​Ci sono storie che hanno in sé una poesia “magicamente vera”, dove gli eventi della vita si legano attraverso fili che non sempre riusciamo a vedere subito.

​Ieri mattina mi trovavo nella nostra casetta rurale. È un posto che i miei genitori comprarono vent’anni fa, un caseggiato antico con un piccolo orto, rimesso a nuovo con i sacrifici di mio padre, mio fratello ed io. Un luogo che chiamai “la fattoria”, una “casa di salute” fatta di feste e di vita. Poi, col tempo e le perdite, quel posto è rimasto in affitto, andando quasi a disperdersi… fino a tre anni fa, quando è tornato libero.

​Mentre lavoravo nell’orto con un amico Alfio Chisari  per riportare la natura al suo splendore, lo sguardo mi è caduto su una pianta vicino a un limone. Un alberello rigoglioso, dalle foglie verdi e lucide, esposto in penombra, che in inverno fa dei fiori “strani”. Non sapendo cosa fosse, ho chiesto ad Alfio: “Che dici, la taglio?”. Lui mi ha risposto di no, ma in quel momento non ho dato peso alle sue parole.

​Sono andato a pranzo e mi sono riposato, ma una telefonata ha cambiato il corso della giornata. Era Fabio. Ci lega una serie di eventi, le famiglie, la scuola, gli scout. Addirittura nel 2015, durante un pellegrinaggio a Tindari per mia madre, l’unico paesano che incontrai dopo 140 chilometri fu proprio lui.

​Fabio è venuto a trovarmi per darmi consigli tecnici sull’impianto di irrigazione. Abbiamo parlato di tubi e colture, ma proprio mentre stavamo per risalire, sull’uscio della casa, non so perché e non so per cosa, gli ho chiesto: “Fabio, ma quella che pianta è?”. Siamo scesi a vedere. Appena arrivato di fronte, lui è rimasto colpito: “Questa è una bellissima Camelia”.

​In quel momento è emersa la magia. Fabio mi ha raccontato di come suo padre curasse una camelia simile per una signora a Catania, e di come quella pianta si fosse ammalata di “nostalgia” quando la proprietaria era partita, guarendo miracolosamente solo al suo ritorno. È lì che le nostre sofferenze comuni — la mia per mia madre e per mia sorella Susanna, la sua per la perdita della moglie — si sono intrecciate in un lungo silenzio.

​Il cerchio si è chiuso oggi. Parlando con mia zia, ho scoperto la verità: quella Camelia l’aveva piantata mia Madre. L’aveva portata con sé dalla casa di sua sorella. Mia mamma, che amava i fiori sopra ogni cosa e che sognava un negozio tutto suo, aveva lasciato lì la sua firma.

La Camellia japonica è il simbolo del legame eterno. A differenza degli altri fiori, non perde i petali uno a uno: cade intera, col calice unito alla corolla. Rappresenta l’unione che non si spezza. Proprio come nel film Avatar, sembra esserci una rete invisibile che connette l’uomo alla natura: quella pianta è rimasta lì per vent’anni, aspettando che io tornassi a riconoscerla per ricordarmi che chi amiamo non se ne va mai davvero.

​Ieri stavo per tagliarla, ma qualcosa — una mano invisibile, una coincidenza, o forse proprio lei, mia madre — ha fermato il colpo. Oggi, nel giorno della sua festa, la Camelia è tornata a essere l’orgoglio del giardino. ​Auguri, Mamma. La tua pianta continuerà a fiorire.

Nella foto: Camelie in vaso, dipinto di Mario Fanconi

Giuseppe Prezzavento