Fino a quando assisteremo a gesti di solidarietà come questo, non tutto nel mondo è perduto. Siamo a Belpasso (Catania) nel giorno della festa di santa Lucia. L’aria è frizzante, lo scampanio della Chiesa Madre si avverte anche da lontano, l’odore del torrone appena tostato si sprigiona dalla bancarella di fronte. Un vecchio contadino pronuncia questa frase ed io la capto casualmente per strada. Lo avvicino. “Di cosa si tratta?”. “Tutto sta avvenendo spontaneamente, una cosa mai vista, stanno contribuendo in tanti”.

Mi racconta tutto. Un piccolo-grande episodio che, di fronte alle guerre e alla violenza, non fa notizia, ma probabilmente è la chiave per accedere alla parola speranza. Sì, perché “in fondo l’uomo non è cattivo”. Solitamente penso il contrario, e però, in quel momento, non so come e perché, mi viene alla mente ciò che disse Anna Frank prima che la deportassero ad Auschwitz.

Da poche ore era venuta a mancare prematuramente una signora, Maria Grazia Bonforte: nel quartiere di Borrello la conoscevano tutti per la sua semplicità, il suo sorriso, il suo senso della famiglia. Divideva la giornata fra la casa e l’assicurazione del marito, Concetto Motta. La domenica la vedevi immancabilmente a messa.

Un flash di quasi quarant’anni prima. Una gita in Puglia, lei poteva avere una trentina d’anni, era  già sposata con Concetto. Bionda, i capelli a caschetto, gli occhi del mare. Bellissima. Fra il serio e il goliardico fu incoronata “Miss gita”. Poi tutti intonarono il coro, “discorso discorso”, e lei diventò rossa e si emozionò e ringraziò tutti facendo capire che era già oltre: la famiglia, i figli…

Una donna come tante, con una storia diversa: aveva ragione il vecchio. Attorno a lei, in quel giorno di santa Lucia del 2025, quando i suoi occhi verdi si erano chiusi per sempre, stava succedendo qualcosa. Invece di donare fiori, si era deciso di raccogliere una somma per il bene dei bambini e dei ragazzi, come avrebbe voluto lei: regalare dei defibrillatori alle scuole di Belpasso, dei dispositivi salvavita progettati per rilevare e trattare le aritmie pericolose e l’arresto cardiaco. E allora cominciò a scattare la solidarietà: prorompente come la vita che Maria Grazia si era lasciata alle spalle.

Oggi, a distanza di pochi mesi, incontro il figlio Roberto nella piazza, davanti a quella chiesa, che lei vedeva ogni giorno. Mi racconta tanti retroscena legati a questa storia. “Tutto accadde all’improvviso poco tempo prima: una notte incredibile. Mia mamma, tutt’a un tratto, stava male e mio padre a stento riusciva a spiegarlo a me e mio fratello Daniele. Sintomi strani, soprattutto alla testa. Attraverso il 118 fu portata all’ospedale Cannizzaro di Catania. Da quella stanza si vedeva il mare e lei si perdeva con lo sguardo verso l’orizzonte. Dopo una serie di controlli, l’esito impietoso: tumore. Per evitarle il trauma decidemmo di non dirle niente. Invece di deprimerci, ci mettemmo a organizzare delle feste all’interno del reparto. Al Cannizzaro visse giorni molto intensi. Alternava lunghi silenzi a qualche ‘discussione’ con l’immagine di santa Lucia appesa alla parete. ‘Voglio tornare a casa’, dovete portarmi la stessa immagine, voglio continuare a parlare con lei”.

“Dopo altri controlli, la conferma. Il verdetto non lasciava scampo: la malattia ha assunto forme gravi. Continuavamo a non dirle niente e a fingere, una condizione atroce per andare avanti. La malattia, tuttavia, fu un modo per compattare ancor di più la famiglia: furono giorni di profonde conversazioni con lei, alle quali partecipavano pure i nipoti che portavano allegria. Non ti dico quanti luminari del Nord abbiamo consultato: dopo varie illusioni, tutti rispondevano allo stesso modo: niente da fare”.

“Poi andammo all’Humanitas di Catania per una ulteriore visita: il protocollo prevede che i medici debbano essere sempre chiari con i pazienti. ‘Signora, la situazione è questa’. Ero pietrificato: ‘E ora che succede?’. Nel viaggio di ritorno cercai di capire le sue sensazioni. Lei sorrise: ‘Pensi che non lo abbia capito da tempo? Adesso ti prego, metti la musica ad altissimo volume, voglio cantare, voglio vivere, quale chemio, voglio tornare a casa per godermi la vita’. Facemmo tutto il viaggio di ritorno cantando a squarciagola. A un certo punto vide il camion dei panini: ‘Fermati. Un ben panino è quello che ci vuole’. Baldoria anche dal paninaro. Da quel giorno, mia madre, ebbe una disperata voglia di vita. La malattia l’aveva cambiata, aveva capito quanto fosse importante cogliere l’attimo, acchiapparlo per conservarlo dentro”.

“A casa disse: ‘Adesso organizziamo una festa per papà: l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, fa l’onomastico. Cinque giorni dopo, il 13 dicembre, giorno della festa di santa Lucia, mentre le campane suonavano, chiuse gli occhi serenamente. Ma da allora nacque una nuova vita. L’iniziativa dei defibrillatori nasce proprio da quel momento di grande dolore. Quando mia madre è venuta a mancare, ho ricevuto l’affetto e la vicinanza di tantissime persone. Chi mi conosce sa quanto io creda nel fare del bene, nell’aiutare il prossimo e nell’impegno verso la comunità”.

“Proprio in quei giorni, molte persone, venendomi a trovarmi, vedendomi nello sconforto e conoscendo il mio modo di essere, mi hanno stimolato ed incoraggiato a lasciare un segno concreto. Mi hanno spinto a trasformare quella rabbia per la perdita di mia madre, e quel dolore immenso, in qualcosa che potesse fare del bene agli altri, in un gesto che potesse restare per sempre, in modo indelebile. Ed è proprio da lì che è nata questa idea: raccogliere delle somme e, insieme a mio fratello, aggiungere la parte restante per acquistare e donare tre defibrillatori”.

“La forza per compiere questa azione me l’ha data mia madre. Con questo gesto vorrei lasciare un messaggio ai ragazzi: il bene va fatto sempre, senza distinzione di alcun genere. Dobbiamo imparare a volerci bene, a rispettarci e ad aiutarci, perché spesso ci rendiamo conto di quanto siano importanti le persone soltanto quando non ci sono più”.

“Spero che questa iniziativa possa essere da stimolo per tutti coloro che desiderano fare del bene: ce n’è davvero bisogno. Credo fortemente e soprattutto nei giovani, nei bambini. Salvare la vita di un ragazzo significa salvare una famiglia, significa proteggere il nostro domani”.

“Viviamo in un mondo dove la tecnologia ci tiene sempre connessi davanti un monitor, a volte ci rende anche più distanti gli uni dagli altri: proprio per questo dobbiamo insegnare ai giovani ad essere più presenti, ad ascoltarsi, a guardarsi negli occhi, a tendere una mano a chi è in difficoltà”.

“Aiutare il prossimo non significa soltanto fare una donazione economica. A volte basta una parola, un gesto semplice, stare vicino a un amico o ad un compagno che sta attraversando un momento difficile”.

“È proprio dalle scuole che bisogna partire. Se riusciremo a crescere una generazione fondata sui valori del rispetto e della solidarietà, allora avremo una società migliore”.

“Questo è il ricordo più grande e più bello che porterò sempre con me: averle donato serenità e amore fino all’ultimo. E se tutto questo, un domani, potrà aiutare anche solo un ragazzo, sperando che non ce ne sia mai bisogno, allora avrò realizzato il desiderio più grande che porto nel cuore”.

Redazione