È morto in un letto d’ospedale (quello del carcere milanese di Opera), Nitto Santapaola, 88 anni, gran parte dei quali dedicati a un paio di stragi di Carabinieri e all’uccisione di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giornalisti come Giuseppe Fava e poliziotti come Giovanni Lizzio. È morto un boss di Stato di prima grandezza, che lo Stato, per molti anni, non ha voluto arrestare: se lo avesse fatto, le fondamenta della Prima Repubblica sarebbero crollate ancor prima che scoppiasse Tangentopoli.
Prima dell’omicidio del generale dalla Chiesa (3 settembre 1982), lo hanno lasciato scorrazzare in lungo e in largo nella sua città, Catania – dedito alla gestione dei locali notturni, al traffico di droga, ai rapporti quotidiani con i Cavalieri del lavoro e agli affari portati avanti con l’ex editore del quotidiano la Sicilia, Mario Ciancio –, dove ufficialmente gestiva la concessionaria di automobili Pam Car: memorabile l’inaugurazione con prefetti, questori, procuratori della Repubblica e comandanti delle forze dell’ordine che facevano a gara per accaparrarsi le prime file.
Dopo via Isidoro Carini lo hanno lasciato scandalosamente libero per altri undici anni. Di uccidere, ovviamente, ma adesso, in stato di latitanza. Da quel momento don Nitto era il ricercato numero uno di quella strage (prima aveva la fedina penale intonsa) nella quale, oltre al generale, erano stati trucidati la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Nel frattempo Santapaola continuava a “dialogare” con i più alti rappresentanti delle istituzioni catanesi e romane, dei servizi segreti e della massoneria deviata, a spostare centomila voti da un candidato all’altro, a spedire lettere dalla latitanza (regolarmente pubblicate dal quotidiano catanese) in cui diceva di aver trascorso parte della sua giovinezza dai salesiani, a nascondersi nei più impensati covi della Sicilia orientale.
A Barcellona Pozzo di Gotto – città dai micidiali intrecci fra crimine organizzato e poteri occulti –, nei primi anni Novanta pare che qualche uomo delle forze dell’ordine lo avesse sgamato: è lui o non è lui? E’ lui! Rapido dietrofront per evitare di mettersi contro dio.
Chi invece si mise contro dio fu il giornalista Beppe Alfano, che a un certo punto individuò il suo nascondiglio. Alfano capì che Santapaola non era lì per caso. Ufficialmente era stato chiamato per “proteggere” i cantieri miliardari del cavaliere Costanzo ai tempi del raddoppio della linea ferroviaria Palermo-Messina.
Ufficialmente…
Nello stesso periodo, nella città messinese, stavano succedendo diverse cose: era tornato improvvisamente da Milano l’avvocato barcellonese Saro Cattafi, ex neofascista come Alfano, e raffinatissimo trait d’union fra le varie entità del crimine (“Se questo si è mosso da Milano, dovrà succedere qualcosa di grosso”, disse il giornalista); il Movimento sociale italiano dell’ex vice presidente del Senato Domenico Nania candidava in Consiglio comunale il boss Giuseppe Gullotti. Mica uno così. Un giorno costui partì alla volta di San Giuseppe Jato (cinquecento chilometri fra andata e ritorno) su un camion adibito al trasporto di cavalli per recapitare il telecomando della strage di Capaci a Giovanni Brusca. Poi Alfano si recò a Roma dall’allora segretario del Msi Giorgio Almirante per protestare contro la candidatura di Gullotti. Risposta: “Non posso farci nulla”. Traduzione: sono troppo potenti. Qualche tempo dopo, Alfano veniva ucciso. “Con una pistola da donna”, si premurarono a dire gli avvocati di Gullotti. Traduzione: “Un fatto di corna, la mafia non c’entra nulla”. E il giornale del pomeriggio dell’editore Ciancio lo ripetette in prima pagina.
Dieci anni prima, la stessa cosa era successa a Catania. Quattro colpi di pistola davanti al teatro Stabile e stavolta moriva Giuseppe Fava, grande giornalista, l’unico a scoperchiare lo scandaloso verminaio che copriva il sistema di potere che partiva da quella città, si irradiava in tutta la Sicilia e, come un cancro, divorava la Nazione attraverso la P2, le stragi fasciste ed una corruzione spaventosa.
Una pistola calibro 7,65. Anche in quel caso una questione di donne. Anche in quel caso, Nitto Santaopaola al centro di quel sistema micidiale, al centro dell’Italia, al centro del mondo. Sempre in rapporto coi politici, ma sempre un passo indietro. Loro sono morti nel loro letto di casa, lui è marcito in carcere per trentatré anni con i suoi fottutissimi segreti di Stato.
Nella foto: il boss catanese Nitto Santapaola, morto oggi ad 88 anni nel carcere milanese di Opera
Luciano Mirone























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