Ha ragione il presidente della Commissione nazionale antimafia Nicola Morra quando dice che molti messaggi di solidarietà espressi al titolare dell’azienda dolciaria Condorelli da parte di “certa” politica hanno il sapore disgustoso dell’ipocrisia. 

Due giorni fa sono stati arrestati 40 mafiosi del clan Santapaola-Ercolano che per molti anni hanno operato fra i comuni di Paternò e Belpasso (città, quest’ultima, dove ha sede la famosa ditta del “torroncino”) mettendo a ferro e fuoco il territorio attraverso il traffico di droga e le estorsioni.

I Carabinieri, in un comunicato, hanno evidenziato il coraggio di Giuseppe Condorelli nel denunciare diverse richieste di “pizzo”, che ha contribuito all’arresto dei quaranta affiliati a Cosa nostra.   

Un gesto bellissimo, perché arriva da uno dei simboli dell’industria d’eccellenza in una Sicilia dove non è facile dire no alla mafia, specie quando minaccia di farti saltare l’industria. Un esempio che – proprio perché parte da un imprenditore di serie A – potrebbe essere seguito da molti colleghi riluttanti nel denunciare il racket. Quindi è giusto, innanzitutto, riconoscere a Giuseppe Condorelli l’importanza fondamentale di un gesto del genere.

Da quel momento è stato un susseguirsi di elogi, di congratulazioni, di messaggi (tutti meritati) nei confronti dell’imprenditore per “questa azione esemplare compiuta contro la mafia”. Che l’atto sia esemplare non ci sono dubbi, che certi inni ridondanti e retorici si siano levati dalla parte sbagliata… pure.

È ipocrita da parte di Forza Italia salire sul carro dell’antimafia per dire “siamo tutti Condorelli”. Non bisogna dimenticare che partito è “quel” partito: un fondatore condannato per mafia (Dell’Utri), un leader che con la mafia ha fatto affari e, secondo i magistrati, potrebbe essersi spinto oltre (Berlusconi), molti altri personaggi alle prese con problemi giudiziari seri per certi legami inconfessabili. Forza Italia è una formazione politica che nei decenni in cui ha governato questo Paese ha fatto passare il messaggio che “con la mafia bisogna convivere” (ricordate il ministro Lunardi?), ha approvato e tentato di approvare decine di leggi finalizzate a favorire i boss e gli amici dei boss, e ancora oggi è il perno “moderato” del centrodestra italiano.

Ipocriti gli alleati di Berlusconi, perché non prendono le distanze dal “padre nobile” del loro schieramento, perché – il riferimento è alla Lega – hanno esponenti collusi in molti punti del Belpaese, perché non mettono in cima alla loro agenda politica la lotta alla mafia e infine perché si avvalgono dei voti dei mafiosi per vincere le elezioni.

Fino a quando l’ex Casa delle libertà non taglierà questo cordone ombelicale, ci sentiremo autorizzati a dire che i suoi leader – da Berlusconi a Salvini, dalla Meloni a Musumeci, da Miccichè a Zaia, e via via a cascata con i suoi amministratori locali – sono degli ipocriti che col loro silenzio sono complici indiretti di Cosa nostra.

E però saremmo falsi se tacessimo l’ipocrisia del Pd (il primo a sventolare i torroncini in Parlamento), per tanti anni alleato in Sicilia con Totò Cuffaro (condannato definitivamente per favoreggiamento a Cosa nostra) e con Raffaele Lombardo, attualmente sotto processo per presunti legami con alcuni boss.

Oggi il Partito democratico osserva un significativo silenzio su certe strane “amicizie”, accompagnate da altrettante strane promesse (presunte, ovviamente, fino ad un eventuale processo e sentenza) di qualche segretario locale intercettato a discutere amabilmente di voti con degli affiliati.

Ora, ci rendiamo perfettamente conto dell’abisso che separa la “questione morale” del centrodestra con  la questione morale del Pd: nel primo caso ci troviamo di fronte ad un inquinamento “sistemico” che riguarda un vertice che nessuno ha mai osato mettere in discussione; nel secondo una “fisiologia del sistema” che però il partito non sempre riesce a combattere in maniera risoluta e decisa.

Non basta che i Dem non candidino un personaggio come Lumia, simbolo in Sicilia delle alleanze con i personaggi di cui sopra: è necessario gridarlo, in modo che la gente capisca che si vuole veramente voltare pagina.

E però – attenzione – non c’è solo ipocrisia in questa corsa allo slogan “antimafia” d’effetto in cui, in questi giorni, dal Parlamento ai Comuni più sperduti, tutti sono tutti impegnati.  C’è anche del calcolo politico, che spiega la qualità della classe dirigente che abbiamo oggi al potere.

Esultare e appropriarsi di un ottimo risultato ottenuto dalla magistratura e dalle Forze dell’ordine (su denuncia di un imprenditore) contro il livello più basso di Cosa nostra, significa tentare di far passare il messaggio che un problema gravissimo come quello mafioso sia riconducibile esclusivamente ai gestori del “pizzo” e dello spaccio di droga.

E questo discorso, oltre ad essere ipocrita, è pericoloso, poiché instilla nel cittadino medio la convinzione che in fondo la mafia non è quella cattiva organizzazione di cui qualcuno parla. Sì, è vero, c’è una mafia che dà fastidio, ma la politica è un’altra cosa. Basta ricordare lo slogan di Totò Cuffaro veicolato in tutta la Sicilia attraverso i mega manifesti: “La mafia fa schifo”.

A quale mafia si riferiva l’ex presidente della Regione? A quella che serve a portare i voti a certi politici e che spara impunemente o a quella dei Colletti bianchi? In fin dei conti l’ala militare di Cosa nostra è il comodo capro espiatorio al quale addossare le stragi, gli omicidi, le estorsioni, il traffico di droga. Alla fine, in carcere, sempre Riina, Provenzano e Santapaola ci sono andati. Sì, certo, Cuffaro e Dell’Utri pure, ma chi dei politici “di vertice” ha pagato?

E allora è bene dirlo: la mafia fa schifo “tutta”: dal Malpassoto (che fino ad alcuni anni fa dominava Belpasso e il territorio catanese) a Santapaola (che ha ucciso anche giornalisti, poliziotti e carabinieri). Ma fa più schifo quando si nasconde dietro al volto di Andreotti (pace all’anima sua) che partecipava ai summit mafiosi e si girava dall’altro lato quando il capo dei capi Stefano Bontate gli disse che c’era il progetto di uccidere il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Lui, il sette volte presidente del Consiglio, non mosse ciglio e pochi giorni dopo Mattarella fu assassinato.

Nella foto: il Cavaliere del lavoro Giuseppe Condorelli nella sua azienda dolciaria (immagine La Sicilia)

Luciano Mirone