Sì certo, Andrea Pirlo, Gaetano Scirea e Gianni Rivera, ma se agli italiani dici Tanino Schifilliti, ex calciatore, nato nel 1950 a Messina, ti guardano sorpresi e ti rispondono “E chi è?”. Il paragone è irriverente, anzi, è tutto l’articolo irriverente – specie se parla di un calciatore sconosciuto che ha calcato i campi polverosi della profonda Sicilia negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta – e quindi è giusto che questo paragone e questo articolo vengano criticati: se un giocatore non passa dai campi della serie A, se non va ai mondiali, se non va in Tv, non potrà mai essere ritenuto un “grande”. Pirlo, Scirea e Rivera, a parere di chi scrive, ricordano molto Tanino, anche se Tanino era unico nel suo modo di destreggiarsi, con o senza pallone.

Perciò si dica pure che stiamo esagerando coi paragoni, e lo accettiamo. Però è bene che si sappia che non sempre è così. Tanino Schifilliti – secondo noi – è l’eccezione che conferma la regola. Perché l’eccezione comprende sempre tante variabili: una famiglia che a quei tempi non credeva nel calcio ed  aveva un bisogno impellente di braccia per tirare avanti, o più semplicemente un amore, una nostalgia, una atavica mancanza di talent scout di cui la Sicilia soffre. Schifilliti rientra in una di queste casistiche. Quanti potenziali campioni sarebbero arrivati in alto se una serie di deterrenze non ne avessero tarpato le ali…

Chi scrive ne ha visti tanti di calciatori, tra serie A e Terza categoria: se parla di Schifilliti un motivo c’è. Tanino ha lasciato il segno, non era un giocatore, era una via di mezzo tra un musicista e un poeta: lo piazzavi al centro del campo (col numero 10 del regista, con l’8 della mezzala o col 4 del mediano) o al centro della difesa (col 6 del libero) e lui creava delle sinfonie e dei versi che deliziavano i palati più raffinati: lanci da quaranta metri, triangolazioni velocissime, tiri al fulmicotone, stop liftato di petto e pallone che cade morbidamente sul piede, cross millimetrico, gol su punizione, in mezza rovesciata, dalla bandierina del calcio d’angolo. E (scusate se è poco), con entrambi i piedi e con la testa sempre alta quando aveva il pallone fra i piedi (chi mastica di calcio sa bene cosa vuol dire) .

Era alto circa un metro e settantasette, bacino proporzionato, equilibrio eccezionale nel tenere la palla, fisico ben strutturato, una corsa elegante e costante, buon colpo di testa, insomma, un giocatore che madre natura ha creato completo.

Soltanto oggi – agosto 2025 – ho saputo che all’età di 75 anni questo splendido calciatore che l’Italia non conosce si è spento nello scorso gennaio: proprio per questo merita di essere celebrato.

Gaetano “Tanino” Schifilliti quando, appena ventenne, militava col Taormina in Promozione, in una foto della Gazzetta del Sud. Sopra: il giocatore sempre con la maglia del Taormina

Della sua vita so poco. Soltanto che ha giocato in Sicilia – tra Prima categoria, Promozione e serie D; dalle giovanili del Messina al Taormina, dalla Robur Letojanni alla Pattese -, roba di poco conto rispetto ai mostri sacri del calcio che conta, che è fratello di Vittorio (classe 1952), ex attaccante del Catania di Massimino (allora in serie A), e che – secondo molti giocatori del tempo – l’autentico talento della famiglia era lui, senza nulla togliere, ovviamente, all’ex bomber rossazzurro. Un po’ come Totò e Maurizio Schillaci: straordinario il primo, immenso il secondo (almeno secondo un “certo”  Zdenek Zeman).

Eppure bisogna recarsi in questo lembo di Magna Grecia, tra la costa tirrenica messinese e la costa jonica taorminese, dove in un punto sperduto della carta geografica – Giardini Naxos –, nel 735 avanti Cristo, gli ellenici fondarono la prima colonia in Sicilia e dove, qualche secolo dopo, edificarono il teatro di pietra più bello del mondo, e dove se osservi attentamente quella cartina geografica, ti accorgi che questo pezzo di Sicilia si trova esattamente di fronte alla costa del Peloponneso, dove in un altro sperduto puntino c’è Olimpia, prima città greca nella quale, dal 776 avanti Cristo al 393 dopo Cristo, si celebrarono le prime olimpiadi della storia, bisogna recarsi in questo luogo mitico nel quale lo spettacolo, lo sport e la bellezza sono un tutt’uno, e discutere con la gente del posto per capire che certi paragoni non sono azzardati.

Da queste parti la figura di Schifilliti è una leggenda. Quando chiedi di lui ti dicono: chi “il professore” del calcio?

Chiediamo: perché Tanino non ha sfondato nel calcio che conta? La risposta somiglia a quella che mi aspettavo. Lui era nato a Messina, giovanissimo si era trasferito a Taormina perché si era perdutamente innamorato di una ragazza del posto, l’aveva sposata ed aveva avuto una figlia.

Contemporaneamente si era impiegato nel Comune della “Perla dello Jonio”, un posto buono, uno stipendio sicuro, il certo per l’incerto: il calcio per lui era ormai un divertimento, due, tre allenamenti a settimana, la partita la domenica, la militanza nella squadra dello stesso paese di residenza o al massimo di una località con distanza limitata, preparazione precampionato quasi sempre in sede e le discussioni al bar con gli amici. Per uno schivo e introverso come lui, che non amava la ribalta e non aveva il rimpianto di non essere arrivato in alto, era il massimo.

Lo avevo visto giocare tante volte, ma non avevo avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Qualche anno fa lo rividi a Letojanni, un paesino di mare sotto Taormina, mentre, ormai in pensione, era intento a distribuire il pane in alcuni negozi del posto per conto di un panificio locale. Quando lo rividi restai interdetto. Avevo voglia di fermarlo, di ricordargli quella splendida “bicicletta” che una volta gli vidi fare con la Pattese, palla arpionata coi piedi, rimbalzo dietro la schiena, palla che spiove davanti al corpo, tiro al volo e gol all’incrocio. Una favola. Ma non ebbi il coraggio di parlargli. Un po’ come quando ti trovi davanti a un grande professore di Università e ti intimidisci all’improvviso.

Un po’ stempiato e qualche capello bianco, ma per il resto era identico a quarant’anni prima: fisico asciutto, gambe possenti e a cancello, la testa sempre alta, anche se quella volta non aveva il pallone fra i piedi.

Luciano Mirone