“Nell’Italia in cui si blindano le regioni del Nord, e i luoghi pubblici come gli stadi e le scuole, per  contenere la diffusione del coronavirus, succede che gli aeroporti (negli spazi riservati alle partenze) siano liberi dai controlli sanitari prima del decollo”.

Questa la denuncia di una passeggera che – assieme a decine di viaggiatori – ieri ha vissuto il dramma di trovarsi a contatto con un ragazzo che, secondo un medico presente a bordo, presentava tutti i sintomi del coronavirus, ovvero febbre, raffreddore, tosse, perfino uno svenimento durante il volo, dovuto forse ad un attacco di panico. Alla fine è stato necessario il ricovero in ospedale con l’ambulanza che attendeva in pista.

Insomma, un pomeriggio di paura causata da una situazione che in certi aeroporti italiani, a quanto pare è generalizzata: secondo l’intervistata, non si effettuano i controlli in partenza (al contrario di quello che avviene agli arrivi), col risultato che il contagio può avvenire sull’aereo o addirittura nello stesso aeroporto. Ma proprio perché si tratterebbe di un fenomeno generalizzato, riteniamo di non svelare il nome della compagnia aerea (per non farne un capro espiatorio ), della tratta in questione, della persona intervistata (la cui testimonianza comunque è stata regolarmente registrata col permesso dell’interessata), e del malato. Quello che assicuriamo è che si tratta di un fatto vero, che dovrebbe fare riflettere soprattutto i nostri governanti. Questo il testo della conversazione.

Signora, quando è partita?

“Ieri pomeriggio con un volo nazionale”.

Di cosa è testimone?

“Del fatto che, prima dell’imbarco, non c’è stato alcun tipo di controllo. Siamo stati imbarcati come se nulla fosse, come se stessimo vivendo una situazione normale. Poi però, durante il volo (sarà passato circa un quarto d’ora, in un viaggio che ha una durata di circa un’ora e quaranta), arriva un’hostess dalla parte posteriore dall’aereo, che si rivolge alla collega che si trova nella parte anteriore: ‘C’è un signore (in realtà un ragazzo) che ha avuto una crisi respiratoria ed è svenuto, cosa facciamo?’. La collega risponde: ‘Fatelo venire qui: c’è la prima fila libera e nel frattempo vediamo se è presente un medico a bordo’. E così è stato. Il ragazzo si è posizionato in prima fila, dove è arrivato un medico, che si è seduto accanto a lui e ha cominciato a fargli una serie di domande”.

Cosa gli ha chiesto?

“Innanzitutto ha cercato di capire come stava, come si sentiva in quel momento, dopodiché ha iniziato con le domande per comprendere se potesse trattarsi di un’infezione da coronavirus. Ho sentito che gli ha domandato: ‘Come è stato in questi giorni?’. E lui: ‘Ho avuto la febbre (sui 37 e mezzo)’. ‘Ha tosse?’. Il ragazzo ha risposto di sì. Infatti poco dopo l’ho sentito tossire. ‘Ha i sintomi dell’influenza?’. ‘Sì’. ‘Ha avuto difficoltà respiratorie nei giorni passati?’. ‘Sì’. Insomma, sono stati diverso tempo a parlare, il medico ha cercato di tranquillizzarlo, pensava che ci potesse essere anche uno stato d’ansia. Quando mancavano una quindicina di minuti all’atterraggio, hanno fatto spostare il ragazzo: dalla prima fila lo hanno sistemato nella zona delle hostess: il giovane aveva bisogno di distendersi e lo hanno fatto sdraiare per terra. Cinque minuti prima di atterrare, il medico ha chiesto una mascherina. Nel frattempo gli ha misurato la temperatura con il termometro di bordo: ‘Ha la febbre, presenta i sintomi del coronavirus”.

Questo lo ha sentito lei?

“Sì”.

Dove era posizionato inizialmente il passeggero malato?

“Nella parte posteriore, ma non so esattamente in quale fila. So che ha avuto una crisi respiratoria con perdita dei sensi”.

Si è mosso parecchio?

“Si alzava, si sedeva, si girava verso di noi, prima aveva caldo, poi aveva freddo, poi è andato in bagno, insomma si è mosso parecchio”.

E poi?

“Poi il medico ha aggiunto: ‘Dobbiamo chiamare un’ambulanza, va sottoposto a tampone e a ricovero in ospedale. Però non va escluso che si sia trattato di un attacco di panico’. Le hostess, quando hanno sentito questa cosa, hanno cambiato espressione, forse perché fino a quel momento pensavano solo a uno stato di ansia”.

Quindi può darsi che si sia trattato di un attacco di panico?

“Può darsi, però secondo me è giusto informare l’opinione pubblica che non esistono controlli negli spazi riservati alle partenze, contrariamente a quel che avviene negli spari riservati agli atterraggi. Parte chiunque, anche chi sta male ed ha la febbre”.

Alla fine la mascherina l’hanno trovata?

“Gliene hanno dato una non adeguata, infatti il medico ha detto: ‘Questa non va bene, non blocca l’uscita’. Alla fine ne hanno procurato una chirurgica: ‘Questa è migliore”.

Cos’altro ha sentito a bordo?

“La mia vicina di posto era pietrificata. Mi ha detto: ‘Spero che su questo fatto non saranno omertosi, questa storia è bene che si sappia”.

Secondo lei in cosa consiste l’anomalia in questa storia?

“Sul fatto che non c’è stato alcun controllo alla partenza. Se avessero visto che il ragazzo stava così male non lo avrebbero fatto salire”.

E all’arrivo siete stati controllati dal punto di vista sanitario?

“Sì”.

E allora qual è il problema?

“Che fanno partire persone con sintomi di un certo tipo come se nulla fosse, col rischio di causare un contagio diffuso. Secondo me dovrebbero agire diversamente, controllando tutti alla partenza”.

Sul suo aereo potrebbe essere stata contratta un’infezione?

“Non lo escludo, così come non escludo che un contagio potrebbe essere avvenuto nello stesso aeroporto, poiché abbiamo fatto una fila interminabile, dato che il volo ha portato ritardo. Il problema riguarda anche il personale di bordo, il medico (senza mascherina) che lo ha assistito, e ovviamente la gente che era accanto a lui. Non è indifferente il contatto che questo ragazzo ha avuto con le persone. Posso capire se si fa partire un asintomatico, ma non un ragazzo con la tosse, il raffreddore e la febbre no. Penso che queste cose debbano essere gestite meglio”.

Come sta vivendo questa situazione?

“Con ansia. Ho chiesto prima di scendere alle hostess cosa sarebbe successo in caso di positività del ragazzo, se avrebbero avuto la delicatezza di informarci per capire se possiamo stare sereni. Mi hanno assicurato che se ci fosse da temere, chiameranno i passeggeri per effettuare il tampone, dato che siamo stati vicini al soggetto a rischio. È passato un giorno e non ho ricevuto alcun tipo di contatto. Il problema è che nel frattempo i passeggeri potrebbero avere infettato altra gente”.

Chi è venuto a prenderla all’aeroporto?

“Mio marito”.

Nel frattempo ha preso delle precauzioni?

“Mi sono isolata in casa. Non sto vedendo mamma e papà. Addirittura oggi mamma ha portato delle cose da mangiare: gliele ho fatte lasciare fuori di casa. Non posso permettermi di giocare con questa cosa, considerata l’età dei miei genitori”.

Lei aveva la mascherina in aereo?

“Sì, e anche di quella buona, ma ho paura per i molti passeggeri senza mascherina”.

Da quale parte vi hanno fatto scendere?

“Solo dalla parte anteriore”.

Quando siete scesi, il ragazzo è entrato in contatto con dei passeggeri?

“Sì, mentre aspettava l’ambulanza. Lì si è perso tempo ed in questo frangente è stato a contatto con molta gente, perché aveva dimenticato la felpa e il bagaglio”.

Luciano Mirone