Trentotto giornalisti siciliani, alla vigilia del 34esimo anniversario delle stragi Falcone e Borsellino, hanno scritto una “lettera aperta” al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo affinché si indaghi a trecentosessanta gradi sugli eccidi di Capaci e di via D’Amelio.
Indagare a trecentosessanta gradi non vuol dire escludere una pista per privilegiarne un’altra, ma semplicemente approfondirle tutte per arrivare a una sintesi oggettiva dei fatti, tenuto conto che – di fronte a due attentati di quei livelli – non è da escludere una “convergenza d’interessi” fra varie entità del crimine, della politica, dell’economia e dei poteri occulti.

La strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Sopra: la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie Francesca Morvillo (anche lei magistrato). In quest’ultimo eccidio hanno perso la vita i componenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo (e sono rimaste ferite 23 persone). Nel secondo i morti sono stati gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina
Pertanto occorre approfondire l’ipotesi “mafia-appalti”, che la procura di Caltanissetta, la Commissione antimafia, il generale Mori, la maggioranza parlamentare e l’informazione di destra vorrebbero come “unico” movente della strategia stragista, ma parallelamente è necessario far luce sull’ipotesi della “pista nera”, che, secondo molti magistrati, vedrebbe come protagonisti uomini di primissimo piano delle istituzioni, la mafia, i servizi segreti deviati ed alcuni esponenti del neofascismo come Pietro Rampulla e Giuseppe Gullotti (mafiosi “neri” coinvolti a Capaci) e come l’ex leader di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie (ideologo in diversi attentati che hanno insanguinato gli ultimi decenni dell’Italia repubblicana).
In base alla testimonianza di qualche pentito, Delle Chiaie sarebbe stato visto in compagnia degli attentatori nei giorni precedenti alle stragi. Questa non è una verità accertata definitivamente – non lo è neanche “mafia-appalti” –, ma una tesi su cui c’è il dovere di investigare.
Conosco e stimo alcuni di questi giornalisti (in calce all’articolo i loro nomi) per l’impegno costante e onesto profuso in tanti anni di lavoro sul fronte antimafia, ma questo conta poco: quel che conta è che si sta facendo di tutto – da parte di certa “stampa” e di qualche insospettabile esponente dell’antimafia – per delegittimare il loro appello e le loro figure. Una insopprimibile esigenza di verità o una reazione scomposta di fronte a un “nervo scoperto”? Non lo sappiamo. Quel che è certo è che non si risponde sul merito, ma si usa l’insulto per abbattere il “nemico”.
La tecnica abbiamo imparato a conoscerla fin dai tempi del cavaliere: la “lettera aperta” dice di indagare su tutti i fronti? Loro separano le due tesi mettendole in contrapposizione, poi dicono (falsamente) che i giornalisti vogliono che si indaghi solo sulla “pista nera”, infine credono di “smascherarli” attaccandoli con gli argomenti più assurdi.
La lettera è chiara: “Riteniamo – è scritto – che sia un terribile errore limitare le indagini sulla morte dei due magistrati all’unica pista ‘mafia e appalti’, tralasciando le altre e in particolare la cosiddetta ‘pista del terrorismo nero”. Qual è il delitto di lesa maestà?
“Eppure – prosegue il documento – è proprio questa la strada da tempo intrapresa dalla maggioranza in Commissione parlamentare Antimafia, in singolare affiatamento con il governo centrale e con la procura di Caltanissetta, procura appena ‘bocciata’ in Cassazione per aver presentato ricorso contro la gip Graziella Luparello che nella sua ordinanza aveva disposto nuove indagini oltre il valico ‘mafia e appalti”.
Qualcuno può smentire quest’altro passaggio?
Bisogna leggerli completi certi articoli (altro che la sintesi per ragioni di spazio che facciamo noi) per farsi un’idea di cosa sia determinata stampa in questo Paese. Ad aprire le danze Filippo Facci su Libero, secondo il quale il gruppo dei trentotto giornalisti siciliani “per decenni ha retto il sacco dei peggiori furti di verità della nostra storia giudiziaria”. Ecco perché li definisce “gli ammuffiti” contro una “Commissione antimafia e una Procura di Caltanissetta che stanno ripulendo la storia giudiziaria dalle idiozie e dai depistaggi con cui certi giornalisti e magistrati l’avevano lordata per tutto il tempo”.
Prosegue Felice Manti su “Il Giornale” con quest’altro grande esempio di giornalismo. L’attacco del pezzo è tutto un programma: “Vietato disturbare il manovratore”. Quale manovratore? Non si capisce. Ma è l’intero articolo ad essere un manuale di confusione, di allusioni, di scarsa conoscenza dei fatti e di imprecisioni.
Ecco qualche “perla”: “Ci sono giornalisti sommersi da querele temerarie di magistrati e cronisti ‘liberi’ di sostenere le peggiori balle agitando il diritto di cronaca. Alla peggio, cospargendosi il capo di cenere”. Chiediamo l’assoluzione al lettore per non aver compreso il fatto, ma confessiamo di non aver capito niente.
Il resto è conseguenziale: “Qualcuno si è arrogato il diritto di invitare la commissione antimafia a cercare i veri mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio non nella pista ‘mafia-appalti’, ma in quella ‘nera’, già percorsa ma senza esito, che vedrebbe Silvio Berlusconi mandante occulto aiutato dall’estrema destra al soldo dei poteri forti. Una versione sostenuta in aula da importanti magistrati come Antonino Di Matteo”. E qui, diciamo che tutto sommato qualcosa l’abbiamo afferrata.
Quindi il l’autore dell’articolo se la prende con uno dei migliori giornalisti italiani, Attilio Bolzoni, definito un “ex cronista di mafia” (in verità non risulta, dato che Bolzoni parla continuamente di Cosa nostra dalle colonne del quotidiano “Domani”), “uno degli epigoni – prosegue Manti – dell’antimafia parolaia e antiberlusconiana”, il quale “mostra che stavolta si è passato il segno, perché sul sangue di Falcone e Borsellino si è consumata una battaglia politica servita più alla sinistra, ai giornalisti e ai magistrati che alla verità”. Quindi il gran finale: “Sbagliare è umano, perseverare è mafioso”.
Completa il quadro l’ex senatore della Rete Carmine Mancuso, poi passato a Forza Italia: “Venduti pennivendoli”, “Depistatori della verità”, “Complici dei poteri occulti”, “Peggio dei mafiosi”, “Ignobili ripugnanti mentitori”, “Ladri di verità”, “Carnefici del sacrificio e del sangue delle vittime”.
Amen.
Questi i nomi dei giornalisti che hanno firmato la “lettera aperta”: Ninni Andriolo, Mario Barresi, Enrico Bellavia, Attilio Bolzoni, Sergio Buonadonna, Gian Mauro Costa, Salvatore Cusimano, Giacomo Di Girolamo, Virgilio Fagone, Claudio Fava, Giulio Francese, Michele Gambino, Sebastiano Gulisano, Fabrizio Lentini, Roberto Leone, Giuseppe Lo Bianco, Giorgio Mannino, Enzo Mignosi, Franco Nicastro, Simone Olivelli, Riccardo Orioles, Antonio Ortoleva, Giuseppe Pipitone, Massimo Pullara, Sergio Raimondi, Sandra Rizza, Pierelisa Rizzo, Valter Rizzo, Luisa Santangelo, Bianca Stancanelli, Vincenzo Vasile, Franco Viviano, Alessandra Ziniti, cui si sono aggiunti Gianfranco Criscenti, Lucio Luca, Antonella Mascali, Aaron Pettinari, Nello Scavo.
Luciano Mirone























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