“Quando ho letto i nomi dei 25 funzionari del gruppo d’indagine sulle stragi Falcone e Borsellino ho pensato: come si fa ad affidare un’indagine sulla strage di via D’Amelio dove viene ucciso un procuratore aggiunto e 5 agenti della polizia di Stato a persone che non sanno nulla di mafia che non hanno un’esperienza lunga di lavoro della criminalità organizzata? L’ex capo della mobile palermitana che poi fu messo a capo di quel gruppo, Arnaldo La Barbera, sarà stato un ottimo funzionario di polizia ma di mafia ne sapeva meno di mia madre che quando l’andavo a trovare a Napoli mi diceva: qualche giorno mi devi spiegare questa mafia che sta in Sicilia”. Lo ha detto l’ex numero 2 del Sisde Bruno Contrada, per anni ai vertici degli uffici investigativi siciliani, sentito dalla commissione regionale Antimafia che indaga sui depistaggi delle indagini sulla strage di Via d’Amelio.

“A Firenze o ad Arezzo o a Bergamo si può mandare a fare il capo della squadra mobile uno che non ha mai fatto polizia giudiziaria, che non ha esperienza di anni e anni di lavoro con i criminali mafiosi. Ma non in Sicilia” ha aggiunto.

“La mattina del 20 luglio ’92 – ha anche detto – mi telefonò Sergio Costa, genero del capo della polizia di allora, Vincenzo Parisi, che mi disse ‘Parisi desidera che lei prenda contatti con il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra per la strage di Borsellino’. E io in quel momento seppi che il procuratore di Caltanissetta si chiamava cosi. Ma dopo che lo incontrai mi chiesi : come fa Tinebra a condurre un’inchiesta così importante?”. 

Nella foto: l’ex numero 2 del Sisde Bruno Contrada

Ansa