C’è una storia scritta dai vincitori e una storia scritta dai vinti. Ma c’è una storia non ufficiale che appartiene alla povera gente. Non sempre grammaticalmente aulica, spesso infarcita da inflessioni dialettali, ma proprio per questo genuina, emozionante e vera, trascurata (a torto) dagli storici, dai giornalisti e dagli scrittori. E’una storia che vaga nell’aria per anni, per secoli, in attesa che qualcuno la acchiappi per essere raccontata.

Il soldato-contadino Bocca Santo. Sopra: il pubblico presente

Esattamente questo è avvenuto a Belpasso (Catania), dove nell’aula consiliare del municipio (strapieno di gente), Francesco Intrisano, che di mestiere non fa né lo storico, né il giornalista, né lo scrittore, ha narrato meglio di costoro la vicenda di suo nonno, il contadino Bocca Santo (scritto così, come ha fatto lui: prima il cognome e poi il nome, come negli atti burocratici), soldato della II guerra mondiale, attraverso le suggestive letture di Agata Longo e di Nunzio Sambataro. Un racconto che Intrisano ha fatto all’autore di questo articolo (presentatore dell’evento) nel corso della serata.

Il pubblico visto da dietro

Un testo di una quarantina di pagine che probabilmente un giorno diventerà un libro, inframezzato dal brano epico (con relativo video) di Eugenio Bennato (“Canzone per Beirut”), da due bellissimi pezzi del cantautore belpassese Rosolino Amico e da una poesia dell’artista Pasquale Caruso (cugino di Bocca Santo), discendente di Pasquale Carciotto detto Causicarta, grande “poeta di strada” degli inizi del ‘900 e autore delle celebre “mascarate” nel periodo carnevalesco.

L’autore del testo sul soldato Bocca Santo, il nipote Francesco Intrisano, assieme al presentatore della serata Luciano Mirone, direttore di questo giornale (che ha organizzato l’evento)

Una serata semplice fatta da gente semplice, in cui è stata scritta una straordinaria pagina di storia, organizzata da L’Informazione, alla quale hanno preso parte l’Associazione nazionale dell’Arma Carabinieri in congedo di Nicolosi, l’Associazione nazionale Bersaglieri, l’Associazione nazionale Alpini e l’Associazione nazionale Autieri, oltre alla partecipazione del deputato all’Assemblea regionale siciliana Giuseppe Zitelli, del vice sindaco Gaetano Campisi, del vice presidente del Consiglio comunale Carmelo Carciotto, che ha consegnato una targa ricordo a Intrisano e nome del presidente Andrea Magrì (assente per motivi di salute), del consigliere comunale Stefano Toscano.

Il deputato all’Assemblea regionale siciliana, Giuseppe Zitelli

Presenti in prima fila i familiari di Bocca Santo, visibilmente emozionati, che hanno ricordato il soldato, e circa duecento persone che in un’ora e mezza hanno ascoltato in silenzio le parole che una persona comune come Francesco ha acchiappato al volo e trascritto sulla carta, dopo avere girato gli archivi, le biblioteche e le caserme di mezza Europa.

Il cantautore Rosolino Amico

Ne è uscito fuori un eccezionale spaccato di vita che solo il popolo – con il suo linguaggio dolcissimo e spontaneo – riesce a realizzare (Luciano Mirone).

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Quelli che seguono alcuni brani del testo di Francesco Intrisano:

“Quando Bocca Santo venne richiamato alle armi, la sua piccola Giuseppa non aveva nemmeno un anno. Dormiva nella culla, ignara del rumore degli scarponi e delle parole secche che riempivano la casa. Lui si chinò su di lei senza svegliarla, temendo che un pianto potesse spezzargli il coraggio. Baciò la fronte della moglie, che cercava di sorridere, mentre gli occhi le tremavano. Fece il segno della croce, nessuno disse addio: sembrava una parola troppo definita”.

Nunzio Sambataro ed Agata Longo mentre leggono dei brani di Francesco Intrisano

“Poi vennero i treni piombati, i campi di prigionia, il filo spinato. La prigione che lo avrebbe trattenuto per 5 lunghi anni, era fatta di baracche fredde e umide, dove l’odore della terra si mescolava a quello della fame. La fatica spezzava la schiena, il freddo entrava nelle ossa, e la notte il silenzio faceva più paura delle urla. Per sopravvivere imparò a vivere di ricordi: il volto della moglie, le mani rugose della madre, e quelle della figlia che aveva conosciuto appena, un peso leggero tra le braccia, un respiro caldo sul petto. Ogni sera si domandava se fosse viva. Se la guerra l’avesse risparmiata.

Il vice presidente del Consiglio comunale Carmelo Carciotto assieme alla famiglia Bocca mentre dona la targa ricordo

Quella sera, dopo una giornata particolarmente dura, tornò dentro quelle prigioni sfinito. Aveva passato ore ed ore a lavorare la terra, le mani intorpidite e la schiena piegata dal dolore. Il corpo non rispondeva più, e la mente era vuota. Si lasciò cadere sul giaciglio di fortuna senza nemmeno togliersi del tutto i vestiti. Intorno a lui, altri uomini respiravano piano, vinti dalla stanchezza. Prima di addormentarsi, pensò ancora una volta a casa. Poi il sonno lo prese. Sognò di trovarsi “intra a Chiesa da Misericordia”, le pareti spoglie, l’aria colma di pace. A un tratto, la porta centrale si aprì, ed entrò un bagliore più forte del sole. Una luce calda, viva, che non accecava ma avvolgeva. In quel momento capì che tutto quel dolore stava per finire”.

Il poeta Pasquale Carciotto, nipote del grande “Causicarta”

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“Era la notte dell’11 febbraio 1946 quando i quattro compaesani, finalmente tornati dalla guerra, varcarono l’ingresso del paese. Il silenzio li accolse come un respiro trattenuto troppo a lungo. Per fortuna non c’erano macerie, né segni evidenti di distruzione; solo strade vuote, case addormentate e finestre chiuse, ignare del miracolo che stava per compiersi.
Camminavano piano, quasi temessero di svegliare il passato. Uno alla volta si salutarono, stringendosi le mani con emozione, ciascuno prese la strada di casa propria, con una sola speranza nel cuore: trovare qualcuno ad aspettarli.

La delegazione dei Bersaglieri

Mio nonno si fermò davanti alla casa del cognato Mario. Bussò piano, poi più forte. Mario si svegliò di soprassalto e, quando aprì la porta, rimase senza parole. Non credeva ai suoi occhi. Si abbracciarono a lungo, senza dire nulla, perché certe gioie non hanno bisogno di parole. “Vai da Lucia” gli disse mio nonno, con la voce rotta dall’emozione. “Avvisala che sto per arrivare”.

La rappresentanza del Corpo degli Autieri

Bocca Santo si nascose dietro l’angolo, come un ragazzo pronto a fare uno scherzo. Quando finalmente sbucò, mia nonna lo vide. Le sue grida di gioia squarciarono la notte e svegliarono tutto il vicinato. Urla di incredulità, pianti. E risate: la guerra, per un attimo, sembrò lontanissima.

Una delegazione dell’Associazione nazionale Arma dei Carabinieri in congedo

Come raccontano ancora oggi i miei familiari: “Nisceru tutti fora: don Austinu Borzì, Santu Zappalà, Cuncetta Motta, Munsignuri Miu”… Uscirono tutti, in camicia da notte e con il cuore in festa. Quella strada silenziosa si riempì di voci, di abbracci, di preghiere sussurrate e di mani che si stringevano come a dire: siamo vivi.

La lettera di richiamo per il servizio di leva. Bocca Santo va in guerra

Fu una grande festa, quella notte. Non c’erano musiche né luci, ma c’era qualcosa di più potente: la pace che tornava a casa, l’amore ritrovato, la certezza che, nonostante tutto, la vita aveva vinto.
E da allora, in quella famiglia, l’11 febbraio non è mai stata una notte qualunque.
Quando tornò davvero a casa, non era più soltanto un uomo che aveva attraversato la guerra: era un padre che doveva farsi riconoscere.

Bocca Santo durante la prigionia

La piccola Giuseppa aveva quasi sei anni e mezzo. La guardò come si guarda un miracolo, con gli occhi pieni di tempo perduto. Ma lei no. Lei non lo riconobbe.
“Chi è quest’uomo che dorme con la mamma?”, chiese spaventata.
Per lei era uno sconosciuto, un’ombra entrata all’improvviso nella sua vita. Scappava, piangeva, si nascondeva. Non sapeva, non poteva sapere, che quell’uomo stanco e segnato fosse davvero suo padre.
Ci volle tempo. Giorni, settimane, mesi, anni. Piccoli gesti, silenzi, sguardi che non forzavano nulla. Pian piano, crescendo, Giuseppa cominciò a capire. E un giorno, senza che nessuno se ne accorgesse, lo chiamò papà. Da quel momento, la paura si sciolse come neve al sole.

Giuseppa Bocca ad un anno

Per un po’ Bocca Santo non dormì insieme a sua moglie. La guerra e la prigionia gli avevano lasciato addosso ferite visibili e invisibili. Aveva le zecche, le piattole (insetti a sei zampe, schiacciate, che si nutrono di sangue e si attaccano ai peli pubici, trasmettibili dalle lenzuola o dalla biancheria intima condivisa), malattie prese lontano da casa, il corpo segnato dalla fame e dalla fatica.
Mia nonna, con coraggio, cercava di toglierne quante più poteva, una a una, senza paura, senza lamenti. Curava le ferite, medicava il passato e intanto ricuciva una famiglia che la guerra aveva strappato. E pian piano, lui, si riprese del tutto.

Le donne della famiglia Bocca al balcone

Durante quei sette lunghi anni di assenza, mia nonna non si era mai arresa. Per sfamare se stessa e la piccola Giuseppa faceva il sapone in casa e lo vendeva. Ogni moneta era sudata, ogni lira aveva il peso della dignità. A quei soldi si aggiungeva il sussidio che mio nonno riusciva a mandare dal fronte, quando poteva.

Il contadino Bocca Santo quando sta per partire per la guerra

Bocca Santo in una foto recente, prima che passasse a miglior vita

Con quei soldi riuscirono a comprare solo un asino. Quell’asino fu il compagno di una vita. Insieme percorrevano strade di polvere e di speranza.
Poi comprò la campagna a Valcorrente, di proprietà del principe Manganelli. Con il tempo, Bocca Santo divenne uno degli uomini più fidati. Costruì strade che collegavano i terreni, lavorò con dedizione, onestà e una pazienza fuori dal comune.

Ancora oggi, chi lo ha conosciuto lo ricorda come Don Santu u paciunziusu. La vita, lentamente, ricominciò.
Non fu una vita facile. Ma fu una vita vera. Costruita passo dopo passo, con rispetto, lavoro, pazienza e una forza silenziosa che oggi chiamiamo memoria. E che, raccontata, continua a vivere (Francesco Intrisano).