafia, una pista da seguire sul traffico d’armi Sicilia-Somalia (la stessa che avrebbe ucciso Ilaria Alpi).

Alcune storie per dire che per capire un attentato – fortunatamente fallito – come quello commesso ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci sono necessarie dosi immense di umiltà e di memoria. Per comprendere le dinamiche di una storia come quella del conduttore di Report, le prime notizie di cronaca non bastano, anzi, a volte, sono proprio le prime notizie a creare confusione.

Probabilmente bisogna aspettare i risultati dell’inchiesta, mettere insieme i tasselli, comporre un mosaico che attualmente è fortemente incompleto e a tratti incomprensibile. Magari non sarebbe male partire da una domanda: perché? E fare l’elenco delle inchieste della redazione della trasmissione, partendo per esempio dai retroscena delle stragi di Capaci e di via D’Amelio e dallo scandalo Epstein, di cui Report si è occupata (e che non sono state mandate in onda in replica estiva).

Criticare Ranucci per l’“ingenuità” di essere un “amicone” di un personaggio equivoco come Valter Lavitola, faccendiere, autore della corruzione – per conto del Cavaliere – di alcuni parlamentari per fare cadere il governo Prodi, e adesso sedicente “mandante” dell’attentato, criticarlo per essersi paragonato a Falcone e a Borsellino o per avere fatto delle dichiarazioni incaute, è giusto. Ma fermiamoci qui.

In mancanza di elementi certi, evitiamo di dire che Ranucci era consapevole dell’attentato, che Ranucci non deve condurre più Report, che siccome l’avvocato di Lavitola non risponde a certe domande, le risposte le diamo noi, perché rischiamo – almeno in queste prima battute – di sconfinare nei luoghi comuni.

Atteniamoci a quel che dice il Giudice per le indagini preliminari: esiste la prova di un “accordo” fra Ranucci e Lavitola per l’esecuzione dell’attentato? No. Quindi il conduttore di Report è una vittima (“ingenua” e “superficiale” quanto vogliamo, ma comunque vittima). E come tale, può essere rimossa da una trasmissione come Report? Ognuno la pensi come vuole, ma è necessaria molta prudenza in queste cose, lasciando che l’indagine faccia il suo corso.

È vero che la calunnia è un venticello che si insinua sottilmente nella testa della gente e fa sorgere il dubbio, specie in tempo di Social in cui ognuno si sente autorizzato a spararla grossa anche senza possedere prove certe.

E allora immaginiamo cosa sarebbe successo subito dopo gli omicidi di Pasolini, di De Mauro, di Fava, di Alfano e di Rostagno. Immaginiamo quel “venticello” che nasce nei centri di potere che “costruiscono” certe verità, prende forza grazie a determinati organi di informazione, viene spinto dai Social e diventa un uragano che ha il fine di spazzare via le vittime e di salvare gli assassini e i mandanti. Fantascienza? Assolutamente no.

La storia degli intellettuali uccisi – da Pasolini ad Alfano – segue sempre lo stesso copione. È un gioco sottilissimo di perfetta conoscenza della psicologia di massa. Subito dopo il delitto di un giornalista, l’opinione pubblica è portata a collegare le sue inchieste con l’assassinio. A mandare in corto circuito questo nesso è la delegittimazione della vittima, fatta passare ora per un “ricattatore”, ora per un “terrorista”, ora per un “donnaiolo”, ora per un “drogato”, insomma per una “nullità” che diffama tanti onesti padri di famiglia. Cosa leggiamo nei Social in questi giorni?

Dopo il fallito attentato all’Addaura, Giovanni Falcone disse che in questo Paese, per risultare credibili, bisogna essere uccisi, sennò certe menti eccelse pensano che la bomba te la sei messa tu.

Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio una marea di indignazione spazzò via la Prima Repubblica e preparò la valanga che solo il Cavaliere riuscì a deviare anche grazie a personaggi come Lavitola. La parola d’ordine all’interno delle mafie – secondo quanto affermato da molti pentiti – è stata (ed è) una sola: continuiamo a portare avanti i nostri affari, ma per evitare una reazione dell’opinione pubblica e dello Stato, smettiamola con le bombe e i delitti eccellenti, sennò rischiamo di essere spazzati via, come è successo a Riina, a Provenzano, a Santapaola e a Messina Denaro.

Ecco allora certi omicidi fatti passare per “suicidi” o certe “operazioni chirurgiche” per espellere il personaggio scomodo mediante l’utilizzazione di amici, di colleghi e perfino di insospettabili.

Per la prima volta, dopo trentatré anni, esplode una “bomba” contro uno dei giornalisti più “pericolosi” per il sistema politico-mafioso di questo Paese (e non solo). Fortunatamente non muore nessuno. All’inizio tanta solidarietà nei confronti della vittima. Poi cambia tutto. Succede quando esce fuori il “mandante”. Sembra il copione di un film di cui registi e protagonisti conoscono a memoria ogni parola. Ma c’è un Gip che non si convince di quelle parole e vuol vederci chiaro. Ecco: aspettiamo prima di emettere sentenze. Aspettiamo cosa dicono i magistrati. Aspettiamo che il mosaico diventi più chiaro. Poi parliamo.

Nella foto: il conduttore di “Report”, Sigfrido Ranucci

Luciano Mirone