Un imprenditore di Belpasso decide di ribellarsi al racket dell’usura e delle estorsioni, fa arrestare i suoi aguzzini collegati ai clan mafiosi “Santapaola-Laudani”, ma il suo Comune non si costituisce parte civile al processo iniziato lo scorso novembre, al contrario di quanto hanno fatto le Amministrazioni di Catania, di Sant’Agata li Battiati e di Camporotondo Etneo. Motivo ufficiale: i fatti – secondo il sindaco Carlo Caputo – non si sono verificati nel territorio di Belpasso. Ma Salvo Fiore, 47 anni, il costruttore che ha denunciato il racket, non ci sta: “Fra 27 persone arrestate e residenti a Catania, a Paternò, a Mascalucia, a Nicolosi e a Riposto, tre sono di Belpasso (due della frazione di Piano Tavola e una del centro città). Quelle di Piano Tavola appartengono al clan dei ‘Mattiddina’: un componente di quella famiglia è attualmente in galera per il delitto dell’ispettore di Polizia, Giovanni Lizzio, commesso a Catania il 27 Luglio 1992. Molte minacce – seguita Fiore – le ho subite a Belpasso, mentre ero residente a Belpasso, e mentre avevo i cantieri a Belpasso. Questo è sancito dagli atti processuali. Il sindaco, dopo avere aderito alla nostra richiesta, ha improvvisamente cambiato idea con una spiegazione alquanto singolare. Mi chiedo qual è il vero motivo”.

(Noi – per ragioni di pluralismo – mettiamo a disposizione questo giornale affinché il primo ci9ttadino di Belpasso spieghi le sue ragioni).

Salvo Fiore è amareggiato, “specie se si pensa che sono stato l’unico imprenditore belpassese ad aver denunciato i propri aguzzini. Con questo gesto l’Amministrazione comunale della mia città è come se volesse lanciare un segnale preciso agli imprenditori: se denunciate la mafia, il Comune vi lascerà soli.

Un calvario quello di Salvo Fiore, vent’anni di angherie, di soprusi, di minacce. “Ti svuotano il cervello, diventi un burattino nelle loro mani. Ti riducono senza un soldo in tasca. Non posso dimenticare il dramma familiare scaturito dal tentativo di sequestro di mia figlia, rilasciata solo per un errore di persona”.

 

Tutto inizia nel 1993. Salvo ha 23 anni ed una ditta di costruzioni con 130 dipendenti, un buon fatturato, ma – come dice lui stesso – “con una ingenuità disarmante”.

“L’usura manco sapevo cosa fosse”, prosegue. “ero in difficoltà economiche A un mio fornitore confidai: ‘Non sono in condizioni di coprire un assegno di 17 milioni di lire’. ‘Te lo copro io, ma a condizione che me ne firmi uno di 23: puoi pagarlo mensilmente a rate’. Ingenuamente firmai l’assegno. Da quel momento divenni vittima del racket. Quando ritardavo a pagare erano guai: gli interessi si moltiplicavano. Nel giro di alcuni anni, da 2milioni di vecchie lire siamo passati a 20mila Euro al mese. Un giorno, alle sei di mattina, suonarono alla porta dei miei genitori (allora vivevo con loro, ora spiego perché). Erano i miei usurai. Immaginate il trambusto. Mio padre e mia madre che si preoccupano, quelli che suonano ripetutamente. Scesi e spiegai le mie difficoltà. Niente da fare: volevano immediatamente i soldi”.

Perché vivevi con i tuoi genitori?

“Mia moglie mi aveva lasciato. Non avevo neanche i soldi per comprare il latte a mio figlio di due anni”.

Dunque in questa storia c’è anche un distacco familiare?

“Sì. A casa mancava qualsiasi cosa. Quando non hai la possibilità di comprare il pane, quando non puoi garantire la pace e la serenità in famiglia, ti senti una nullità. Non ho mai provato rancore per la mia ex moglie: ha fatto bene a lasciarmi”.

Com’è il meccanismo dell’usura?

“Uno ti presta dei soldi e tu devi restituirgli la somma con degli interessi stratosferici. Se non puoi pagare subito, gli interessi aumentano. Il problema è che non hai a che fare con una sola persona. Un usuraio te ne porta un altro, questo un altro, e poi un altro, all’infinito. Ognuno ti indirizza al ‘collega’; ‘Non ti preoccupare, ti faccio prestare altri dieci milioni’. Il meccanismo è questo. Per 20 anni ho lavorato esclusivamente per loro”.

Hai pagato anche il “pizzo”?

“Sono talmente organizzati che i soldi del ‘pizzo’ te li fanno scontare attraverso l’usura”.

Puoi fare un esempio?

“Avevo un terreno alla periferia di Catania, dove avevo iniziato a costruire un palazzo (fino a quel momento avevo speso 200mila Euro): ‘O ci dai il terreno oppure non metterai più piede a casa tua’. Dall’usura erano passati all’estorsione. Chiesi un mese di tempo. Due giorni dopo capitolai: ‘Vi do il terreno, l’importante è che mi diate i soldi che ho speso finora’. ‘Nessun problema’. Facciamo l’atto. Da quel momento sono iniziati i guai”.

Perché?

“Non solo non mi hanno dato neanche un soldo, ma mi hanno costretto a lavorare gratis per loro, con i miei operai e le mie attrezzature. Il palazzo che avevo iniziato, l’hanno completato loro. Mi hanno esautorato dall’azienda e hanno preso il mio posto, riducendomi alla fame”.

Poi cosa avvenne?

“Il 31 Dicembre 2008 mi ero ridotto con 5 Euro in tasca e convivevo da alcuni anni con l’attuale compagna. Dopo il capodanno tornai in cantiere. Li supplicai: ‘Posso avere i miei soldi?’. ‘Sali in macchina’. Mi portarono in un posto sperduto. Presero una pistola ‘Non riprendere questo discorso sennò ti spariamo. Bada che sappiamo dove abiti, dove abita tua mamma, sappiamo che hai due nipotini che vanno all’asilo. Avevo perso tutto, mi avevano tolto anche la macchina”.

Fino a quando…

“Il 17 giugno 2009, dopo una riflessione con la mia compagna, mi recai alla Squadra mobile di Catania. Era ora di pranzo. I tre ispettori di turno mi fecero un’accoglienza stupenda. ‘Ha mangiato?’. ‘No’. ‘Le prendiamo qualcosa al bar?’. ‘No’. ‘Cosa possiamo fare per lei?’. ‘Solo un caffè… Posso fumare?’. Tremavo come una foglia. ‘Non si preoccupi, adesso ci siamo noi’. Cominciai a parlare alle 13 e terminai alle 22. Quando ci salutammo, mi rassicurarono: ‘Signor Fiore, questi sono i numeri dei nostri cellulari. Ci può chiamare giorno e notte’. Le deposizioni si susseguirono quasi ogni giorno. Da allora con la Polizia si è creato un rapporto bellissimo. Mi chiamano sempre, ‘Fiore, tutto a posto?’, passano da casa, sono i miei primi confidenti. Non dimenticherò mai il comportamento e la professionalità del magistrato che ha svolto le indagini, la dottoressa Giovannella Scaminaci, del mio avvocato Enzo Guarnera, della presidente dell’associazione antiracket di Catania, Gabriella Guerini (che, assieme ad altre associazioni, si è costituita parte civile), della mia commercialista Maria Luisa Barrera”.

Che è successo da quel momento?

“Sono rimasto barricato a casa per due anni. Avevo paura. Per fare la spesa, per prendere un caffè, per comprare il giornale chiamavo sempre la Polizia, che mi suggeriva come muovermi”.

Cosa hai provato rivolgendosi alle Forze dell’ordine?

“Una liberazione. Bisogna denunciare. È giusto, e soprattutto conviene. Lo Stato è dalla nostra parte. Oggi sono rinato, sono una persona libera, l’azienda si è risollevata”.

E tuo figlio? Sa che non potevi comprargli il latte?

“Oggi ha vent’anni. Vive a Belpasso, a pochi metri da casa mia, sa tutto, mi controlla sempre, se si ferma una macchina davanti casa prende il numero di targa. Si sta creando un bell’avvenire nel settore alberghiero. Sono orgoglioso di lui”.