Dieci puntate in cui abbiamo cercato di scandagliare una vicenda seppellita dalla sabbia in quasi cento anni di storia. Per il caso Martoglio abbiamo intervistato docenti universitari di letteratura, di storia, di medicina legale, un avvocato, oltre a un regista (Elio Gimbo) e a un altro avvocato (Gianni Nicotra), gli ultimi due con il merito di aver scoperto gli atti dell’indagine sulla morte incredibile di un personaggio che fu commediografo, poeta, giornalista, uomo politico, regista (teatrale e cinematografico) che col suo film-capolavoro “Sperduti nel buio” segnò la strada del neorealismo di Visconti, De Sica e Rossellini.

Ne è uscita fuori un’inchiesta avvincente, che ha messo in risalto le omissioni della magistratura catanese del tempo, le grottesche versioni fornite dal personale dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania (dove il 16 settembre 1921 il commediografo fu trovato morto sul pavimento della tromba di un ascensore); il superficiale (per usare un eufemismo) esame esterno sul cadavere eseguito da un medico dello stesso ospedale, che trovò perfetta sintonia nell’Autorità giudiziaria che non ritenne di ordinare un’autopsia per accertare scientificamente le cause del decesso; il silenzio della stampa; il contesto storico e sociale nel quale il partito fascista faceva la sua apparizione in Parlamento contrapponendosi al movimento socialista di cui Martoglio – assieme a Giuseppe De Felice e a Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti tre anni dopo – fu uno dei militanti più convinti; la guerra fra Case cinematografiche catanesi entrate in contrapposizione con lo stesso Martoglio, che, secondo gli studiosi, avrebbe ispirato un giornale nazionale come Il Messaggero ad attaccarle mediante un articolo non firmato. E poi il ruolo delicato di ispettore per la Sicilia della Società degli autori, che Martoglio ricoprì in quel periodo, e l’altra guerra combattuta senza esclusione di colpi per i diritti sulle opere teatrali.

Insomma, nel 1921, Martoglio era il punto di coagulo di tante situazioni che avevano come centralità il danaro e il potere. E il punto di convergenza di parecchi nemici, a Catania e altrove.

Questa puntata conclusiva ha il dovere di tirare le fila, di mettere a fuoco le responsabilità istituzionali, di trovare una sintesi sulle ipotesi della morte, senza parteggiare né per l’una né per l’altra, ma raccontando esclusivamente i fatti affrontandoli con il necessario spirito critico. Vediamoli.

L’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Sopra: Nino Martoglio

L’ipotesi della morte accidentale. Non va liquidata a priori. L’idea che il commediografo, la sera del 15 settembre – dopo aver salutato la moglie e il figlioletto di otto anni ricoverato in un’ala in ristrutturazione dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania – avesse evitato il corridoio illuminato per guadagnare l’ingresso, entrando in una prima, in una seconda e in una terza camera – spoglie, disabitate e al buio – forzando un’ultima porticina chiusa a chiave e cadendo nel vuoto (l’ascensore non era stato installato e lui, secondo le testimonianze, soffriva di miopia ed era particolarmente distratto), potrà anche non suggestionare gli assertori della morte violenta, ma non è affatto da scartare. Così come non è assolutamente da scartare il motivo per il quale Martoglio potrebbe aver fatto quell’“itinerario alternativo”, dato che, secondo l’Autorità giudiziaria, egli volle fare una sorta di esplorazione dei luoghi per un istintivo atto di protezione nei confronti del figlio e della moglie che durante la notte sarebbero rimasti soli in quella grande struttura vuota. L’ipotesi ci sta tutta, e tra l’altro fu confermata dalla moglie e dal fratello di Martoglio, che esclusero altre piste. Ma affinché una ipotesi possa essere accreditata, deve essere suffragata da prove, specie se si considera che la pubblicistica medico-legale del tempo (il professor Pucinotti su tutti), in casi del genere, avvisava di tenere in considerazione anche la pista alternativa, ovvero l’omicidio.

L’ipotesi dell’assassinio. Naturalmente questo articolo non ha lo scopo di risolvere il caso, ma di mettere in risalto le contraddizioni emerse dagli atti giudiziari affinché il lettore possa giungere a delle conclusioni anche attraverso le tredici domande che poniamo.

Prima domanda: perché non fu effettuata l’autopsia mediante la quale si sarebbero potute accertare scientificamente le cause del decesso? Il medico che eseguì l’esame esterno ritenne superflua la dissezione cadaverica, e gli investigatori, invece di cercare la verità, si adeguarono.

Seconda domanda: perché non ci si attenne alla circolare Fani, in vigore dal 1905 ed emessa dal ministro della Giustizia Cesare Fani, che imponeva, in casi come questi, una serie di obblighi che gli investigatori dovevano rispettare (fotografie o disegni circostanziati del cadavere, una descrizione puntuale dello stesso; eventuali macchie di sangue sui vestiti, il divieto di spostamento del cadavere se non alla presenza del magistrato, e tanti altri accorgimenti non applicati)?

Terza domanda: perché fu eseguito soltanto un esame esterno sul cadavere? Gli esiti furono questi: ferita lacero-contusa, con incavo, nella zona frontale. Stop. Una lesione del genere, in verità, appare più compatibile con una violenta percossa alla testa causata da un corpo contundente (un bastone, una spranga, un manganello?), che con una caduta da tre metri e mezzo, che avrebbe dovuto produrre lesioni, fratture ed ecchimosi sia al capo che in tutto il corpo. Nel referto questi particolari non vennero citati, quindi dobbiamo ritenere che furono esclusi. Il professore di Medicina legale dell’Università di Catania, Cristoforo Pomara (che sta studiando il caso anche mediante una simulazione grafica della caduta), sostiene che allo stato attuale, se dovessimo tener conto dei risultati dell’esame esterno, dovremmo optare per l’ipotesi dell’omicidio. Immaginabile la dinamica: Martoglio, dopo essere stato bastonato, potrebbe essere stato adagiato sul pavimento della tromba dell’ascensore, o dal piano rialzato oppure dal piano terra. Comunque, se si vuole scoprire la verità, anche a distanza di un secolo – dice Pomara – è necessaria la riesumazione della salma con relativa Tac ed una serie di test collaterali. Dunque se all’esame esterno del cadavere effettuato nel 1921 non può essere dato valore probatorio, la tesi della morte accidentale – possibile, come abbiamo detto – perde peso per tutte le contraddizioni che emergono. A vantaggio dell’altra. Per la quale magari non ci saranno prove, ma sulla quale c’è da chiedersi: le prove sono state cercate? L’unica prova prova che abbiamo, dimostra che gli inquirenti hanno disatteso la circolare Fani e le norme di quegli anni. Quindi si sono posti fuori dalla legge. Perché?

Un ritratto di Nino Martoglio

Quarta domanda: perché i magistrati credettero (o fecero finta di credere) alle spiegazioni grottesche del personale amministrativo e sanitario dell’ospedale (vedasi puntate precedenti), evitando di interrogare alcuni testimoni chiave come il medico (un altro, rispetto a quello che eseguì l’esame esterno) e l’infermiere che per primi, la mattina del 16 settembre, si recarono sul posto per constatare il decesso di quell’uomo riverso sul pavimento? Sì, perché fino alle cinque del pomeriggio del 16 settembre, secondo quanto riferito dal cavalier Gaetano Salemi, direttore sanitario del Vittorio Emanuele, al pretore di Catania, il morto non era stato riconosciuto come Nino Martoglio (con cui lo stesso Salemi, che per primo aveva visto il cadavere la mattina, aveva trascorso diverse ore il giorno prima), ma come un tale di nome Caminiti, un malato di sifilide ricoverato al Vittorio Emanuele da ben tre anni. Dato che Il medico e l’infermiere facevano parte dello stesso ospedale, potevano non conoscere un lungodegente come Caminiti? Come mai non furono sentiti per chiarire queste circostanze? Come mai non si chiarì mai una contraddizione grossa quanto una casa sulla versione contrastante fra medici in merito all’orario del decesso? Perché non fu interrogato il falegname chiamato a schiodare la porticina che, dall’altro ingresso del pian terreno, immetteva nel vano ascensore? Sarebbe stato interessante sapere se quella porticina era stata forzata di recente o meno.

Quinta domanda: perché non fu ascoltato l’onorevole Pasquale Libertini, presidente dell’ospedale Vittorio Emanuele (allora ricettacolo di ex galeotti mandati alla I guerra mondiale, e poi assoldati come infermieri) che la mattina del 15 settembre ebbe un duro scontro con il commediografo? Figura interessante l’on. Libertini. Dopo tre legislature trascorse in Parlamento, era stato piazzato alla presidenza sia del Vittorio Emanuele, sia di una grossa banca, che sotto la sua gestione – secondo gli studi condotti dal regista Elio Gimbo – soffocavano negli scandali. Poi Libertini si riciclò nel partito fascista e Mussolini “lo salvò dai guai con un’amnistia ad personam”.

L’on. Pasquale Libertini, allora direttore dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania

Sesta domanda: perché i magistrati dimostrarono uno zelo inappuntabile (sentirono e risentirono molti testimoni) senza spingersi oltre le apparenze? Perché si fece passare come attendibile una ricostruzione così incompleta e priva di riscontri oggettivi, nella quale la “strategia del verosimile” assurge a valore di prova?

Settima domanda: cos’è la “strategia del verosimile”? Un sistema molto ricorrente in Sicilia – ma dal caso Pinelli al caso Pasolini anche nel resto d’Italia – finalizzato a mischiare sapientemente, attraverso lo studio delle abitudini e delle debolezze delle vittime, verità e menzogna per ridimensionare la matrice politico-criminale di un delitto. Perché questo avvenga bisogna avere – come di dice in Sicilia – “i cani attaccati”.

Ottava domanda: cosa sono i “cani attaccati”? E’ una metafora che indica l’addomesticabilità dell’apparato investigativo (magistrati, Forze di polizia, medici legali e giornalisti). Una “combinazione fatale” che si può verificare a una sola condizione: se c’è l’intervento e la copertura del mondo politico, anima e collante di tutto, senza il quale è impossibile insabbiare certe storie. Insomma, per nascondere un delitto eccellente, si deve mobilitare “il sistema”. Può darsi che il caso Martoglio sfugga a questa logica, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché di fronte a tali e tante sciatterie giudiziarie la politica – il Governo innanzitutto – non sentì il dovere di intervenire, specie di fronte a un cadavere eccellente come quello.

Nona domanda: perché ucciderlo all’interno dell’ospedale (con il rischio di compromettere i vertici dello stesso), quando sarebbe stato più comodo e più facile ucciderlo fuori? E’ una di quelle cose che forse non sapremo mai, ma su cui – attraverso certe basi oggettive – potremmo cercare di dare delle spiegazioni logiche. Se davvero di delitto si trattò, appare chiaro che chi lo commise, e soprattutto chi lo ideò, aveva l’esigenza di far passare questa morte come fatto accidentale. Perché? Perché il prestigio e la popolarità del personaggio erano talmente alti che un omicidio “firmato” avrebbe fatto deflagrare l’indignazione popolare e politica. Dunque bisognava farlo morire banalmente. Ma in un luogo “sicuro”, al buio e dove c’erano “i cani attaccati”: la tromba di un ascensore era il luogo ideale per simulare una caduta improvvisa, a maggior ragione se la caduta capitò a un tizio distratto e un po’ miope (ecco quanto è importante studiare le abitudini della vittima). E poi era necessario tenere la situazione sotto controllo attraverso gente fidata e in grado di uccidere, di piantonare e di dichiarare il falso. Eventuali grane “interne” sarebbero state risolte.

Gabriello Carnazza, deputato catanese, poi ministro del Governo Mussolini

Decima domanda: perché non ucciderlo fuori? Perché la messinscena sarebbe stata difficile, diciamo impossibile: intanto perché era arduo trovare un posto con certe caratteristiche “sicure”, e poi perché ci sarebbe stato il pericolo di incorrere in certi testimoni: bastava un solo ingranaggio fuori posto per far saltare l’intera operazione e a quel punto si sarebbe dovuto indagare seriamente. Non per una banalissima morte accidentale, ma per omicidio. Con tutte le polemiche da affrontare da parte dei partiti della sinistra che avrebbero reclamato come “proprio” il cadavere di Martoglio. E l’opinione pubblica come avrebbe reagito di fronte a un delitto così eclatante? Un regime all’inizio della sua avventura poteva permettersi tutto questo?

Undicesima domanda: chi poteva sapere che quel giorno Martoglio si sarebbe recato al Vittorio Emanuele per ricoverare il figlio? Su questo confessiamo di non riuscire a rispondere, poiché non disponiamo degli elementi per farlo.

Ma qui entra in gioco il ruolo dell’unico giornalista che allora – mentre la stampa catanese dominata dall’onorevole  Gabriello Carnazza, futuro ministro di Mussolini e padrone del Giornale dell’Isola, compiva lo sforzo esemplare si sposare in toto la tesi ufficiale – parlò di omicidio: Rosario De Meo del settimanale nazionale L’Epoca. De Meo nell’immediatezza del fatto si recò in due posti: al Vittorio Emanuele per constatare di persona le dinamiche del decesso, e alla Polizia per carpire certe notizie da alcune fonti dirette. Scrisse due cose importanti: 1) che per la morte di Martoglio la magistratura aveva spiccato due mandati di cattura poi ritirati, segno tangibile che la tesi del delitto era stata tenuta in considerazione, ma fu immediatamente rimossa; 2) e che dei quattro articoli che lui aveva scritto, due furono pubblicati e due no per le pressioni provenienti da Catania.

Dodicesima domanda: perché i due mandati di cattura vennero ritirati? Chi pressò per non far pubblicare le altre due inchieste di De Meo? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che solo un’entità ha questo potere.

Tredicesima domanda: perché uccidere Martoglio? La risposta – a meno del ritrovamento di ulteriori carte – forse non l’avremo mai. Ma se di omicidio si trattò e se ci fu un intervento della politica, i motivi dovevano essere gravi e urgenti.

Luciano Mirone

10^ puntata. Fine