In questi giorni il sindaco di Belpasso (Catania) Carlo Caputo sta informando i cittadini di aver ricevuto i fondi per rifare (lui lo chiama “restyling”) uno dei simboli più belli e significativi della città: la villa comunale “Nino Martoglio” realizzata negli anni Cinquanta dal sindaco Martinez per creare un “polmone verde” al centro del paese al posto di un’area riservata per secoli alla fiera bestiame.

Un’ampia scalinata che idealmente rappresenta la prosecuzione del “salotto” della via Roma con dei motivi ornamentali realizzati con i ciottoli del mare, e dei vialetti che, dipartendosi da destra e da sinistra, confluiscono nel municipio e nella Chiesa del convento, con un ampio piazzale a fare da punto di convergenza per i frequentatori. Il tutto coperto da una vistosa alberatura, caratterizzato da aiuole piene di fiori, da diverse panchine, da una fontana al centro. il cui zampillìo è visibile in lontananza. Un disegno complessivo che, visto dall’alto, raffigura l’araba fenice, emblema della città.

Per decenni è stato il bellissimo fiore all’occhiello delle famiglie, dei giovani, delle persone provenienti da tanti punti della provincia, soprattutto la domenica, sia in estate che in inverno. Poi c’è stato il declino. Mica causato dallo spirito santo. Semplicemente da classi politiche poco avvezze alla bellezza e al bene pubblico: prima i cementificatori al potere, poi i sedicenti “giovani” (senza volere generalizzare), per i quali il Giardino Martoglio rappresenta, evidentemente, una zona franca dove potere spacciare, dove potere portare i cani a fare i propri bisogni (ovviamente nelle aiuole, che altrove non vanno calpestate, ma qui possono esserlo liberamente, anche perché fanno da ricettacolo di qualsiasi rifiuto), dove potere imbrattare i monumenti degli uomini più illustri della città.

Ci vuole uno scienziato per capire perché un tempo la villa comunale era un simbolo ed oggi è una “carta sporca” abbandonata al proprio destino? Tutto sta nella cura: se la politica non si pone neanche il problema di cambiare una delle tante mattonelle divelte, se non si pone il problema di pulirla, se non osserva cosa succede di giorno e di sera, pensate che i cittadini possano mai sentire come “proprio” quel posto?  Ma quel che bisogna chiedersi è perché da anni non si fa una manutenzione. Sciatteria? Oppure una strategia per portare la gente a dire: che schifo! Benedetto chi finalmente sta pensando a rifarla. Indovinate chi?

Con le elezioni alle porte (non sappiamo se le comunali o le regionali), Caputo ha bisogno di “movimentare” le ruspe anche laddove basterebbero le ramazze, i cestini, gli alberi e i fiori.

Dopo decenni in cui il primo cittadino, sulla villa comunale, è stato letteralmente latitante (basta affacciarsi dal Palazzo municipale per vedere lo stato in cui versa), lui stesso ci informa che è arrivato il momento di cambiarla, quindi finalmente si potrà procedere al “tanto atteso” restyling, in modo da riportare la gente alla villa, come succedeva un tempo. Insomma, tutta questione di soldi, non di pulizia, di manutenzione e di amore. Nessun progetto visionario, come sarebbe necessario in un centro dalle potenzialità eccezionali. Solo cemento.

Ma la domanda è una sola: sono così necessari questi lavori? Crediamo che non ci sarebbe voluto molto per rendere questo luogo accogliente: con pochi soldi si sarebbero potute sostituire le mattonelle, piantare altri alberi, curare le aiuole, organizzare degli spettacoli e delle manifestazioni culturali. Invece il nulla.

A proposito di questo: a giugno L’Informazione – nel contesto delle iniziative che organizza frequentemente – aveva proposto al sindaco una rassegna di incontri con gli autori da allestire proprio alla villa comunale (al costo “esorbitante” di un microfono, di un amplificatore e di un centinaio di sedie di cui il Comune è in possesso: insomma costo quasi zero), in modo da porre al centro del dibattito la valorizzazione di un luogo dimenticato.

Siamo convinti che la cultura rappresenti la medicina migliore per creare aggregazione ed economia. Perché la cultura è come la citronella: tiene lontane le zanzare in modo naturale. Nel nostro caso, tiene lontani gli spacciatori, i delinquenti, i distruttori, senza scomodare le forze dell’ordine. Ma è anche come una calamita: attrae la bella gente.

Ci è stato risposto di no. E questo la dice lunga. Non sappiamo se per mancanza di sensibilità o per un particolare “fiuto” dell’iniziativa “politica” altrui. Sia chiaro: rivendichiamo con orgoglio la parola “Politica”. Con la P maiuscola. La Politica della crescita culturale e sociale, del Bene comune, che, a nostro avviso, un organo di informazione dovrebbe promuovere (non a caso i più grandi giornali organizzano dibattiti, feste, presentazioni di libri e spettacoli). Nel discorso introduttivo avremmo posto  questo contenuto. Non ci è stato consentito, pazienza. Ma andiamo avanti lo stesso.

Adesso finalmente apprendiamo che sulla villa sarà operato un “restyling”. Per mancanza di tempo non abbiamo potuto partecipare – un paio di anni fa – all’incontro con la cittadinanza indetto da Caputo sui tempi, sui modi, sui motivi del ripristino, però vista la “sensibilità” con cui sono stati trattati alcuni monumenti importanti come la via Roma (oltre un chilometro e mezzo di basolato lavico che dopo i lavori – ancora in corso – è stato rotto in diversi punti e affossato in altri), come la chiesa di Sant’Anna (un unicum di facciata antica in pietra lavica rifatta con intonaco “moderno”, tanto per eliminare l’unicum), vista la sensibilità con cui il sindaco si ostina a non redigere il Piano regolatore e a consentire la desertificazione del centro storico, la sensibilità con la quale ha “vigilato” sugli appalti del Pnrr (con lavori concessi col 2, col 3,col 4, col 5 , col 6 per cento di ribasso), con cui ha gestito la pavimentazione di un’altra piazza… rifatta due volte, con cui promette parchi pubblici senza mantenere una sola parola, non ci fidiamo, e gli chiediamo di rendere pubblica ogni carta sul restyling.

Signor sindaco, prende l’impegno di non estirpare o di tagliare un solo albero, di piantare altre essenze e fiori (eventualmente quali?), di non appesantire la struttura con nuove pavimentazioni “impermeabili” (visto il cambiamento climatico), di non stravolgere l’impianto originario, a cominciare dal disegno dell’araba fenice e dei vialetti?

Nella foto: il Giardino pubblico “Nino Martoglio” di Belpasso (Catania) visto dall’alto

Luciano Mirone