In questo momento al Tribunale di Caltanissetta è in corso una guerra fra il capo della Procura Salvatore De Luca e il Giudice per le indagini preliminari Grazia Luparello. Oggetto del contendere: le indagini sulla presunta “pista nera” riguardante la strage di Capaci e, di conseguenza, di via D’Amelio, dato che il giudice Paolo Borsellino (morto in quest’ultimo eccidio) nei cinquantacinque giorni intercorsi fra le due stragi, indagava su Capaci. Una guerra speculare a quella in corso anche nei Palazzi della politica romani.

Nei Tribunali è quasi sempre la Procura (essendo l’organo investigativo) a chiedere approfondimenti di indagine, il Gip stabilisce di volta in volta se è il caso di archiviare o meno. Stavolta le parti si sono invertite. Dal 2022 il Gip vuole “andare oltre” (fissando oltre trenta punti da chiarire, compresa la presenza a Palermo, nel periodo delle stragi, di Stefano Delle Chiaie, come affermato dal collaboratore Alberto Lo Cicero, che parla di un presunto ruolo del neofascista, mai indagato e deceduto nel 2019, nella strage di Capaci, e come confermato dal pm Gianfranco Donadio e da un’informativa del capitano dei carabinieri Antonio Cavallo), mentre la Procura nissena, per ben due volte, ha chiesto di archiviare.

Il Tribunale di Caltanissetta. Sopra: un’immagine della strage di via D’Amelio

Secondo De Luca, la tesi “nera” equivale a “zero tagliato”, una definizione pronunciata due volte nel corso di una recente audizione in Commissione parlamentare antimafia, con la quale il magistrato ha liquidato la pista della collusione fra mafia, politica, poteri occulti ed elementi neofascisti.

Se il capo di una Procura importante come quella di Caltanissetta è così tranchant, al punto da contraddire perfino il Gip dello stesso Tribunale, evidentemente ha i suoi buoni motivi. Ci permettiamo di osservare che lasciarsi andare a dichiarazioni di questo tenore proprio a Palazzo San Macuto, sede della Commissione parlamentare antimafia presieduta dalla deputata di Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo, alcuni anni fa fotografata in atteggiamento confidenziale con il terrorista di destra Luigi Ciavardini, condannato definitivamente a trent’anni per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, a nostro avviso appare sconveniente per il ruolo che il magistrato riveste.

Poi, certo, Colosimo ha domandato scusa ai familiari delle vittime di mafia che ne hanno chiesto le dimissioni (“una foto scattata casualmente una decina di anni fa durante una dimostrazione in carcere – ha detto –, io con quella gente non ho niente da spartire”), ma ci sono diversi fatti che portano a ritenere che il clima, all’interno dell’Antimafia nazionale, non è dei migliori.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo

Secondo l’opposizione, sarebbe condizionato anche dalla presenza di una figura controversa come il generale Mario Mori (assolto nel processo Trattativa, ma sotto inchiesta attualmente a Firenze) che, secondo le indagini, avrebbe consigliato la consulenza di tre figure che sostengono a spada tratta la pista “mafia-appalti” (a lui tanto cara) a proposito della strage Borsellino.

Detto questo, dal capo di una Procura importante come quella di Caltanissetta ci saremmo aspettati delle dichiarazioni più sobrie, più prudenti, più aperte (tipo, “il mio Ufficio non lascerà nulla di intentato” o qualcosa del genere), vista la gravità e la delicatezza dell’argomento, invece De Luca ha preferito usare altri toni. Ecco perché quelle due parole (“Zero tagliato”) a nostro avviso sono “sconvenienti”.

Innanzitutto perché De Luca sa benissimo che sulla “pista nera”, come detto, la guerra non è solo a Caltanissetta, ma a Roma, sia nelle aule parlamentari, che all’interno della stessa Commissione antimafia, nella quale una destra determinata e compatta, con i pretesti più disparati, sta cercando di estromettere dall’organo di indagine uno dei più grandi magistrati antimafia: l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato.

Il quale, in base alle sue sterminate conoscenze del fenomeno mafioso, non esclude ciò che sta emergendo da documenti, testimonianze, intercettazioni e tanto altro, ovvero che la strage che il 23 maggio 1992 fece a pezzi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, non è stata commessa solo da un villano proveniente da Corleone come Totò Riina, ma da un apparato più complesso composto da neofascisti (ad esempio Pietro Rampulla, nel doppio ruolo di mafioso e di fascista: basta leggere il suo curriculum), uomini della P2 e dei servizi segreti deviati, con la super visione dell’ideologo della “strategia della tensione” Stefano Delle Chiaie (personaggio chiave fin dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969), neofascista della prima ora, che si sarebbe incontrato a Palermo nei giorni dell’attentatuni in compagnia di un boss come Mariano Tullio Troia. Una coincidenza anche questa?

La strage di Capaci

Poi, perché De Luca sa che la sua poltrona, ai tempi delle indagini su Capaci e su via D’Amelio, era occupata da uno dei magistrati più torbidi della storia d’Italia: quel Giovanni Tinebra, massone, che non ebbe esitazioni, allora, ad assegnare l’indagine ai servizi segreti (una pratica vietata dalla legge) di Bruno Contrada, personaggio molto discusso già nel ’92 (sarebbe stato arrestato pochi mesi dopo), condannato successivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, con un pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha stabilito che Contrada non andava né condannato né processato perché all’epoca il reato di concorso esterno non era sufficientemente chiaro. Vicenda molto controversa. Comunque…

L’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra

Comunque De Luca sa pure che a un certo punto, per corroborare il depistaggio delle indagini su via D’Amelio, sempre a Caltanissetta, fu pure inventato il falso pentito Scarantino. Da chi? Dallo stesso Tinebra e da Arnaldo La Barbera, capo della squadra mobile di Palermo, agente dei servizi segreti, nome in codice “Rutilius”.

Ora, in un contesto avvelenato come questo, ci saremmo aspettati dall’attuale procuratore di Caltanissetta un aplomb istituzionale più consono alla sua figura poiché i saggi insegnano che in determinate circostanze, la forma è sostanza. E in questo caso, una frase pronunciata in un determinato ambito significa delegittimare un ex collega come Scarpinato (da sempre sostenitore della tesi che era stata di Giovanni Falcone, cioè che dietro ai delitti eccellenti del dopoguerra c’è la mafia, ma anche tanto altro) e come la Gip del suo stesso Tribunale, che per ben due volte ha sostenuto che dalle migliaia di atti consultati emerge chiara l’esigenza di approfondire (anche) l’ipotesi politica delle stragi.

Assieme, ovviamente, alla pista “mafia-appalti”, l’unica, secondo il centrodestra, che si “deve” battere per venire a capo delle “vere” ragioni delle stragi. Perché si contrappongono le due teorie? Perché si vuole separare a tutti i costi Capaci con via D’Amelio, quando tutti sanno che il trait d’union fra i due attentati fu proprio Borsellino che indagò in quei cinquantacinque giorni? Perché si crea volutamente lo scontro ideologico? Perché bisogna approdare a tutti i costi ad una sola verità, anche a costo di far fuori un ex magistrato come Scarpinato? Perché “mafia-appalti” e “pista nera” si escludono?

L’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato

Per rispondere a queste domande, basta vedere perché sono morti Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Cesare Terranova, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Beppe Alfano e tante altre vittime stritolate dalla “convergenza di interessi” fra la mafia (il braccio armato), la politica e i poteri occulti (menti raffinatissime che programmano, depistano ed insabbiano) che spesso agiscono all’unisono in nome di un interesse comune leso ad ognuno di loro.

Non è difficile venirne a capo. Ecco perché sarebbe importante che la Procura di Caltanissetta, invece di ricorrere in Cassazione “per l’abnormità del provvedimento” del Gip, si mettesse in sintonia col Giudice approfondendo punto per punto le eventuali lacune dell’inchiesta. In fondo, sono passati “soltanto” trentaquattro anni.

Luciano Mirone