È il 9 maggio di un imprecisato anno della mia vita quando per la prima volta mi reco alla festa di sant’Alfio, a Trecastagni, un delizioso paesino dell’Etna a venti chilometri da Catania. “La festa della primavera”, come viene definita da queste parti. Le emozioni sono talmente tante che ancora oggi la mia memoria le rievoca come se fossero state vissute ieri.

Lungo la strada che conduce a Trecastagni frotte di persone scalze o a torso nudo (‘i nuri di sant’Affiu) provenienti dai punti più sperduti della Sicilia orientale e della Calabria, fanno il viaggio a piedi per chiedere un miracolo o per ringraziare il santo che, assieme ai suoi fratelli martiri san Cirino e san Filadelfo, sono i protettori del paese.

Ci sono uomini che trasportano immensi ceri equivalenti al loro peso corporeo, grondano sudore, ma proseguono instancabilmente la loro corsa: Staju arrivannu sant’Affiu! Un dialogo interiore col santo che ognuno si porta dentro da tempo.

È un pomeriggio pieno di luce, una luce gialla e abbagliante illumina i vigneti, il vulcano, i Monti Rossi, le ville antiche piene di rose e di gerani, gli agrumeti dai quali si sprigiona un ubriacante profumo di zagara.

Nino Bellissimo, un ragazzo di Santa Maria di Licodia, trasporta una torcia ed è visibilmente affaticato: “Tempo fa ricevetti una grazia e adesso mi reco a sant’Alfio per ringraziarlo”.

Maria Testa, di Belpasso: “Vado a sant’Alfio da quando ero bambina. Mia nonna lo faceva con mio padre, mio padre lo ha fatto con me. All’inizio del Novecento la mia famiglia, mentre si recava alla festa, cadde col carretto in un burrone, stava precipitando e chiese la grazia a sant’Alfio. Si salvarono tutti, anche uno zio finito sotto le ruote”.

Cicciu da frutta mentre espone orgogliosamente la treccia di aglio (foto L’Informazione). Sopra: i nudi arrivati in chiesa al cospetto di sant’Alfio (foto Corriere del Mezzogiorno)   

 

Arrivo a Trecastagni. All’ingresso del paese c’è Francesco, detto Cicciu d’’a frutta, col suo furgone pieno di aglio. Allunghi lo sguardo e vedi tante bancarelle stracolme di questo ortaggio che lascia nell’aria un aroma penetrante che, non so perché, mi evoca gli odori acri, dolci e misteriosi della Sicilia d’altri tempi. È una primizia che da sempre viene esposta durante i festeggiamenti, assieme a due tipi di frutta di inizio stagione: i cedri e le ciliegie. Cicciu d’’a frutta da poco ha finito di intrecciare “corone” e “trecce” di aglio e adesso le espone orgogliosamente “per fare bella figura soprattutto con i forestieri che vengono a Trecastagni anche per trovare l’aglio migliore della Sicilia. Lo coltiviamo a Ramacca – dice –, luogo ideale, sole secco, terra cretosa, per raccoglierne tanto, la dimensione di un grappolo supera il pugno di un uomo. Vedere per credere”.

La corona di aglio intrecciata da Cicciu da frutta

Entro nel cuore del centro storico. Le note della banda cittadina si spandono nell’aria. È una musica che si armonizza straordinariamente con l’architettura settecentesca di questo paesino costruito in pietra lavica ai piedi del vulcano più alto d’Europa.

Nelle bancarelle si trovano i cappelli di paglia, unico riparo dalla calura della Piana di Catania, dove i contadini di queste contrade, dopo i periodi trascorsi nei boschi e nei vigneti, adesso si recano a mietere il grano.

È un pomeriggio caldo. È come entrare in una macchina del tempo e catapultarsi improvvisamente in un’altra epoca. Alfredo Leonardi, uno degli organizzatori della festa, spiega: “Dal 592 il rito è rimasto immutato. Da tantissimi anni si ripete la sfilata dei carretti e delle bande, la salita dei sapunari, l’entrata dei cantanti”. Gli chiedo: perché questa fortissima venerazione per sant’Alfio? “Secondo la cultura popolare è un santo miracoloso. Ogni anno ci sono parecchie testimonianze di grazie ricevute. Questo è l’unico caso nella storia della Chiesa in cui tre fratelli vengono dichiarati martiri e santi. E poi Trecastagni è l’unico centro dove è stato dedicato un santuario ai tre fratelli: una cosa del genere non esiste né a Vaste (il loro luogo d’origine, in provincia di Lecce), né a Lentini (luogo del martirio)”.

Sui marciapiedi della via Vittorio Emanuele e del corso Sicilia (strade fra le più suggestive della provincia) si abbrustoliscono i ceci, si gonfiano i palloncini, si scioglie lo zucchero per fare il torrone.

Percorro queste vie e, dopo circa cinquecento metri, vedo una scalinata in pietra lavica che ricorda vagamente la scalinata romana di Trinità dei Monti: in cima, maestosa e solenne, la Chiesa Madre. I componenti della banda musicale indossano il vestito blu: dopo aver suonato per tutto il giorno, si siedono all’ombra di un albero, si liberano degli strumenti e confabulano fra loro: accanto al sedile c’è il trombone, all’angolo il tamburo, appoggiata alla ringhiera la trancàscia.

Da questa terrazza naturale lo sguardo si perde nella natura che degrada verso il mare, offrendoti una miscela di colori che vanno dal verde all’azzurro, dal giallo al viola, dal rosso all’ocra. Alle nostre spalle l’Etna comincia a “tingersi” dei chiaroscuri del tramonto.

Seduto in un angolo c’è Giuseppe Musumeci, uno dei componenti della banda: “Il complesso bandistico”, dice, “esiste dal 1920, è formato da una sessantina di elementi ed è stato fondato dall’ex arciprete Domenico Torrisi”.

I colori della sera calano su Trecastagni. Da quassù si vedono i paesi vicini dove, da qualche minuto, hanno acceso i lampioni elettrici. Scendo dalla scalinata e faccio la strada a ritroso. Questa via, questi vicoli, queste ville, quando la festa finirà, saranno private dalle coreografie di questi giorni, ma conserveranno il fascino di sempre.

Mentre sono immerso in queste fantasticherie torno al santuario dove i fedeli affluiscono a migliaia. All’interno, in questa notte fra il nove e il dieci maggio, si vivono sensazioni di grandissima intensità emotiva. È come se le invocazioni che echeggiano fra le navate della chiesa si sprigionassero dall’anima di ogni pellegrino, non dalla bocca, mentre le note dell’organo e i canti della corale si mischiano con le voci, dando la sensazione di volere assurgere, le une e le altre, verso il cielo. Dietro ogni invocazione, dietro ogni parola, dietro ogni pianto, c’è una storia, a volte banale (per “banale” è da intendersi un fatto non proprio grave da richiedere un miracolo), a volte drammatiche o tragiche.

Adesso una donna si inginocchia: “Unn’è me figghia sant’Affiu?”. Una madre chiede a sant’Alfio in quale luogo del mondo (o dell’altro mondo) si trova sua figlia. Chissà quale vicenda dietro questa frase? E ancora, in un crescendo struggente da tragedia greca: “Sant’Affiu unn’è me figghia”. Quale mistero racchiude questo interrogativo? L’anima di questo rito è racchiuso in queste poche parole.

Poco più in là un uomo: “Ccu tuttu ‘u cori ti chiamamu sant’Affiu”. Ed altre dieci, cento, mille voci di questo tenore riempiono la chiesa: “Priàmulu tutti, sant’Affiu”. Così per molte ore, in una interminabile sequenza di emozioni e di sensazioni fortissime.

Nel salone del santuario è stato allestito un punto di accoglienza. Qui i fedeli, assistiti dai volontari, sorbiscono una tazza di thé o di caffè, e successivamente fanno la doccia negli appositi box.

Francesco Pappalardo, di Pedara, racconta: “Mio padre, mio fratello e mio cognato, tempo fa, hanno avuto un bruttissimo incidente stradale. Mio padre e mio fratello hanno riportato delle fratture, mio cognato è rimasto ventitré giorni in coma: alla fine è stato salvato da sant’Alfio”.

Maria Arcifa (Trecastagni): “Molti anni fa mio padre, che faceva l’elettricista, rimase fulminato dai fili dell’alta tensione, si ustionò la base cranica, la schiena e gli occhi, rimanendo cieco per molto tempo: fu ricoverato per sei mesi tra la vita e la morte. Mentre era in agonia si rivolse a sant’Alfio ed ebbe il miracolo. Oggi è magnifico, se lo vede ‘cche beddu, russittatu, mangia. Da tanto tempo, prima della festa, cammino scalza per nove giorni in segno di ringraziamento”.

Domenica Lapi (Letojanni, Messina) dice tra le lacrime: “Ne ho avuti tanti miracoli da sant’Alfio, l’ultimo è stato per mia figlia, operata due volte di appendicite. Sapesse in quanti medici sono dovuta andare”.

Nino Grasso: “Vengo da Catania, piazza Santa Maria del Carmelo. Sono partito a mezzanotte, sono arrivato alle tre. Perché faccio il viaggio? Dovevo fare una operazione, un mese prima mi sono rivolto a sant’Alfio e tutto è andato bene”.

E poi gente che si è rotta il braccio, che si è fratturata la gamba o il femore, che ha subito “centotrenta punti di sutura in un piede”, che si è sottoposta alle operazioni più disparate, soprattutto di ernia e di appendicite.

Un carretto col suo carrettiere alla festa di sant’Alfio (foto La Sicilia)

Esco dal santuario. Le prime luci dell’alba rischiarano il paese. I “nudi” continuano ad affluire, le strade si riempiono di carrozzine e di carretti trasportati da cavalli con pennacchi multicolori, fra poco dovranno fare la salita dei saponari (‘a cchianata de sapunari), un’altra usanza che si perde nella notte dei tempi, un’altra immagine che ti fa tornare indietro nei secoli, quando queste strade erano popolate dai carrettieri, i quali, lasciato per un giorno il duro lavoro in campagna, si vestivano a festa per andare a rendere omaggio a sant’Alfio.

Nella strada del ritorno, incontro un vecchietto, ha gli occhietti furbi, è mingherlino e di bassa statura, col calesse si sta recando a Trecastagni. Gli chiedo di fermarsi, lui tira le redini del cavallo e in segno di rispetto esclama “Ossàbenerìca”, che in italiano vuol dire “che Dio ti benedica”. Dove sta andando? “A sant’Affiu”. Da quanti anni? “Assai”. “Perché ci va?”. Mi guarda di sbieco con quegli occhi, come se in quegli istanti volesse soppesare un sospetto. Non risponde. Insisto. Perché da tanti anni va alla festa di sant’Alfio? Altro silenzio. Perché non parla? “Livamucci ‘a farsa. Lei mi voli fari a contravinzioni”. Perdoni il lettore, ma questa non si può tradurre. 

Luciano Mirone