Lo scorso 16 maggio a Paternò (Catania) cinque ragazze sono state aggredite, in pieno giorno e in zone centrali della città, da un giovane di nazionalità tunisina, il quale – secondo quanto denunciato dalle vittime dell’aggressione – voleva abusare di loro.
Quanto accaduto impone di esprimere innanzitutto totale solidarietà alle cinque giovani donne e alle loro famiglie, con la speranza che possano superare presto il trauma subito.
Occorre essere grati all’Arma dei Carabinieri per avere rapidamente assicurato alla giustizia l’aggressore e per avere difeso con gli stessi corpi dei propri operatori quei principi dello Stato di Diritto su cui si basa il nostro vivere civile, evitando il linciaggio che alcuni paternesi hanno provato a compiere contro il reo.
Qualora la magistratura appuri l’effettiva colpevolezza del giovane, sarebbe auspicabile che possa essere punito in modo esemplare ed essere poi espulso dall’Italia, considerata la residenza irregolare di questa persona nel nostro territorio.
La nazionalità tunisina del presunto criminale è stata un elemento che ha scatenato inquietanti tensioni xenofobe, che da mesi covavano silenziosamente nella città.
Da molti fronti politici si sono levate voci di denuncia dell’assenza dello stato, nelle sue articolazioni locali e nazionali, rispetto a un’efficace gestione della presenza di un alto numero di stranieri in città.
L’amministrazione comunale, in particolare, è stata accusata di non avere attuato alcuna politica di controllo e monitoraggio delle comunità straniere presenti in città e di non avere realizzato delle adeguate politiche di gestione e integrazione degli immigrati nel tessuto socio-economico cittadino.
Si impone, tuttavia, un’ulteriore riflessione, che è strettamente interna alla comunità islamica presente a Paternò (per la stragrande maggioranza cittadini marocchini musulmani sunniti): molti giovani magrebini assumono comportamenti aberranti (ubriachezza molesta, uso di droghe, rissosità) rispetto ai principi etici dell’Islam, anche a causa della condizione di marginalità e degrado che sperimentano quotidianamente.
La maggior parte di queste persone, infatti, vive un’esistenza segnata dallo sfruttamento generato dal caporalato diffuso in agricoltura, da condizioni abitative estremamente precarie, dalla solitudine causata dall’essere poveri, poco istruiti e lontani dalla rete protettiva delle proprie famiglie.
A ciò si aggiunge un problema di identità culturale ancora più profondo, una dimensione di limbo spirituale in cui l’educazione religiosa di matrice islamica, impartita dalle famiglie d’origine, viene sopraffatta dai desideri edonistici suscitati dal consumismo dello stile di vita occidentale, quasi sempre irraggiungibile per questi giovani immigrati.
Di fronte a tale situazione, diventa necessario che i musulmani presenti a Paternò si impegnino in prima persona a guidare i loro fratelli fuori da questo pericoloso tunnel di disperazione, da una parte utilizzando il messaggio di salvezza contenuto nel Corano e nella Tradizione del Profeta Muhammad, dall’altra utilizzando lo spirito di fratellanza come leva per contrastare i processi di marginalizzazione socio-economica e alienazione culturale di cui sono vittime i migranti, a Paternò come in tante altre città europee.
É pertanto fondamentale che la comunità islamica paternese si strutturi in modo tale da cooperare fruttuosamente con l’Amministrazione comunale, gli enti regionali e nazionali, le Forze dell’Ordine, per la costruzione di percorsi di integrazione e di reciproca conoscenza, che possano consentire di superare le dinamiche di scontro sociale già innescate in città.
Nella foto: Paternò (Catania), contrada “Ciappe Bianche”, dove una comunità di migranti vive in condizioni di estremo degrado. L’immagine ritrae il sopralluogo dei Carabinieri dopo il delitto, avvenuto qualche anno fa, di un giovane extracomunitario a causa del caporalato
Valerio Buemi
Mediatore culturale e arabista























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