“Abbiamo presentato l’atto di opposizione all’archiviazione perché abbiamo mosso una serie di osservazioni circa l’inadeguatezza delle indagini svolte, le evidenti lacune investigative soprattutto nelle prime ore successive al decesso di Simona Cinà, l’incompletezza degli accertamenti medico-legali e il mancato approfondimento di tutti i profili dai quali potessero evidenziarsi responsabilità penali colpose”.
Lo ha detto l’avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia Cinà, in conferenza stampa sulla richiesta di riapertura delle indagini sulla morte della 21enne pallavolista deceduta il 2 agosto dello scorso anno durante una festa di laurea in una villetta con piscina tra Aspra e Mongerbino.
“La richiesta del pubblico ministero – ha osservato l’ex pm di Palermo – è fondata su una ricostruzione non sufficientemente dimostrata tendente ad escludere qualsiasi responsabilità di terzi nella causa dell’evento, finendo dunque per privilegiare l’ipotesi secondo cui la morte di Simona sarebbe stata conseguenza di un ingresso autonomo o accidentale in acqua, seguito dall’impossibilità di riemergere a causa del grave stato di intossicazione alcolica, senza l’influenza della condotta di alcuno. Riteniamo che, ad esempio – ha spiegato l’avvocato Ingroia – non è stata adeguatamente esplorata la possibilità che Simona sia caduta in piscina a seguito di una spinta, intenzionale o accidentale, eventualmente nell’ambito di comportamenti scherzosi tra gli invitati. Un’ipotesi, secondo noi, tutt’altro che astratta, anche perché dalle indagini è emerso che durante la stessa festa vi erano stati episodi nei quali altri invitati erano stati gettati in acqua. In particolare – ha sottolineato il penalista della famiglia Cinà – un’altra ragazza era stata a sua volta buttata in piscina vestita e aveva inoltre avuto, poche ore prima della morte di Simona, difficoltà a riemergere autonomamente, tanto da richiedere l’intervento di un’altra invitata”. E poi c’è il ruolo dei partecipanti alla festa. “Nessuno di loro – ha affermato l’avvocato Ingroia – ha dato un contributo alle indagini. Erano amici di Simona e dopo la morte sono spariti” (Ansa).
Fin qui le dichiarazioni dell’avvocato Ingroia, precedute da quelle che la famiglia Cinà ha rilasciato poc’anzi.
“Noi abbiamo abbiamo provato ad avere fiducia all’inizio per quello che ci hanno detto sia i carabinieri sia il pubblico ministero. Ma ora ci risulta palese che le indagini non sono state fatte bene, né per quanto riguarda la dinamica e la ricostruzione dei fatti, né dal punto di vista medico legale né ascoltando a fondo i testimoni presenti”.
Così Luciano Cinà e Giusy Corleone, genitori di Simona, la ragazza di 21 anni morta annegata in una piscina durante una festa di laurea a Bagheria, incontrando i giornalisti assieme ai loro legali Antonio e Paolo Ingroia per annunciare il deposito dell’istanza di opposizione all’archiviazione formulata dalla procura di Termini Imerese.
“Per noi è assurdo quello che è successo – ha aggiunto la madre – vogliamo sapere la verità perché nostra figlia era una ragazza solare, pulita, atletica e non è possibile che si esca per andare ad una festa e poi non si ritorni più a casa. Non può essere ridotto tutto ad una tragica fatalità. Se alla festa ci fosse stato un bagnino, mia figlia sarebbe ancora viva. E’ invece è andata ad una festa per divertirsi e l’ho trovata morta per terra. L’ho sentita fino all’una e trenta. Mi ha detto che stava ballando e si stava divertendo. Non si può morire così”.
“Noi non cerchiamo un colpevole – ha detto Roberta, sorella di Simona – ma da parte delle persone presenti alla festa non c’è stata nessuna collaborazione. Nessuno mi ha chiamato mi hanno detto semplicemente che sarà stata una fatalità. Tra gli ex amici di Simona e noi si è alzato un muro impenetrabile” (Ansa).
Nella foto: il legale della famiglia Cinà, Antonio Ingroia























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