Questa non è la recensione di un libro, ma l’articolo su un giornalista e scrittore che ha sempre tenuto la schiena dritta e che per questo è stato bistrattato dalla sua città (e non solo). Oggi però Salvatore Mugno si sta prendendo le sue rivincite (alcune: per tutte ci vorrebbe il Pulitzer), perché sta raccogliendo quanto merita grazie al suo ultimo libro (il cinquantesimo o sessantesimo, abbiamo perso il conto) di cui si stanno occupando giornali italiani e anche qualcuno straniero: “Nascita della mafia” (Navarra editore), “Storie di uomini d’onore istruite in Sicilia (1838-1846) da Pietro Calà Ulloà, il Procuratore generale del Re che scoprì la piovra”.

L’ultimo libro di Salvatore Mugno: “Nascita della mafia” (Navarra editore). Sopra: il giornalista scrittore
Il volume (ottimamente documentato) narra l’incredibile storia (vera) di uno dei primi investigatori del fenomeno mafioso, che, giunto a Trapani nei primi decenni dell’Ottocento, scoprì i progenitori dei Messina Denaro, degli Agate, dei Virga, dei Minore (boss di Stato diventati tali per l’esistenza di quelli menzionati nelle pagine di Mugno), talmente radicati nel territorio da potersi consentire l’impunità grazie al loro legame strutturale col potere. Le camarille e i nomi erano altri, ma le soverchierie, le prepotenze, la bramosia di denaro e di potere le stesse di quelle odierne.
Il termine “mafia” non ricorre nei documenti studiati da Mugno, segno che (in una delle province siciliane nelle quali il fenomeno è il più antico rispetto ad altre) quel termine non fosse ancora di uso comune, quindi non è escluso che si tratti di un sostantivo diventato in voga negli anni successivi. In ogni caso, ci troviamo ai primordi dell’evento: (anche) per questo si tratta di un libro di fondamentale importanza.
Come cambiano i tempi: una mafia senza nome allora, una mafia da non nominare oggi. Per il resto, fra le due epoche i punti in comune sono impressionanti: dal sottosviluppo ai morti ammazzati, dalle collusioni agli affari. Un libro attualissimo da leggere anche nelle scuole, perché attraverso il passato si può comprendere il presente e il futuro.

Pietro Calà Ulloà, il Procuratore generale del Re che scoprì la mafia
Detto questo, che sa di recensione (la contraddizione con quanto detto prima è palese, ma è doverosa nei confronti di un libro che merita), bisogna dire che quando a Trapani o in tivù si organizzano certi importanti dibattiti sulla mafia, Mugno viene puntualmente escluso. Com’è possibile per un intellettuale del genere? Sì, certo ha un caratteraccio (e ti credo: con gli argomenti di cui si occupa…), ma l’omissione è grave.
Eppure dovrebbe essere il primo ad essere invitato, specie quando si parla del caso Rostagno, su cui ha scritto pagine memorabili: basti pensare che il dott. Angelo Pellino, presidente della Corte d’Assise di Trapani, nonché estensore della sentenza sull’omicidio, lo ha definito “quel valoroso professore”.
Salvatore, infatti, oltre ad essere un giornalista e scrittore, è anche un professore di diritto, ma si è messo part time, perché per lui scrivere libri su questi argomenti non è un divertimento o un hobby, ma una missione, per la quale ha chiesto un orario ridotto a scuola (ovviamente retribuito poco, con i contraccolpi personali che si possono immaginare), pur di portare avanti il suo mandato.
Sul caso Rostagno fu il primo, quando ancora a Trapani si portavano avanti tesi ridicole, a scoprire le carte segrete su certe verità inconfessabili che riguardavano i legami fra mafia, politica, massoneria, P2 e servizi deviati. Fu lui a fornirmi molti atti affinché scrivessi il capitolo sul giornalista sociologo nel libro “Gli insabbiati”. Fu lui, alla vigilia della sentenza della Cassazione, a subire l’incendio doloso della macchina (su cui non si è mai saputo nulla, ma la città ha puntualmente rimosso).

Il giornalista sociologo torinese Mauro Rostagno, direttore dell’emittente televisiva Rtc, ucciso a Trapani il 26 settembre 1988
Ora, si può capire che rimuova quella città in malafede o inconsapevole, ma se rimuovono gli intellettuali è la fine. Diverse volte, prima dell’uscita di questo libro, ne abbiamo parlato al telefono. Quando, amareggiato, mi confidava telefonicamente questi paradossi, non potevo fare a meno di ridere: quando non riesci a trovare il senso di certi atteggiamenti umani, la risata è d’obbligo.
“Nun te preoccupa’ Sarvatò – gli dicevo con forzato accento romanesco per delle cazzate vissute in gioventù, ai tempi dello Scarabeo, con lui, Giacomo Pilati e Gaspare Maiorana – concentrati sul positivo e ignorali”. Questi successi mi danno ragione. Il tempo è galantuomo.
Luciano Mirone























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