Che la “grande festa” è iniziata lo percepisci dal suono della “campana grande” che, alle cinque del mattino, si sprigiona dal campanile della Chiesa Madre, accompagnato dal “colpo a cannone” sparato nell’antistante piazza Duomo. Sono i preparativi della festa di santa Lucia. Un rito che a Belpasso, alle pendici dell’Etna, affonda le radici nel profondo sottosuolo della storia ed arriva fino a noi.

Prima Malpasso distrutta dall’eruzione del 1669, poi Fenicia Moncada ricostruita a valle e cancellata dal terremoto nel 1693, e, dalla fine del Seicento e l’inizio del Settecento del millennio passato, Belpasso, sorta fiorente “a schiena d’asino” nel nuovo sito più a monte: per tredici giorni consecutivi (dal 30 novembre al 13 dicembre) questa funzione si ripete immutata nel tempo e nella storia grazie all’amore degli abitanti, rispettosi incredibilmente delle loro radici religiose e della loro patrona.

Si chiama “tredicina”. È la messa celebrata per tredici giorni consecutivi col buio della notte, che si intreccia con la notte dei tempi, quando i padri, con il freddo di dicembre, iniziavano la giornata, prima di tornare alla vita di ogni giorno, chi nella bottega del calzolaio, chi in quella del fabbro ferraio, chi in quella del falegname, chi in quella del carrettiere, o prima di incamminarsi verso la campagna per la raccolta delle olive. Quel buio, alla fine della funzione, si trasforma in una luce dorata che inonda le case, le piazze e le campagne vicine, e che si riverbera nei vetri, mentre cinque tocchi possenti di campana grande e tre flebili di campana piccola (collegati all’orologio posto sotto il campanile), ti avvisano che si sono fatte le sei meno un quarto e la messa è finita.

Ed è allora, quando varchi il grande portone, che un flash ti coglie d’improvviso e diventa un’allegoria: quella luce che piove copiosamente dal cielo proviene della santa protettrice degli occhi. Una certezza per chi crede, una suggestione per chi non crede, ma comunque una bellissima sensazione, perché c’è sempre un raggio di sole che illumina e che riscalda, un bene che diventa un balsamo capace di guarire anche l’anima di chi non vuol capire.

Se la Chiesa Madre, per tredici giorni consecutivi, alle cinque del mattino, con quel freddo, è gremita di anziani, di giovani e di bambini, qualcosa deve pur significare, qualcosa che va oltre l’abitudine. Chiamatela come volete, noi la chiamiamo anima. Cos’è? E’ un discorso lungo. Noi la chiamiamo anima.

Luciano Mirone