Perché perfino un uomo delle istituzioni come l’ex poliziotto Giovanni Paparcuri si scaglia contro la Fondazione Falcone e soprattutto contro Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato il 23 maggio 1992, assieme alla moglie Francesca Morvillo e ai componenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani? Perché la persona che scampò miracolosamente all’attentato di dieci anni prima in via Pipitone Federico, una settantina di chili di tritolo che che fece a pezzi il giudice Rocco Chinnici (l’autista era proprio lui, Giovanni Paparcuri) ed altre tre persone, l’ex poliziotto che sarebbe diventato uno dei collaboratori più fidati di Falcone e Borsellino, e che dopo  la loro morte avrebbe allestito e curato un Museo dedicato ai due magistrati all’interno del Palazzo di giustizia di Palermo, attacca una manifestazione come quella del 23 maggio?

L’ex poliziotto Giovanni Paparcuri scampato alla strage Chinnici, diventato uno dei collaboratori migliori di Falcone e Borsellino (dal profilo Facebook). Sopra: Maria Falcone (al centro) con la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo (foto Agende rosse)

Una premessa: ogni anno, prima e dopo il 23 maggio e il 19 luglio, rispettivamente anniversari degli eccidi di Capaci (Falcone) e di via D’Amelio (Borsellino), si scatenano polemiche ferocissime dovute essenzialmente a due concezioni diametralmente opposte rispetto ai rapporti da tenere col potere: Maria Falcone dice che bisogna coinvolgere (anche) le istituzioni, perché è con le istituzioni che occorre dialogare per sconfiggere la mafia. Salvatore Borsellino (fratello del magistrato) afferma il contrario: purtroppo – spiega – a volte la mafia ha il volto delle istituzioni, anzi riesce a mimetizzarsi per trovare legittimazione durante le commemorazioni.

Un altro particolare: in questi giorni Roberto Scarpinato, uno dei magistrati (oggi in pensione e senatore del Movimento 5 Stelle) più impegnati nella ricerca della verità sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ha attaccato la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo, responsabile, assieme ai componenti del centrodestra (secondo l’ex procuratore antimafia), di “voler coprire” gli eventuali “soggetti esterni dello Stato deviato” implicati nella ideazione e nella partecipazione degli attentati. La stessa Colosimo di recente ha querelato il giornalista Saverio Lodato, reo di aver detto che la presidente dell’antimafia “è stata fotografata, molti anni fa, in atteggiamento amichevole con il terrorista di destra Luigi Ciavardini, definitivamente condannato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 (80 morti ed oltre 200 feriti)”.

Chiara Colosimo, lo scorso 23 maggio, per l’importante ruolo istituzionale che ricopre è stata sul palco assieme a Maria Falcone. Ma vediamo i passaggi salienti ricostruiti da Giovanni Paparcuri attraverso i Social.

La strage di Bologna del 2 agosto 1980

COSA SCRIVE PAPARCURI. Il 23 maggio, dopo la manifestazione in ricordo di Falcone, l’ex poliziotto scrive: “. C’è davvero da vergognarsi per quello che è successo oggi pomeriggio all’albero Falcone. Io, purtroppo, c’ero. Dico purtroppo perché non ci andrò mai più. Non è stato giusto non aspettare l’arrivo del corteo formato da studenti, da varie associazioni antimafia e da famiglie con i loro figli.

Io c’ero, ero dietro il palco, ma già avevo capito da subito che qualcosa non quadrava, l’avevo capito dalla troppa fretta, troppa. L’avevo anche capito da alcuni interventi con parole buttate lì per caso, parole di circostanza e piene di retorica, una su tutte l’intervento di un tizio con la barba che diceva ‘abbiamo sconfitto la mafia, abbiamo vinto’. Ma vinto cosa? I fatti di cronaca dimostrano ben altro, comunque, oggi si è perso tanto, tantissimo.

Il minuto di silenzio è stato suonato all’ora che segna il mio orologio, il presidente Grasso (l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, ndr.) aveva già pronunciato i nomi dei morti”.

L’accusa di Paparcuri e degli organizzatori della marcia verte soprattutto sul fatto che dal palco non si è aspettato il corteo. Solo per una mancanza di rispetto o per il timore che scoppiassero contestazioni nei confronti dei politici?

“Ho provato anche fastidio – seguita l’ex poliziotto – nel vedere come, quasi a scappare, toglievano frettolosamente vessilli (non so se il termine è giusto) e cose varie. La professoressa Falcone poco fa ha dichiarato: ‘La memoria non è un cronometro’, e gli altri anni come mai l’orario è sempre stato rispettato al secondo? Mi sorge il dubbio e credo di non sbagliare che l’anticipazione è stata studiata a tavolino, non è stato un caso. Non è così che si onora il giudice Falcone e le altre vittime. Si è parlato nei giorni scorsi di non creare divisioni, ma con quello che è successo oggi dimostra invece tutto il contrario…

Infine, c’è anche da raccontare che un solerte agente della digos, pur qualificandomi, mi ha obbligato a scendere dal palco ormai vuoto, ripeto VUOTO, dove da lassù guardavo dispiaciuto e, non mi vergogno a dirlo, con le lacrime agli occhi, l’amarezza di tutte quelle persone ai quali è stato negato un momento solenne, le note del silenzio”.

L’orario mostrato da Paparcuri durante la manifestazione

Concetti praticamente simili sono stati pronunciati in questi giorni da larghi strati del movimento antimafia, che hanno stigmatizzato l’evento.

LA RISPOSTA DELLA FONDAZIONE FALCONE. Questa la risposta della Fondazione Falcone: “Non c’era alcuna voglia di alimentare polemiche. E’ vero, il silenzio del trombettista è arrivato con qualche minuto di anticipo su quel fatidico orario che da 33 anni ci ricorda il sacrificio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e i meravigliosi ed eroici uomini della scorta guidati da Antonio Montinaro. L’unica cosa che conta davvero è l’essere stati uniti, insieme, per ricordare, ancora una volta, i nostri eroi. La politica non c’entra nulla e chi tenta di strumentalizzare quei 7 o 8 minuti di anticipo commette un errore di valutazione…”.

LA CONTRO RISPOSTA DI PAPARCURI. “Non è vero, il silenzio del trombettista non è arrivato per caso, ma voluto, ripeto io ero proprio sotto il palco, ma dalla parte posteriore, e ho visto, così come altri, tutte le scene, in particolare quel signore con barba e occhiali fare fretta al trombettista di prepararsi anche se mancavano quasi 15 minuti e mentre il dottor Grasso leggeva i nomi dei morti. E non sono stati 7 o 8 minuti. E’ vero le ferite non rimarginano, ma così facendo, escludendo altri, le ferite non rimargineranno mai e ricordiamoci che la morte del Giudice Falcone ha ferito tanti italiani e questi ultimi hanno anche il diritto di quel momento di raccoglimento.

LE STELE AL BUIO. Il 24 maggio l’ex autista di Rocco Chinnici torna sull’argomento, postando due foto: “Bene – scrive -, la commedia è finita e puntualmente come in un teatrino si spengono le luci, infatti la stele (erette nel luogo della strage di Capaci, sull’autostrada Palermo-Trapani. ndr.) direzione Mazara e quella direzione Palermo già sono al buio. Che tristezza, peggio di così la giornata non poteva concludersi. Buonanotte!”.

La stele eretta nel luogo della strage (in autostrada, direzione Palermo) al buio. Anche l’altra (direzione Mazara del Vallo) nelle stesse condizioni

GLI ORGANIZZATORI DEL CORTEO. Alcune ore fa, Giovanni Paparcuri, pubblica il comunicato degli organizzatori della marcia in ricordo della strage di Capaci.

“Prendiamo atto delle scuse di Pietro Grasso, rilasciate a Repubblica Palermo, in merito all’anticipazione di oltre dieci minuti del minuto di silenzio del 23 maggio scorso, durante la commemorazione del 33° anniversario della Strage di Capaci. Prendiamo atto anche della sua disponibilità a incontrare le realtà promotrici del corteo.

Tuttavia, quanto accaduto non può essere liquidato come una semplice ‘papera’, come invece ha banalizzato la Fondazione Falcone con un comunicato stampa a dir poco deplorevole e offensivo, che auspichiamo venga rettificato. Alle parole di Grasso ci saremmo aspettati scuse e spiegazioni credibili e dettagliate da parte di Maria Falcone, presidentessa della Fondazione.

È troppo comodo scaricare tutta la responsabilità sull’ex senatore Pietro Grasso, quando l’organizzazione dell’evento era nelle mani della Fondazione Falcone. Era quindi anche loro responsabilità rispettare l’orario esatto del minuto di silenzio e attendere un corteo che si trovava ormai visibilmente nei pressi dell’Albero Falcone, al grido: ‘Fuori la mafia dallo Stato’. E invece, alle 17:58, sul palco non c’era più nessuno, e la Fondazione, insieme alle autorità, si era già allontanata a bordo delle berline, quasi di corsa, come testimoniato da molti presenti, tra cui Giovanni Paparcuri, già collaboratore di Falcone e autista di Rocco Chinnici.

Come già accaduto nel 2023, con le manganellate delle forze dell’ordine, anche stavolta si è aperta una ferita profonda, che impone una risposta da parte di Maria Falcone. All’epoca non espresse alcuna solidarietà verso il corteo colpito. E venerdì scorso si è ripetuto lo stesso copione: un comunicato stampa sterile, in cui ha cercato autoassoluzioni, affermando che ‘la memoria non è un cronometro’. Una frase offensiva per un’intera città, ancora sconvolta dalla strage.

È un’immagine positiva quella di centinaia di bambini provenienti da tutta Italia. Terribile, invece, è l’immagine che da troppo tempo la Fondazione restituisce alla città: quella di isolamento e indifferenza verso le istanze popolari espresse da chi, da anni, anima il corteo di antimafia sociale ed intersezionale di Palermo.

Prendiamo atto della proposta di Grasso di salire sul palco per leggere i nomi. Ma ora più che mai – dopo il recente comunicato della Fondazione – ribadiamo con forza che non saliremo mai sul palco organizzato dalla Fondazione Falcone, finché essa continuerà a invitare, alle giornate commemorative, esponenti politici sostenuti da condannati per mafia e membri del Governo che ogni giorno tradiscono la memoria di Falcone; finché non verranno denunciate – soprattutto il 23 maggio – le verità ancora taciute sulla strage; e finché la voce e le richieste delle realtà sociali che animano il corteo dell’antimafia sociale del 23 maggio non verranno accolte.

A Maria Falcone, a Grasso e alla Fondazione Falcone tutta – riprendendo le parole di unità espresse dal senatore su Repubblica – diciamo che l’unione nasce dalla coerenza. E che il rispetto delle istituzioni non significa inginocchiarsi davanti a chi quelle istituzioni le ha infangate, svuotate, piegate a interessi che danneggiano la collettività. Al contrario: significa denunciarle.

Inoltre, alle accuse della Fondazione Falcone ‘di trasformare un momento di memoria collettiva in un pretesto per polemiche di parte ideologica, facendo politica con l’antimafia’, rispondiamo che le nostre contestazioni e istanze si basano su fatti, anche processualmente accertati, e non su teoremi o opinioni di parte. In questo modo evitiamo la retorica e attualizziamo la memoria di Giovanni Falcone e delle altre vittime innocenti di mafia.

Pensiamo che tenere viva la memoria sia chiedere per questo Paese una classe dirigente pulita e onesta, in prima linea nella lotta alla mafia, come evidentemente oggi non è.

Concludiamo ribadendo con forza che non sono solo le realtà promotrici del corteo a esigere spiegazioni vere, ma l’intera città di Palermo.

Nonostante gli attacchi ricevuti e i tentativi di ridimensionare quello che è successo, siamo sempre aperti per un confronto pubblico per costruire un’antimafia sociale e condivisa in questa città. Ci promettiamo anche di continuare a resistere e a lottare, facendo camminare nelle nostre gambe le battaglie di Falcone, Morvillo, Dicillo, Montinaro, Schifani e di tutte le altre vittime innocenti delle mafie”.

Firmato Our Voice, Collettivo giovanile Attivamente, Giovani CGIL Palermo, Udu Palermo, Collettivo Rutelli, Sindacato Regina Margherita, Collettivo Sirio.

Luciano Mirone