“Perché scrivi tanti libri e articoli su argomenti di grande attualità, partecipi a manifestazioni di un certo livello e poi ti spendi fino allo spasimo per un paese di cui pochi conoscono l’esistenza?”.

Il rimprovero (bonario ma implacabile) è arrivato anche oggi. Stavolta per iscritto da parte di una persona che mi segue attraverso i Social, ma tante volte da un sacco di amici e conoscenti in privato: “Non ti rendi conto che Belpasso ti succhia un sacco di energie che potresti impiegare altrove?”. “Non vedi quanta invidia, quanti retro pensieri, quanto servilismo?”. “Perché se non vogliono cambiare, devi violentare la loro volontà?”. “Perché non mandi tutti al diavolo?”.

Hanno ragione! Quella vocina che dopo quelle sacrosante cazziate mi parla, dice sempre la stessa cosa: hanno ragione! Poi, però, un’altra vocina si sovrappone: bisogna continuare. Il perché non lo sa neanche lei. Forse perché è giusto o forse, chissà. Ed io confesso che tante volte sono stato lacerato dalla tentazione di staccare un biglietto di sola andata per le destinazioni più impensate e la consapevolezza di restare, poiché, per dirla con Eduardo, ‘a guerra non è fernuta. E la guerra, nel nostro caso, riguarda la progressiva cementificazione, la perdita di memoria e di identità di un paese un tempo bellissimo, questa “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini che ho compreso vivendo qui, non nelle capitali della mafia come Palermo o Trapani.

Detta così forse non si capisce, sembra una cosa astratta, ma è triste assistere al disfacimento del tuo paese. Comitati d’affari, palazzinari, mistificatori, voltagabbana, opportunisti, mestieranti della politica, che da decenni lo usano come cavia per gli interessi più disparati, approfittando della bonomia di molti abitanti, dell’omertà e dell’ipocrisia di altri, dell’indifferenza di altri ancora: tutti tristemente complici.

E meno male che all’inizio degli anni Novanta (dopo un lungo periodo di latitanza trascorso sempre al suo paese), dopo le stragi, lo Stato decise di catturare il Malpassoto, mandante di tanti delitti (i nemici li faceva bruciare dentro i copertoni in fiamme) e braccio destro del boss di Stato  Nitto Santapaola, e i suoi sanguinari sgherri, sennò ancora staremmo a parlare di un argomento che a certo perbenismo nostrano fa venire l’orticaria. Meno male.

Ma al netto della mafia, il risultato è il seguente: Belpasso al primo posto per abusivismo edilizio in Sicilia (secondo uno studio della Regione), il che tradotto in parole povere vuol dire che un territorio pieno di biodiversità e di bellezza è stato (e continua ad essere) sfregiato dal cemento progettato da una (ex) classe politica che prosegue (magari non compatta come un tempo) ad edificare in area agricola, poiché vecchi e giovani, oggi, si ritrovano in perfetta sintonia culturale e politica.

Un capannone costruito in zona agricola nel territorio di Belpasso (Catania). Sopra: piazza Umberto, dove da bambini giocavamo al pallone

Non solo. Secondo gli osservatori più raffinati, neanche nei comuni più tristemente noti, esiste un centro storico saccheggiato come quello di Belpasso. Dimore settecentesche demolite per far posto ad anonimi palazzi in cemento di quattro piani, case a pian terreno con gli archi in pietra lavica, giardini e cisterne in ferro battuto, che hanno fatto la stessa fine.

Per farsi un quadro completo di come una classe politica abbia sconvolto antropologicamente questo popolo, basti pensare che fra gli anni Ottanta e Novanta a Belpasso furono imposti i modelli edilizi ed urbanistici del “sacco” di Palermo: Piano regolatore affidato al cugino di Salvo Lima, micidiale punto di snodo degli interessi politico-mafiosi fra il capoluogo siciliano e l’Europa, e conseguente cambiamento perfino del carattere della gente. Un po’ come aveva descritto Sepulveda parlando del Cile.

Insomma, se qualcuno vuol sapere cos’è la questione meridionale potrà raccontare anche questa incredibile storia in cui il cemento si mischia con la cultura mafiosa e con l’anima più nobile di un popolo.

Belpasso è un centro situato alle pendici dell’Etna. Qui sono nati i miei genitori e i miei avi, qui ci venivo da bambino per passare il mese di agosto, dato che la mia famiglia è stata costretta per tanti anni a stare lontana dal proprio luogo d’origine per il servizio di mio padre nell’Arma dei carabinieri.

Erano estati dolcissime, fra le più belle della mia vita, nelle quali ero diviso tra il cinema Eden di mio nonno – il primo del paese, costruito negli anni Cinquanta accanto alla casa antica, quando lui tornò dall’Argentina – e la piazza davanti alla chiesa, nella quale ogni sera una trentina di bambini giocavano al pallone, dalla quale passavano i personaggi più incredibili, da Turi Zaccà che con la maglietta rossa e il pugno alzato, sognava il comunismo; a Luciano Abate che la sera spuntava con delle note musicali costruite con del fil di ferro e appese alla cintura dei pantaloni: “E’ la chiave del violino!”, diceva sempre, suscitando l’ilarità di noi bambini inconsapevoli di un episodio che aveva cambiato per sempre il suo destino: durante la guerra, Luciano era rimasto intrappolato in un sommergibile e ne era uscito miracolosamente vivo, ma da quel momento viveva più a contatto col mondo dei suoni che con quello degli uomini.

E poi il teatro e la poesia popolare, i cantastorie come Busacca che la domenica mattina posteggiavano la Seicento multipla in piazza Umberto e declamavano la storia del bandito Giuliano e “Il gran duello tra la morti e lu miliardariu”.

Era quell’atmosfera rarefatta ad essere bella: sia per lo spirito della gente che protestava vibratamente contro “i politici ca si mangiaru ‘i soddi”, sia per il paese a misura d’uomo con le case basse edificate dopo due eventi funesti: l’eruzione del 1669 e il terremoto del 1693 (quello della Val di Noto). Sui cocci del vecchio paese si edificò il nuovo secondo i nuovi modelli barocchi: palazzetti di un piano coi balconi in ferro battuto, l’arco a sesto acuto e le volte altissime affrescate perlopiù con scene di caccia, o case a pian terreno con l’arco in pietra lavica dal quale facevano ingresso i carrettieri, e il giardino con le rose, il gelsomino e la cisterna di pietra nera abbellita col gallo in ferro battuto.

Palazzo Scrofani, uno dei manufatti di Belpasso salvatisi dalla furia demolitrice

Era tutto più semplice ed era bello per questo. Ma fra gli anni Sessanta e Settanta, quella semplicità cominciò a sbiadire, si decise che bisognava diventare “moderni”, pur restando con la cultura contadina dei millenni precedenti. Buttarono giù parte dei manufatti antichi situati nella piazza principale e al loro posto costruirono quattro palazzi che ostruirono la bellezza della chiesa madre. Fu solo l’inizio.

Il piano regolatore completò l’opera. L’incremento demografico è ics? E noi lo gonfiamo. Più abitanti si prevedono (le previsioni parlano di incremento lento? Non importa), più aree edificabili si disegnano. Con un colpo di penna si vagheggiò il paese del futuro. Tutti contenti, sia i piccoli proprietari (che magari avevano ricevuto in eredità minuscoli appezzamenti), sia i furbi che sapevano come muoversi per saturare le loro aree. Illusi i primi (“prima o poi qualcuno costruirà”), contenti i secondi.

Operazione in grande stile. Adesso era necessario il capolavoro finale: ottenere l’indulgenza della popolazione, compresi quei riottosi che con la lista civica di ispirazione socialista Uniti per Belpasso raffigurante l’araba fenice, capeggiata da uno dei più grandi sindaci della storia di Belpasso, Domenico Martinez, una quindicina d’anni prima avevano cambiato il volto del paese: adesso c’erano gli affari, mica si poteva scherzare con la tutela del centro storico e tutte queste baggianate. Adesso si faceva sul serio, se qualcuno osava dissentire bisognava guardarlo in cagnesco, un po’ come Mastro don Gesualdo con chi tentava di sottrargli la “roba”.

Si aprirono le porte del clientelismo più sfrenato. Posti al comune, posti nel sottogoverno, contributi a pioggia, promesse, progettazioni, con tanto di benedizione di Santa Madre Chiesa (per capire, basta vedere le previsioni del Prg: una colossale colata di cemento a nord del paese, fortunatamente mai realizzata, perché nel frattempo chi avrebbe dovuto farlo è caduto in bassa fortuna). Nel giro di qualche tempo si costruì una sapiente cultura del silenzio che attraversò ogni strato della popolazione. Fu l’origine della “mutazione antropologica”. Il paese degli “scausunazzi” (i seguaci del grande sindaco socialista di Catania  Giuseppe De Felice) famosi per la loro libertà di pensiero, si stava spappolando nel silenzio.

Un mutismo surreale pilotato da un comitato d’affari che adesso guardava al vastissimo territorio (uno dei più estesi dell’Isola) per capannoni in area agricola, progettazioni abusive, certificati di idoneità statica e sanatorie. Un processo di osmosi fra potere e gente comune di proporzioni gigantesche in cui il dissenso non è che fosse vietato, non era neanche concepito.

Nel 1985 – anno nel quale mio padre concluse il servizio nell’Arma – tornai definitivamente a Belpasso. Arrivai nel pieno della deriva: il Malpassoto era l’indiscutibile padrone del paese e aveva messo le mani sulla gloriosa banca popolare di Belpasso (nata nell’Ottocento per scopi nobili, sconfiggere l’usura e aiutare la piccola imprenditoria, con risultati straordinari), mentre i “soliti noti” erano in piena attività edilizia.

La percezione di essere finito nella palude cominciai a provarla quando una mattina sentii il rumore del martello pneumatico e delle ruspe che dovevano demolire l’Eden. Per ragioni economiche la famiglia aveva deciso di venderlo: dopo l’incendio del cinema Statuto di Torino (decine di morti e feriti) era stata varata una legge sulla sicurezza dei locali pubblici, specie i cinema: ci volevano svariati milioni per adeguarsi. Zio Gianni ne aveva proposto l’acquisto al comune. Un cinema di quel genere, dotato di sala, di tribuna, di due ali laterali di tribuna e di un palco – in un momento drammatico come quello – se fosse diventato comunale, sarebbe stato un punto di riferimento sociale e culturale per tutti, specie per i giovani.

Niente da fare. E poi c’era il rampante assessore, col suo incredibile delirio di onnipotenza, coinvolto nella demolizione e nella progettazione della nuova palazzina, che scalpitava. Non scherziamo. Ma a fare male veramente fu il silenzio di tutti. Per anni non riuscii ad elaborare il lutto: ogni volta che qualcuno mi parlava del cinema e di quel silenzio terribile mi perdevo in un irrefrenabile pianto: era cambiato tutto.

Fu il momento in cui cominciai ad avere contezza del gioco. E lo scrissi su I Siciliani, da pochi mesi privo del suo direttore, Giuseppe Fava, ucciso a revolverate il 5 gennaio del 1984 dai killer di Santapaola. Raccontai il Piano regolatore, la mafia, il disagio dei giovani. Belpasso diventò un caso nazionale. Avevo infranto il tabù. Cercarono di farmela pagare, non con le minacce, ma con i più svariati tentativi di isolamento. Avete presente un fascismo senza manganello e una mafia senza lupara?

Poi arrivarono i giovani al potere e qui si dovrebbe aprire un capitolo a parte, ed io credo di essere inadeguato per descrivere un fenomeno del genere: ci vorrebbe Pirandello.

Non mi sono fossilizzato. Continuo a fare le battaglie per il mio paese (ritengo profondamente sbagliato deporre le armi), ma continuo a fare le mie battaglie, attraverso i libri e gli articoli che scrivo per una Sicilia libera dalla mafia e dalla corruzione, gli insabbiati, il generale dalla Chiesa, Attilio Manca, i depistaggi per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, Berlusconi, Dell’Utri, e tanto altro. Ed è bello, dopo essere stato invitato nei posti più svariati, tornare rinfrancato, al punto da potermi permettere di ridere quando assisto a quei goffi tentativi di farmi fuori o certe facce alla presentazione della campagna elettorale del sindaco o dell’onorevole.

Ma al tempo stesso non posso fare a meno di fermare quella malinconia nel vedere un paese che non si riconosce più. E però quella vocina di dentro continua a dirmi: ‘A guerra non è fernuta.

Luciano Mirone