Si ‘nni fuìu? E quannu? E ‘ccu cui?

Le parole di due signore un po’ intriganti si disperdono nell’aria assieme ad altri milioni di parole pronunciate da una marea di gente che affolla la strada e la piazza. Temperatura pungente. Strade illuminate da “archeggiati” multicolori. Belpasso, otto di sera, via Roma, alla fine del secolo scorso. Siamo alla vigilia della festa di santa Lucia, patrona di questo paese alle pendici dell’Etna. Ci sono le bancarelle del torrone, l’odore delle “crispelle” alla ricotta, l’aroma dei ceci abbrustoliti (‘a calia), i profumi delle donne, le coppie di fidanzati seguite dai genitori.

LA SERA DELLA VIGILIA. I bambini hanno palloncini colorati e il vestito della festa. Tutti hanno il vestito della festa, stasera, il vestito “buono” acquistato a Catania o indossato in occasione dell’ultima ricorrenza importante. Per molte persone il vestito da indossare per santa Lucia rappresenta uno dei motivi più importanti della ricorrenza; molte donne, addirittura, lo preparano con cura qualche mese prima.

La signora grassa cammina un po’ goffamente su tacchi a spillo modello “tredici centimetri”, impietosi testimoni di una dimestichezza piuttosto approssimativa di camminare sui trampoli. In compenso ha la pelliccia e le palpebre impiastricciate di Rimmel.

La penna scorre velocemente sui fogli bianchi di un block notes che gradualmente si tinge d’inchiostro. Appunti con qualche divagazione surreale sulla festa di santa Lucia.

E ‘ddu francescanu? I sintisti cchi predichi?

L’interrogativo lo pone una di quelle signore un po’ intriganti, la quale commenta le prediche di un francescano che nei giorni scorsi, durante le messe della Tredicina celebrate alle cinque del mattino, dal suo pulpito ha detto che “la festa di santa Lucia deve essere frutto di una fede profonda, non di un’occasione propizia per dare sfogo ad una frivola mondanità”.

Poi le lacrime e le emozioni dei più devoti, i bummari che si preparano ’ppa muschittarìa. E altri particolari che sfuggono perché sono talmente tanti che non riesci a descriverli uno per uno.

Ha ragione il francescano o le due signore? Esiste fede oppure la festa è solo un’occasione di svago? Non si può dire, tanto è variegato l’ambiente. Ma a prima vista, il popolo che partecipa alla manifestazione sembra ripartito in tre categorie.

Ci sono gli organizzatori, giovani e artigiani soprattutto, che per oltre tre mesi si prodigano per allestire i carri e raccogliere i soldi (“porta per porta”) anche con la tafarìa, un contenitore argentato dentro il quale si deposita il danaro offerto dai fedeli affinché la festa  riesca nel migliore dei modi. Un cenno particolare meritano i giovani, i quali, contrariamente alla stragrande maggioranza dei coetanei che abita nelle grandi città siciliane, si adoperano per mantenere salda questa tradizione. Ci sono i giovani dei vari quartieri, Borrello, Purgatorio, San Rocco, Matrice, Sant’Antonio, che, all’inizio di ottobre (“quannu ‘ncumincia ‘u friddu”) si riuniscono nel proprio quartiere per progettare il carro o preparare i canti in onore di santa Lucia. In un’atmosfera di allegria e di amicizia.

Poi c’è la seconda categoria, composta da coloro che si recano in chiesa molto compostamente per pregare la santa (per una grazia ricevuta, per un miracolo o semplicemente per devozione) che vivono in silenzio queste ore, lasciandosi coinvolgere di sfuggita dall’atmosfera festaiola che Belpasso vive in questi giorni. I più devoti offrono dei preziosi oggetti alla santa, oppure vengono a piedi a Belpasso da altri centri etnei.

Infine la terza categoria, formata da gente che crede alla manifestazione come fenomeno aggregante: la passeggiata con gli amici, gli ziti ‘a mmucciuni (fenomeno ridimensionato rispetto a venti, trent’anni fa, ma comunque ancora esistente) che aspettano il tredici dicembre perché genitori eccessivamente severi permettono alle loro figlie di uscire poco per il resto dell’anno, gli sguardi (‘a taliàta) a distanza. È un segmento della Sicilia più antica che quasi cinquant’anni fa fu descritto da Vitaliano Brancati.

Un carro di santa Lucia. “La gente le guarda incantata e commenta: ‘Sono belli davvero’. Sopra: l’inizio della processione, dopo che la statua è stata issata sul fercolo 

Da poco, su un palco allestito in piazza Duomo, hanno preso posto una trentina di giovani, I giovani cantanti, che dovranno eseguire alcuni canti in onore della santa. È il rito che precede l’entrata dei carri allegorici.

Cchi ti ‘nni pari ca  non volunu sparari ‘a muschittaria? (“Che te ne sembra del fatto che non vogliono consentire i fuochi d’artificio?”). La frase si riferisce alle polemiche di questi ultimi anni sulla realizzazione dei fuochi pirotecnici: c’è una maggioranza che li vuole e una minoranza che si oppone.

I CARRI. Intanto, al centro della strada, hanno preso posto i carri allegorici dei quartieri cittadini. Le opere, costruite in legno e ferro battuto, rievocano alcune scene della vita di santa Lucia. La gente le guarda incantata e commenta: “Sono belli davvero”.

Passano le ore e la vigilia si avvia, dopo i carri, alla conclusione. La strada a poco a poco si svuota. La gente, stanca, può andare a dormire e qualcuno finalmente potrà togliere le scarpe strette, vera tortura della serata. La strada diventa deserta: si vedono i proprietari delle bancarelle che, sistemata la roba, si apprestano a trovare riposo sotto il bancone merci coperto da un robusto telone di plastica.

Sul campanile della Chiesa Madre alcuni ragazzi si sono organizzati per suonare le campane: stanno arrostendo la salsiccia ed hanno un buon vino. Dormiranno per l’intera notte nei sacchi a pelo. Ogni quarto d’ora, dopo il botto sparato all’Ascino, si dovrà suonare un tocco di campana grande.

LA NOTTE ALL’ASCINO. È un altro rito che affonda le radici nella notte dei tempi. Una volta i bummari, per dare la possibilità ai devoti provenienti dagli altri paesi e dalla Piana di Catania, di trovare la giusta strada difficilmente individuabile col buio, si davano convegno in questa località a sud del paese detta, appunto, Ascìno (nome siciliano di una pianta che cresce in queste zone). Sparavano ogni quarto d’ora per provocare il segnale visivo, dato dal bagliore dello sparo, ed acustico (il botto), cui corrispondeva il rintocco del campanone della Chiesa Madre, che nella notte di dicembre si espandeva nel raggio di diversi chilometri. E a far compagnia ai bummari c’erano i rappresentanti di tutti i ceti del paese: qualcuno come ‘U rampanti o don Puddu Croccu, personaggi che ormai fanno parte del mito, sono morti; qualche altro come Alfio Bellia detto ‘Nzita o Paolo Ciaorella, ogni anno si adopera per conservare intatta la tradizione.

Sono le quattro e trentadue e c’è un rotolo di salsiccia su un generoso fuoco. Artigiani, pensionati, contadini, giovani si sono dati appuntamento all’Ascino. Si beve il vino delle contrade vicine: quest’anno si è optato per quello della Fossa dell’Acqua, donato come per tradizione dai fratelli Mio. E così tra un bicchiere di “rosso” ed un pezzo di salsiccia, si discute in questa magica notte di santa Lucia: alcuni stanno seduti ed osservano il fuoco, lo contemplano, chissà quali pensieri e quali immagini di fronte a quella legna che arde? Altri sono in fermento affinché la nottata riesca nel migliore dei modi, una terza schiera “sfarfalleggia” da un posto all’altro parlando ad alta voce, scherzando, gesticolando. Chissà se qualcuno in questo momento sta facendo qualche corsa a ritroso per ritrovarsi bambino davanti ad un altro fuoco, con facce dai baffoni severi, i lineamenti burberi ed austeri, la mano dura e callosa del padre che qualche ora prima aveva impugnato la zappa?

Il cielo acquista i colori tenui dell’alba.

LA MATTINA DEL TREDICI. Uno scampanio avverte, qualche ora dopo, quando il sole è già alto, che sta iniziando la messa cantata, e dopo la messa uscirà la santa. È una mattina uggiosa, quella del tredici dicembre di quest’anno, grigia, c’è il presentimento della pioggia.

La stessa folla che riempiva la piazza ieri sera, adesso aspetta l’uscita. Sembra che ci sia più compostezza stamattina, più religiosità. È come se il ricordo della sera precedente si fosse improvvisamente dissolto: è una sensazione simile ad un sogno che la mattina si ricorda vagamente. Non ci sono i colori, i profumi, i quadretti di ieri sera: tutto sembra essersi improvvisamente appiattito e la penna non scorre più sul taccuino.

Poi a un tratto…

… Tutt’a un tratto il volto comincia ad affiorare al di sopra della folla. È minuto, ha l’espressione di una giovane donna che fa tenerezza. È stata trasportata dai fedeli davanti all’ingresso della chiesa. E adesso è lì, immobile, e tutti lo guardano: dalla piazza dai balconi da dietro i vetri.

Ognuno ogni anno lo guarda a suo modo, e piange a suo modo. Dalla terra si sprigionano le vibrazioni che salgono immediate dai muscoli delle gambe, arrivano allo stomaco e lì si concentrano: lo stomaco sembra un tamburo percosso da folli tamburini. In un continuo tourbillon che dura venti minuti ed accomuna tutti. Sono i fuochi d’artificio che sparano all’impazzata per festeggiare la santa che fa capolino davanti al portale della Chiesa Madre. Tutti sentono quelle vibrazioni, tutti vedono i lampi dei fuochi “dipingersi” sul volto della santa. È stato sempre così, anche in quelle vecchie e ingiallite fotografie coi contorni corrosi dal tempo, dove vi sono ritratti i nonni, i bisnonni presenti a festeggiare la santa, e sembrano echeggiare gli spari della muschittarìa, le parole e gli umori del popolo. Ci sono vestiti più sobri, ci sono tante coppole, in quelle vecchie immagini, e i pettegolezzi e gli sguardi. Chiddu era amicu di me nonnu… Chiddu era mastru di festa ‘mpurtanti. Storie di alcune foto trovate per caso in un vecchio cassetto e tornate, chissà perché, alla memoria.

Intanto la sequenza delle immagini si fa sempre più veloce, le scene, adesso, si susseguono a ritmi più dinamici rispetto a poco fa.

U PUPU ‘I CUGGHIUMMINU. La statua viene riposta sul fercolo e dalla Matrice viene tirata con delle grosse corde (i lazzi) dai fedeli lungo la via Roma e poi, in discesa, per la Terza Retta Ponente. Comincia il “viaggio” verso il quartiere di Sant’Antonio. Lentamente si giunge al Pupu di Cugghiumminu (il Pupo di Guglielmino). Riposto sul tetto di un’abitazione privata (quella dei Guglielmino), da tanti anni, c’è un pupazzo di ferro con le sembianze di un soldato che imbraccia un fucile. Alle estremità del Pupo, la Premiata ditta Chiarenza (che cura la manifestazione dei fuochi pirotecnici) ha collocato delle bombe di piccolo calibro che serviranno, grazie alla forza d’urto dell’esplosione, a far girare il Pupo, in modo da creare l’effetto che il soldato spari in tutte le direzioni. Anticamente, almeno così affermano i più anziani, quei botti avevano lo scopo di segnalare agli abitanti della vicina Paternò – dato che il soldato di ferro è collocato in quella direzione – che la festa di santa Lucia, a Belpasso, aveva avuto inizio da qualche ora. E i paternesi arrivavano in massa ricambiando la visita che i belpassesi avevano fatto loro alcuni giorni prima – il quattro dicembre – in occasione di santa Barbara, patrona di quella città.

Finalmente si giunge a sant’Antonio ed in questo quartiere la statua sosta per un paio d’ore. Sono momenti molto intensi: ogni anno per la sosta si mobilita un intero quartiere. C’è la sensazione che ogni santantonese viva un rapporto di intensa emotività con la santa: ognuno lo fa a suo modo, ma ognuno ama condividere questi momenti con gli altri.

LA SOSTA A SANT’ANTONIO. Una fede che a volte tocca punte di turbolenza positiva (mai di fanatismo), di sanguigna devozione, che forse ha avuto l’espressione più alta nel 1950 quando, proprio i Santantonesi furono protagonisti di una sommossa contro gli amministratori del tempo, i quali, dopo una violenta eruzione dell’Etna che aveva causato devastazioni in alcuni centri vicini, per solidarietà, erano intenzionati ad allestire i festeggiamenti in forma dimessa. A Sant’Antonio non ne vollero sapere. In poche ore venne organizzata una rivolta che coinvolse l’intero paese: vecchi donne e bambini riuscirono ad ottenere dal colonnello Motta, sindaco dell’epoca, la realizzazione a tempo di record della festa.

Da allora sono passati tanti anni, ma il cuore del vecchio quartiere (‘U quatteri d’’a bumma) pulsa più che mai quando la santa sosta in quella chiesa. Il rito è rimasto uguale da tre secoli e mezzo e ogni Santantonese se ne sente depositario. Per circa due ore si sparano i fuochi e non ha importanza se la sosta coincide con l’ora di pranzo.

C’è una signora inferma seduta sulla sedia a rotelle, la coperta sulle gambe, la mani intrecciate nell’aria che “disegnano” parole, stati d’animo, sorrisi, silenzi, implorazioni.

Il  fercolo comincia a muoversi e si dirige verso la Terza Retta Levante. Da lì padre Vasta, di concerto a Pitrinu Cavallaro, segnala con una campanella quando è il momento di fermarsi. Pietro Cavallaro fa parte di una dinastia che nel secolo scorso ebbe affidata la conservazione del fercolo. Nell’Ottocento infatti un esponente di quella famiglia, lavorando come apprendista presso un falegname cui era stato dato in consegna il fercolo, ricevette da questo, con il consenso della Curia di Catania, come eredità non scritta, la custodia della Vara per gli anni successivi. Quell’eredità, da allora, viene trasmessa da padre in figlio senza soluzione di continuità.

A TIMPA ‘A CARTEDDA Quasi senza accorgersene si giunge alla Timpa ‘a cartedda ed è in questa salita, secondo la tradizione, che il fercolo bisogna tirarlo di corsa. I mastri di festa controllano che tutto possa andare nel migliore dei modi perché un ostacolo, un piccolo intralcio alla corsa potrebbero causare dei danni irreparabili.

La tirata dei lazzi si interrompe ad ogni traversa in modo da dare la possibilità ai fedeli di riposarsi. Il sole, apparso magicamente sul sagrato dopo l’uscita della santa, generosamente ha offerto un tiepido pomeriggio, e adesso volge al tramonto. Tutto sembra addolcirsi all’imbrunire: i tetti delle case, la campagna, l’Etna innevata  che si tinge di un rosa sbiadito. Si accendono le luci della strada e delle case. La luna piena sostituisce quel pallido sole giallo. Il freddo comincia a farsi sentire, qualcuno alza il bavero del paltò, qualche altro tira fuori i guanti.

Via Cesare Battisti è una delle rarissime strade non ancora aggredite dall’asfalto: esistono ancora le strisce in pietra lavica, un tempo passaggio di carretti dopo una giornata di duro lavoro, in cui venivano trasportati legna, frutta, verdura, olive, frumento e molto altro.

Le case ubicate a pian terreno vengono illuminate per l’occasione. In quelle di nuova costruzione si vedono i pavimenti lucidi di cera, il salotto buono e la libreria. In quelle antiche i pavimenti in cotto, i letti con le testate in ferro battuto e i pannelli  variopinti, il Rosario appeso vicino al Crocifisso, la conca (il braciere).

Peppino Pappalardo detto Affronzu è di Sant’Antonio e somiglia ad un Eduardo de Filippo sessantenne: stempiato, i baffetti ben curati, gli zigomi scavati. Con una maestria che testimonia un’abitudine ormai consolidata nel dirigere la processione, interviene energicamente richiamando all’ordine i ragazzini rispettosi verso il maestro, figura ieratica ai loro occhi.

L’ARRIVO A BORRELLO. Borrello si avvicina. La chiesa di Sant’Anna, una delle più antiche di Belpasso, si mostra in bella evidenza con la facciata interamente di pietra lavica. Due chierichetti, i più impavidi, riescono a salire sul campanile, evidenziando con uno scampanio che il quartiere di Borrello è in festa. A fare gli onori di casa, due ali di persone, con i giovani dell’Azione cattolica dai pullover gialli e i pantaloni blu in prima fila che faranno il servizio d’ordine. Alle prime luci della sera la santa giunge nella piazza di Borrello e lì sosta per qualche ora.

Poi, tirata nuovamente coi lazzi, fa tappa alla chiesa del Convento e, dopo una giornata di cammino, torna nuovamente in Chiesa Madre, da dove dieci ore prima era stata traslata: viene ricollocata nella sua cameretta nella quale riposerà per la notte del tredici e sarà svelata la mattina del quattordici, quando i fedeli la porteranno nuovamente in processione fino a Sant’Antonio.

L’ADDIO. Quella funzione, ‘A prucissioni di paisani è più intima rispetto a quella del giorno precedente perché vi partecipano solamente i belpassesi. Il percorso finale si fa, secondo la tradizione, di corsa. E alla fine dei festeggiamenti il paese si stringe ancora una volta attorno alla santa per l’ultimo saluto: alcuni mostrando il loro sanguigno attaccamento verso la Patrona e gridando a squarciagola “Viva santa Lucia”, altri il tono più dimesso, ma gli uni e gli altri in una coralità di popolo che finisce per coinvolgere emotivamente tutti, uomini donne e bambini, ognuno dei quali sembra dialogare privatamente, ancora una volta, con la santa prima dell’addio.

Da domani questo popolo straordinariamente legato alla sua patrona tornerà alla vita quotidiana e questi tre magici giorni di festa saranno solo un piacevole ricordo, ma probabilmente ognuno, mentre sarà immerso nel duro lavoro, penserà a santa Luciuzza che riposa nella sua cameretta.

Luciano Mirone