La storia tormentata di un uomo alla ricerca della sua identità dopo un agguato mafioso. Poche parole di presentazione che riassumono l’essenza del nuovo libro di Nino Pulvirenti, “Come le lucciole” (Etabeta), un romanzo in cui fin dalle prime righe si avvertono le lacerazioni interiori del protagonista, Libero, uno stimato professore di lettere travolto da un’esperienza d’amore clandestina e costretto dalle circostanze a improvvisarsi anche primo cittadino del suo paese.

Pagine di forte intensità emotiva in cui Libero, mentre lotta con la morte, ripercorre i momenti salienti della sua esperienza di padre, di sindaco e di amante nel tentativo disperato di ritrovare se stesso e rimediare ai sui fallimenti. 

Quello che segue un capitolo del libro.

Lo scrittore Nino Pulvirenti. Sopra: la copertina del suo ultimo romanzo, “Come le lucciole” (Etabeta)

***

C’era un pezzo della sua vita che stentava a venire fuori. Era incapsulato, quasi occultato dagli eventi e dal dolore, dentro la scatola chiusa della sua memoria. Da una falla, tuttavia, affioravano, di tanto in tanto, come saette impazzite, sprazzi del suo impegno politico, che acquisiva forma lentamente con scarse immagini ed esigue parole. Troppo poco, a dire il vero, per ricamarci sopra qualcosa. Per fortuna c’è anche quel che scriveva in alcune pagine del diario.

“La politica è servizio!”, disse Libero, balzando in piedi come una molla dalla poltrona dove non riusciva più a stare seduto. La conversazione aveva preso una piega sbagliata e lui era stanco di fare lo stupido. Occorreva parlare con chiarezza per riportarla nei giusti binari della decenza.

“Non solo servizio”, lo corresse con calma serafica il geometra Calì, sprofondato sul divano, dove tirava sospiri appeso a un toscano spento. “Magari, in un altro pianeta, chissà, forse lo è. Ma qui siamo in  Sicilia, tra i bastarduni, dove li petri nun si chiamano sassi”.

A Libero quelle allusioni al malaffare eretto a sistema facevano venire il voltastomaco. Rilanciò quindi con tutta la determinazione di cui era capace, spinto anche dall’insofferenza verso quell’uomo presuntuoso e privo di scrupoli.

“Appunto per questo va riscoperto il suo significato più autentico”, disse, cercando di esorcizzare la tentazione di rinunciare alle buone maniere, “quello che spesso molti dimenticano”.

“Ho seri dubbi che questa sia l’interpretazione più conveniente per i nostri concittadini”, obiettò ancora il geometra Calì, che era un abile mediatore e sapeva anche duellare di fino. “Mi perdoni la schiettezza, a me sembra piuttosto un po’ troppo utopistica. Credo che a Dancamo necessitino di imprese e lavoro”.

“Servono anche legalità e trasparenza”, replicò Libero.

L’intera copertina del libro

“Belle parole, che riempiono la bocca e lasciano vuoto lo stomaco! Lei potrebbe portare l’oro a Dancamo, se solo lo volesse veramente”.

“Mi proponga operazioni fattibili e sarò felice di ascoltarla. La mia missione è di servire questa Comunità, onestamente”.

“Non mi faccia ridere adesso!”, esclamò deluso il geometra, riposizionando meglio il sedere sul divano, da dove continuava a succhiare il toscano spento.

“Io non ci vedo nulla da ridere. A me sembra piuttosto di stare dentro una tragedia nella quale pochi burattinai decidono il futuro di tutti. Così restiamo lontani, caro geometra. Mi tengo stretta la mia opinione e la invito a rivedere la sua: la politica non può che essere servizio disinteressato alla Città”.

“La divergenza c’è, non lo nego, ma, mi creda, è superabilissima. È chiaro che la forma va salvata. La politica è… Come minchia si dice in latino? Sì, è una specie di do ut des. Da sempre è stato così, sin dai tempi di Noè. C’è chi comanda, c’è chi media e c’è chi lavora. Che minchia ci stiamo a fare qua noi allora? Per beneficenza? Affari, caro Sindaco, sono solo affari e noialtri imprenditori dobbiamo essere sempre attenti a intuire da che parte soffia il vento per proteggere i nostri investimenti… E anche chi fa politica, senza offesa, lo deve essere se non vuole trovarsi impantanato nella merda. Mi spiego, vero?”.