È giusto che un’associazione, una fondazione o un singolo cittadino chiedano patrocini o contributi a un ente pubblico per l’organizzazione di eventi per la promozione artistica, culturale, scientifica, sportiva, ecc.? Poniamo questa domanda in risposta a quanti rifiutano categoricamente questa pratica, perché magari non vogliono avere a che fare con i politici, ma anche a chi, al contrario, abusa del proprio rapporto con la politica per il proprio tornaconto.

L’Informazione ritiene giusto affrontare un tema di fondamentale importanza per analizzare determinate dinamiche che – soprattutto al Sud dove il clientelismo è particolarmente diffuso – produce guasti a ripetizione.

Prima di rispondere, vanno poste altre due domande: davvero le associazioni necessitano dell’aiuto pubblico per sopravvivere? È giusto che (per la loro attività) ricevano patrocini o contributi? In entrambi i casi rispondiamo di sì: poi possiamo metterci d’accordo sulla qualità delle offerte e sulla selezione che la pubblica amministrazione è chiamata a fare, ma in ogni caso la nostra risposta è senz’altro affermativa.

Ci sono comuni che hanno una drammatica carenza di spazi, quindi la concessione gratuita (con relativo patrocinio) di un locale è il minimo che un ente possa fare per mettere i cittadini al centro della vita pubblica che li riguarda. Al tempo stesso, se viene chiesto un patrocinio “oneroso” (cioè attraverso risorse pubbliche) per una iniziativa meritoria, riteniamo che un ente debba incoraggiare il sodalizio che, per coprire le spese, si spende per promuovere cultura, sapere, attività, informazioni e memoria.

Andiamo al nocciolo. Cosa non funziona nel rapporto fra la pubblica amministrazione e molti cittadini? Qual è il nodo “perverso” di questo legame? Quali sono gli effetti di certe pratiche?

Prendiamo l’associazione X che percepisce una sovvenzione per una manifestazione. Possibile che bastino pochi soldi per eliminare qualsiasi forma di critica, di dissenso e di dibattito da parte di chi riceve il contribuito? Possibile che persone che col proprio intelletto potrebbero dare un contributo straordinario alla società, si riducano al silenzio per il rapporto perverso che le lega alla politica? Possibile che rinuncino al bene più prezioso che ci sia, la libertà, per venderla al migliore offerente? Non solo è possibile, ma è addirittura sotto gli occhi di tutti. Fra le forme clientelari esistenti, quella del contributo spacciato come favore è il più ipocrita che esista, specie quando c’è di mezzo l’arte, la cultura e l’informazione, che possiamo considerare tali solo se alle spalle non ci sono padroni e padrini di ogni tipo, sennò è mercimonio della peggiore specie.

Quando la politica eroga diritti così nobili in cambio del silenzio dei destinatari è solo una volgarissima conventicola di ominicchi interessata a portare avanti altri interessi. Quando i cittadini accettano passivamente queste pratiche sono da considerare dei sudditi servi di un sistema scarsamente democratico.

Se ci fossero cittadini più consapevoli (in grado di dire con fermezza: tu politico mi stai dando un sacrosanto diritto, perfetto, io ne prendo atto, ma mi avvalgo dell’altrettanto diritto di contestarti quando e se è necessario), pensiamo che le nostre città sarebbero ridotte con la spazzatura in mezzo alla strada, senza piani regolatori, con altissimi indici di cementificazione selvaggia, con l’acqua che arriva col contagocce?

Invece assistiamo a scene surreali in cui certi sindaci si permettono di fare un paio di telefonate per indurre qualche presidente di associazione – che esegue, seguito disciplinatamente dai soci – a non partecipare a dibattiti fondamentali sul futuro delle nostre città.

Fortunatamente anche al Sud esistono persone libere e capaci di tenere la schiena dritta. Sì, perché alla fine è una lotta. Fra dignità e miseria morale.

Luciano Mirone