Riccardo telefona e a volte non sai bene perché. Telefona. E tu stai incollato per ore ad ascoltarlo. Se oggi, vigilia del 5 gennaio, ha chiamato, un motivo deve pur esserci. O forse no. Intanto però ha chiamato. Da quella sera di quarantadue anni fa, il 5 gennaio è una data “sacra” per lui e per la Sicilia civile: è l’anniversario dell’assassinio del “Direttore”, Orioles lo ha sempre chiamato così. Ma non è quando parliamo di Giuseppe Fava che la sua voce si incrina.

Succede quando osserviamo a distanza la stessa foto in bianco e nero, pubblicata in questi giorni sui Social, un’immagine che raffigura un pezzo di redazione che qualche anno prima (con Fava), aveva fondato I Siciliani, assieme a un pezzo di Siciliani giovani formatosi spontaneamente dopo la morte del “Direttore”.

Riccardo Orioles. Sopra: Giuseppe Fava, fondatore de I Siciliani

Lì c’è Gianfranco Faillaci, lì Salvo Ferrara, lì Goffredo D’Antona, lì Antonella Mascali, lì Eliana Rasera, lì Rosalba Cannavò, lì Walter Lo Faro, lì Edoardo… Mannaggia, non ricordo il cognome. Privitera… Ah, ecco Privitera! Certo, quello che si sposò in ritardo con Carmen… De Stefano o Di Stefano (al centro della foto)? Non ricordo bene. Edoardo assieme a tanti ragazzi aveva firmato un sacco di cambiali per evitare lo sfratto della redazione di corso delle Province: ogni cinque gennaio, lui viene davanti alla lapide e non dice niente, dovrebbe inseguirti con un bastone e invece ti sorride con una dolcezza disarmante.

È proprio quello il momento in cui la voce di Riccardo si rompe, come se stesse parlando di figli suoi. Passano alcuni secondi e si ricompone. In basso alla foto c’è lui, abbracciato con Antonella, in piedi Ester coi suoi “occhi neri”, e poi (solo poi) l’elenco dei grandi protagonisti (nella foto manca Antonio Roccuzzo) di quella straordinaria stagione: Claudio Fava, Michele “Miki” Gambino, Rosario Lanza, Elena Brancati, Sebastiano Gulisano, Cettina Centamore, la fotografa Simona Cocuzza, il signor Garilli in cravatta, e tanti altri. Nella foto non c’è, ma fu uno dei fondatori dei Siciliani: Fabio Tracuzzi, uno di destra, uno dei redattori più legati al “Direttore”: quando lo vedo gli faccio il saluto romano e gli dico “camerata”, lui mi risponde col pugno chiuso: “Compagno”. Questo per dire come per Fava non c’era né destra né sinistra. C’era il giornalismo e l’impegno per cercare di cambiare la società.

Una foto che raffigura il nucleo storico de I Siciliani, assieme alla redazione de I Siciliani giovani, formatasi dopo l’assassinio di Fava

Sullo sfondo l’armadio dove Riccardo custodiva i lirici greci che aveva tradotto senza vocabolario, con tanto di dedica bellissima, un discorso complesso, meglio non continuare, specie se si parla di donne (vero?). Stipato da qualche parte il sacco a pelo che gli serviva per dormire in redazione.

Corde troppo sensibili perché Riccardo possa fermarsi in questo effluvio di ricordi, di pensieri e di parole: basta sfiorarne una e tutto scorre come se fosse accaduto ieri. È da quarantadue anni, con la pioggia o col vento, coi malanni o senza i malanni, da Roma, da Milano, da Milazzo o da qualsiasi altra parte del mondo, che Riccardo – immancabilmente – ogni cinque gennaio è davanti a quella lapide.

Nessuna commemorazione. Solo silenzi. Sguardi. Sorrisi. Progetti. E premi. Quest’anno la redazione di Siciliani giovani (testata diretta da lui e sostenuta giornalisticamente soprattutto da Giovanni Caruso e da Matteo Iannitti) ha deciso di premiare Antonio Mazzeo, altro grande siciliano, giornalista e pacifista: dai tempi dei missili americani a Comiso fino alla missione di Gaza dei giorni nostri, Antonio c’è sempre stato, con la sua voce, i suoi articoli, i suoi libri. Premio strameritato.

Un quadro di Giuseppe Fava

Quando si parla di queste cose, la voce di Riccardo torna quella di sempre. Sai che ti dico… Secondo me il “Direttore” era superiore a Sciascia, ma inferiore a Tomasi di Lampedusa. E giù una dissertazione letteraria sulle differenze: il dialogo fra Chevalley e il principe di Salina dice chi siamo davvero, noi siciliani, fa emergere stratificazioni di storia, non so se riesco a spiegarmi. Sì Riccardo, ma ci sono delle cose in cui Fava, poeticamente, ti illustra straordinariamente la questione meridionale e il fallimento  dello Stato e della politica. Per caso ho davanti le pagine di un suo reportage. Glielo leggo.

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“I Siciliani” in edizione speciale dopo la morte del direttore

“Ricordo un professore di ginnasio di Raddusa, Pasquale Di Maggio, disoccupato, che da anni attendeva un incarico alla scuola media, e da anni continuava lievemente ad invecchiare seduto al tavolo di marmo di un caffè, a giocare a carte oppure a guardare gli altri che giocavano a carte, il quale mi disse: ‘Amico mio, lei con tutta la sua prosopopea, lei che viene qua a fare l’intervista, e vuole conoscere e sapere, lei che mi guarda con questo sorriso gentile e però probabilmente mi disprezza perché mi vede giocare a carte, io che invece dovrei essere un lindo professore di ginnasio e invece ho la giacca scucita e le unghie nere e le dita gialle di nicotina…

Non si capiva bene cosa mi volesse dire e probabilmente nemmeno lui lo sapeva ancora, solo che dentro era mosso da una specie di rabbia, una disperazione che era anche una vergogna che gli faceva buffamente tremare la testa. Alla fine radunò forza e idee con un sospiro: ‘Un uomo che nasce in un paese così, e non ha lavoro, non riesce a campare, allora ha tre possibilità. Prima ipotesi: prendere tutto quello che costituisce la sua vita, i sentimenti, le facce conosciute, i volti, i nomi degli amici, gli odori dell’aria, anche i libri di studio, le fotografie di quand’era ragazzo e della sua famiglia, scavare un fosso e gettarci dentro tutte queste cose della sua vita, partire senza tornare indietro, anzi senza nemmeno voltarsi mai per non mettersi a piangere. Significa nascere due volte, anzi morire due volte…”.

Il professore fece un gesto melodrammatico, in quel momento si piaceva, stava recitando dinnanzi a quella ventina di persone che lo seguivano con le carte in mano. Nella voce gli tremò un attimo di pianto ma quasi certamente era un trucco. Recitava. E continuò: ‘Egregio dottore, lei che viene qui con la sua faccia da ironico sapiente, c’è poi la seconda ipotesi, e cioè tu resti in questo paese, ma vuoi campare bene, vivere da protagonista, con tutte le cose che ti bisognano e che però la società ti nega, e però porca puttana tu ne hai diritto. E allora fai anche le carte false, imbrogli, minacci, ti iscrivi nel partito più forte, lecchi il culo ai potenti, strisci dinnanzi agli onorevoli, fai il servo o il sicario, se necessario spari a qualcuno per conto di un altro, ma cristo almeno campi, hai il posto, la casa, l’automobile, cammini in mezzo alla strada, parli e la gente ti ascolta, racconti una cosa allegra e gli altri ridono, sei incazzato e gli altri girano alla larga, il piacere di campare, illustre amico. Ma ci vuole coraggio, ci vuole capacità, forza fisica, disprezzo umano, ci vogliono coglioni. Lei può forse smentire che l’avvocaticchio di paese, semianalfabeta, che diventa assessore regionale o sottosegretario e ministro non sia, in definitiva, un uomo con i coglioni? Anche il mafioso che con dieci omicidi in dieci anni diventa padrone di dieci miliardi è un uomo con le palle!”.

Il primo numero de I Siciliani

Sul tavolo di marmo erano sparpagliate le carte da gioco siciliane. Prese un asso di bastone e con violenza, con una specie di pugno, lo sovrappose all’asso di denari, e di colpo afferrò le due carte stringendole nel pugno, in atteggiamento trionfale. “La terza ipotesi consiste nell’uomo che aveva chissà quanti sogni nella vita, e così è arrivato alla laurea e pensa al lavoro, alla cattedra, alle donne, a scrivere libri, diventare giornalista, docente, vedere le città del mondo, e così passano gli anni e invece non succede niente e un giorno ti accorgi che hai trent’anni, trentacinque, le dita gialle di nicotina, il catarro, ogni autunno aspetti che ti diano una supplenza alla scuola media, giochi quattro cinque ore a carte, non leggi più un libro, e allora ti prende una rabbia, ti scoppia una violenza dentro il petto, pensi di ribellarti: ora esco in mezzo alla piazza e faccio un comizio! E se poi, però mi prendono a pernacchie, guarda quello che è impazzito… Allora prendo un fucile e comincio a sparargli… ma sparare a chi…? E così tutto ti muore dentro, riprendi a giocare a carte, ti chiudi dentro questo paese come in un buco, ti chiudi nel tuo stesso odore, dentro questa pelle sempre più fiacca, giocando a carte, fumando quaranta sigarette al giorno, aspettando la supplenza, hai la giacca scucita ma te ne fotti, hai le unghie nere, l’alito pesante, diventi un uomo che, in attesa di morire, gioca a carte. Ride anche, litiga, canta, ogni tanto fa all’amore, ma sono cose oramai senza sogni”.

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Riccardo è impassibile. Era da tanto che non gustavo un brano del “Direttore”. Al centro delle nostre discussioni c’erano spesso i bambini di Palma di Montechiaro, un paese in provincia di Agrigento pieno di splendidi monumenti ma, all’epoca, pieno di tuguri e di disoccupazione. La politica lo aveva disossato. Eppure lui, per parlare della questione meridionale, andava sempre in questo paese al centro della Sicilia che rappresentava la metafora di un Sud dimenticato e derelitto. Era innamorato dei bambini di Palma, poveri, magri, scalzi, ma sorridenti e gioiosi. Quando ne parlava, i suoi tratti improvvisamente si indurivano: le ingiustizie commesse nei loro confronti, era come se le avessero fatte a lui.

Un momento del monologo di Luciano Bruno , “Librino”, interpretato dallo stesso autore

Dai bambini di Palma di Montechiaro a “Lucianino” il passo è breve. Luciano Bruno, tratti e linguaggio duri, modi spicci, era un ragazzo (oggi uomo) cresciuto molto in fretta, viveva a Librino, uno dei quartieri più disperati di Catania. Fu “Fabiolino” D’Urso, uno dei primi militanti dei Siciliani giovani ad aiutarlo. Lo vide, lo accudì e lo portò a casa dei genitori: da allora si chiamano fratelli. Luciano cominciò a frequentare la redazione dei Siciliani. In quei momenti comprese quanto sia importante l’uso delle parole. E cominciò a scrivere. Prima gli articoli, poi un monologo teatrale rappresentato addirittura dal Teatro Stabile di Catania. “Lucianino” e “Fabiolino”. Un paio di anni fa ricevettero il loro premio alla carriera. Due altri figli di Riccardo. La voce cambia anche stavolta.

Luciano Mirone