Da un lato Giorgia Meloni che sventola l’immagine di Paolo Borsellino come icona di una destra “dura e pura”, dall’altro il suo delfino più importante della Sicilia, Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, attualmente sotto inchiesta per corruzione, che in un giorno sacro per la Sicilia e per il Paese, il 19 Luglio, diserta il trentatreesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dove furono fatti a pezzi il magistrato e gli agenti della scorta, per recarsi al matrimonio del figlio di Totò Cuffaro, ex governatore della Sicilia, fondatore e leader della Nuova Democrazia Cristiana, condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia.

La strage di via D’Amelio che fece a pezzi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Sopra: il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno

Gesto oggettivamente grave. Per il quale in un Paese normale ci sarebbero state ripercussioni immediate, ma non è successo niente.

Galvagno, in un sol colpo, infrange il tentativo della destra meloniana di appropriarsi della figura di Borsellino (da ragazzo attivista giovanile del Movimento sociale italiano, ma poi integerrimo magistrato che non ebbe il tempo di vedere le incredibili gesta della destra berlusconiana che poco prima della sua morte saldava patti con le entità più inquinate del nostro Paese) e di utilizzarla per scopi politici. Ma Totò è Totò, e il matrimonio del rampollo di casa Cuffaro (Raffaele) è un’occasione unica per saldare amicizie, alleanze, accordi in vista del futuro.

L’ex presidente della Regione Sicilia  Totò Cuffaro, fondatore della Nuova Democrazia Cristiana, condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia (foto Canale Sicilia)

Chissenefrega dell’immagine che Giorgia Meloni (almeno a parole) sta cercando di costruire per cercare di lanciare il messaggio di una destra che con le stragi e con il delitto Mattarella – contrariamente alle indagini della magistratura e alle convinzioni di Giovanni Falcone – non ha nulla a che fare, anche a costo di far fuori dalla Commissione antimafia due simboli della lotta a Cosa nostra come Roberto Scarpinato e Cafiero De Raho, da sempre sostenitori – carte alla mano – della tesi che mafia, politica, servizi segreti, massoneria deviata e settori della destra eversiva sono dietro ai fatti di sangue più drammatici dell’Italia repubblicana. Chissenefrega se da qualche tempo da certi schieramenti politici si insiste sulla tesi che la strage di via D’Amelio non fu organizzata da poteri occulti assieme a pezzi deviati dello Stato (vedi la sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino dalla macchina blindata subito dopo l’attentato), ma solamente dalla mafia a causa dell’indagine sugli appalti che il magistrato stava portando avanti.

L’agenda nella quale Paolo prendeva appunti sulle cose più inquietanti che lo riguardavano non si è più ritrovata. In compenso è stata rinvenuta la borsa di pelle bruciacchiata che la conteneva, che adesso, nei giorni precedenti all’anniversario, è stata esposta a Montecitorio. Ovviamente vuota.

La borsa di Paolo Borsellino esposta a Montecitorio

“La Camera dei deputati rende omaggio con immutata commozione alla memoria del giudice Paolo Borsellino”, ha detto il presidente della Camera, Lorenzo Fontana (Lega). “Lo ricordiamo esponendo la borsa che utilizzava tutti i giorni e che aveva con sé il giorno della strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992”, gli hanno fatto eco il presidente del Senato  Ignazio La Russa, la presidente del Consiglio  Giorgia Meloni e la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo.

Un matrimonio, duemila invitati, che al netto dei testimoni e degli amici degli sposi, sono deputati, senatori, sindaci, assessori, consiglieri comunali, consiglieri di quartiere, amministratori di condomini, arrivati fino a San Michele di Ganzaria, in provincia di Catania, dove i Cuffaro possiedono dei vigneti che si perdono a vista d’occhio, non solo per assistere alla messa e per partecipare al pantagruelico banchetto a base delle pietanze più squisite dell’Isola, ma per dire “io ci sono”, “io sono qui e non in via D’Amelio”, dove nello stesso momento si celebra il dolore, perché 33 anni fa una macchina imbottita di tritolo fece saltare in aria Paolo Borsellino (che indagava sulla morte di Falcone di quasi due mesi prima) e i cinque agenti addetti alla sua protezione.

E Galvagno, in base a una scelta precisa, il 19 Luglio, non era in via D’Amelio, ma da un condannato per mafia. E questo qualcosa deve significare. Così come deve significare qualcosa il fatto che il sindaco di Palermo  Roberto Lagalla e il presidente della giunta regionale Renato Schifani sono stati eletti grazie alle alleanze stipulate con lo stesso Cuffaro e con Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, anche lui  condannato per favoreggiamento alla mafia a sette anni di reclusione.

E qualcosa deve significare il fatto che il matrimonio del figlio di Totò “vasa vasa” sia stato fissato proprio il 19 Luglio, quasi per creare uno spartiacque fra il “prima” e il “dopo”, come per dire: il passato è passato, pensiamo al futuro.

Un concetto mirabilmente sintetizzato dalla frase che il sindaco di un paese limitrofo a Portella della Ginestra ha detto al sottoscritto: il ricordo della strage dell’1 maggio 1947 (undici morti e decine di feriti, una strage anche questa, secondo il professore Giuseppe Casarrubbea, contrassegnata dall’incrocio del piombo mafioso e fascista) doveva essere rimosso attraverso le sagre a base di cannoli di ricotta.

Riti, parole e gesti che raccontati isolatamente non significano niente, ma se inseriti in un contesto danno l’idea di una cultura.

Possibile che il gesto del giovane presidente dell’Ars sia stato dettato dall’irrefrenabile impulso di partecipare ad una bella festa con duemila invitati, senza prima avvisare la sua leader? Tutto è possibile, ma delle due l’una: o siamo di fronte ad un colossale gioco delle parti, in cui ognuno recita un ruolo, la leader di Fratelli d’Italia che rivendica la figura di Borsellino e mostra imbarazzo (apparente o reale?) di fronte ad una delle personalità più importanti del suo partito che partecipa al matrimonio del figlio di un condannato per mafia, oppure all’interno di Fratelli d’Italia sta succedendo qualcosa.

Il partito della presidente del Consiglio, soprattutto in Sicilia, si sta distinguendo per una serie di scandali che, a parte il presidente dell’Ars, attualmente vede anche l’ex assessora Elvira Amata indagata per corruzione. Al centro delle indagini, l’assessorato regionale al Turismo, da anni saldamente in mano a Fratelli d’Italia e ai predecessori di Amata. Un fiume di danaro che nessuno riesce ad arrestare.

Il fiume di danaro non riguarda solo quell’assessorato, ma tutta l’Ars: basti pensare che ognuno dei 70 deputati ha diritto ad oltre un milione di Euro “da spalmare nel proprio collegio”. C’è chi li spende per ragioni nobili, ma chi per altri scopi. Uno dei casi più emblematici degli ultimi tempi, quello dell’onorevole Carlo Auteri, famoso per aver “spalmato” parte dei suoi soldi (circa 700 mila Euro) ad un’associazione di cui era presidente la madre. E non è che la punta dell’iceberg.

Guarda caso Auteri, nel 2023, è stato eletto in Fratelli d’Italia. Dopo che è stato scoperto lo scandalo, è transitato nella Dc di Cuffaro. La presenza di Galvagno al matrimonio del figlio di Totò “vasa vasa” è solo un caso? O qualcosa in più, magari un messaggio di seguire l’esempio di Auteri, nel caso in cui in Fratelli d’Italia qualcuno non dovesse calmare i bollenti spiriti? Non lo sappiamo. Ma anche questo, forse, significa qualcosa.

Luciano Mirone