L’edificio che quella ruspa ha sventrato in via Vittorio Emanuele a Belpasso (Catania), non sappiamo a quale secolo appartenga (Settecento, Ottocento?), ma sappiamo che da secoli contribuiva a dare identità a una cittadina che la sta perdendo miseramente sotto i colpi dei mezzi cingolati e dei martelli pneumatici che ormai si dovrebbero inserire nello stemma comunale al posto dell’Araba fenicia (lo scempio della via Roma è troppo recente e brucia ancora).

Addio alle volte alte e affrescate, addio agli archi a sesto acuto, addio ai pavimenti decorati, addio al giardino con la cisterna e con le decorazioni in ferro battuto. Belpasso da alcuni decenni è in pieno delirio da “progresso” (e si vede: turisti zero con progressiva “desertificazione” del centro storico) e ha detto addio a tutto questo.

Ad aprire la strada fu la memorabile Giunta dei Geometri (ricordate i ruggenti anni Ottanta e i primi Novanta?), a proseguirla i “giovani” (si fa per dire) al potere. Lo slogan è sempre uno: cancelliamo “il vecchio” e buttiamo cemento sia nel centro storico che in tutto il territorio. Grande filosofia politica. Belpasso vanta il primato siciliano – secondo uno studio della Regione – per abusivismo edilizio. Il progresso, certo…

Un’architettura semplice, raffinata e preziosa, che altrove (dove l’amore per la propria città non si blatera, ma si dimostra coi fatti) viene preservata, a Belpasso viene cancellata.

L’immobile di via Vittorio Emanuele a Belpasso (Catania) recentemente demolito. Nella cittadina etnea, da molti decenni, si tratta di una pratica comune. Sopra: la stessa immagine 

Oltre trent’anni fa, con un altro giornale (Liberidea), pubblicammo una foto simile (una ruspa che demoliva senza pietà un immobile antico in via Roma). In prima pagina, un titolo significativo: “Ci stanno rubando il futuro”. Dopo tutto questo tempo, a parte le lacrime di coccodrillo di certi “intellettuali”, che da un lato parlano di “Città che sanguina” e dall’altro vanno a braccetto col potere, cosa è cambiato?

Badiamo bene: l’edificio che vedete nella foto è stato demolito legalmente, i proprietari stanno facendo un’operazione legittima, quindi nessun appunto da questo punto di vista.

Ciò che manca è la politica, quella con la P maiuscola, che ignora il concetto di “memoria storica” e di “identità”, sintetizzato nel significato di genius loci, di “spirito del luogo” (dal latino genius, spirito protettore, e loci, del luogo). Basta un dizionario per capire meglio: parla di “atmosfera, di carattere unico, di essenza distintiva che un luogo specifico emana, risultato della sua storia, della sua cultura, del suo ambiente e del suo paesaggio, influenzando profondamente chi lo vive. Oggi è un concetto usato in architettura, in urbanistica e in altre discipline per definire l’identità irripetibile di un posto, creando un legame emotivo e sensoriale”. Chiaro? “Identità irripetibile”. Poiché nessun nuovo manufatto sarà costruito allo stesso modo, con gli stessi materiali, e non conterrà la storia di quello antico. Insomma, non avrà più quell’anima.

Belpasso e il progresso. I mezzi pesanti con i cingoli metallici nel salotto della città, la via Roma, durante i lavori di “ripristino” del basolato lavico

In realtà, ci rendiamo conto che sono concetti troppo astrusi per questa classe politica intenta a parlare di “rimpasti”, di “spaccature”, di “elezioni prossime venture”. Figuriamoci.

La demolizione è “legale” perché a stabilirlo è il vecchio Piano regolatore di Francesco Lima (eredità lasciata dalla Giunta dei Geometri di cui sopra) approvato all’inizio degli anni Novanta, ma mai revisionato come prevede la legge (cioè dopo dieci anni): quindi quel Piano, in assenza di un altro, è ancora vigente. Prevedeva, fra le altre storture, una serie di scandalose demolizioni di palazzi antichi in centro storico, scongiurate dalla segnalazione avanzata presso la Sovrintendenza ai Beni culturali di Catania dal geometra Gianni Russo e dal sottoscritto. Immaginate cosa sarebbe successo.

Ma una segnalazione può risolvere un problema complesso come questo? Ovviamente no. Per ovviare occorreva redigere un altro strumento urbanistico. L’occasione storica c’è stata nel 2013, anno dell’insediamento dell’attuale sindaco Carlo Caputo.

Pochi mesi prima il commissario Angelo Sajeva, in seguito ad un bando di gara, aveva conferito l’incarico per la stesura di un nuovo Prg ad uno degli urbanisti più illuminati d’Europa: il professore Leonardo Urbani. Il primo provvedimento del nuovo sindaco – attraverso una serie di pretesti incredibili – fu quello di cacciare Urbani e di dare l’incarico all’inadeguato Ufficio tecnico comunale, che ancora – dopo dodici anni – brancola nel buio, perché non dispone di mezzi e di personale sufficienti per iniziare la pratica. Evidentemente a Caputo sta bene così.

Un Piano regolatore (denominato dalla nuova legge Pug, Piano urbanistico generale) redatto a regola d’arte, avrebbe stabilito, fra le altre cose, una nuova perimetrazione del centro storico, avrebbe concepito uno studio certosino degli immobili da demolire o da abbattere (metodo che nel vecchio Piano Lima manca del tutto), avrebbe concepito come “zona storica” non solo la via Roma e la via Vittorio Emanuele, ma le Rette, le Traverse e le vie adiacenti, avrebbe previsto un “piano del colore” per le facciate, e tanto altro.

Invece si sta preferendo continuare a sottrarre “memoria” ed “identità” ad una città dal passato straordinario anche dal punto di vista urbanistico dopo l’eruzione del 1669 e il terremoto del 1693, anni in cui il centro abitato fu cancellato dalla faccia della terra e fu ricostruito secondo i nuovi modelli barocchi.

Su questo Caputo si porta sulla coscienza responsabilità gravissime. Perché non spiega perché ha revocato Urbani? Perché non spiega per quale ragione non vuole fare un nuovo Pug? Sa cos’è il genius loci? Risponda sinceramente a queste domande, sennò, per favore, vada a casa.

Luciano Mirone