Alla fine hai due scelte. O lasci il cuore al suo posto, oppure lo butti oltre l’ostacolo, fregandotene delle conseguenze, delle paure, del perbenismo: lo butti “oltre” e basta. Oltre i “chi te lo fa fare”, oltre la tentazione di desistere, oltre lo spazio. Oltre la Ragione.

Il cuore oltre l’ostacolo è la scelta. La scelta è l’imponderabile. L’imponderabile è la follia. Di accettare una candidatura a sindaco di Belpasso che rompe con i Comitati d’affari per voltar pagina, per dare un futuro ai nostri figli.

Chi pensa di imprigionare questo progetto dentro i recinti della vecchia politica, è decisamente fuori strada. Per la semplice ragione che il progetto è trasversale.. Ad esso stanno aderendo persone oneste con culture eterogenee che hanno a cuore solo il futuro della nostra città.

È proprio vero che quando devi fare una scelta così pazzesca, il vero ostacolo è la Ragione. Che combatte strenuamente col cuore e non ti fa dormire, ti lacera, ti fa star male, ti pone sempre le stesse domande, ti porta a scrivere e a strappare mille volte l’articolo che stai scrivendo: questo.

Ma a un certo punto – non sai come, non sai quando, non sai perché – scatta il flash: “Il cuore conosce ragioni che la Ragione non conosce”. È una bellissima frase di Pascal. Parla d’amore. Ed è bellissima per questo. E’ in questa parola, amore, che sta l’essenza di questa scelta. Il flash. Cinque lettere, a-m-o-r-e.

La politica (quella bella) è questo. Legalità certo, questione morale certo, efficienza certo, ma prima di tutto è amore. Chi ti dice il contrario rispondigli che non è vero. Chi ti dice che la politica è solo compromesso, rispondigli che spesso è così, ma qualche volta no. Questa è una di quelle pochissime volte. Lo dico anche a costo di apparire immodesto. Quindi scusate, ma credo che sia un’occasione da acchiappare al volo, “senza se e senza ma”.

I nostri padri amarono. I nostri padri, sui cocci del paese distrutto, ricostruirono Belpasso per ben due volte. Tre secoli fa. Sempre ai piedi del vulcano, con quella Ragione in agguato che scongiurava anche loro: Nooo-sutta-a-Muntagna-no. E il cuore che si opponeva: Sutta-a-Muntagna-sììì!-Unni-ci-sunu-vurricati-i-nostri-morti!

 

Il paese dell’anima

E sì ricostruì sotto la Montagna. Di nuovo. Per non perdere l’anima. Perché una città non è solo un insieme di strade, di piazze e di case. L’anima è qualcosa di molto più profondo: sono le persone di ieri e di oggi, è la terra, è l’ulivo, è la zappa, è la pialla, è il circolo dei mastri, è il teatro, è don Lorenzo Bufali, è “a tila”, è ‘u crucifissu, è ‘a jistenna col ferro battuto, è Giuseppe Sambataro, è Nino Martoglio, è Antonino Russo Giusti, è Domenico Martinez, è la festa, è il carro allegorico, è Pasquali Carciotto “Causicarta”, è Peppi ‘i Mappassu, è Luciano Abate, è Turi Zaccà, è un verso di una poesia dialettale che vola nell’aria.

L’anima di un paese è la nostra identità. Che stiamo seppellendo sotto il cemento, sotto i centri commerciali, sotto l’inefficienza, sotto le ambiguità, sotto l’ambizione, sotto le malversazioni.

La politica ha il compito di salvare quell’anima e di farla volare come l’araba fenice – simbolo della nostra città –, mitico uccello descritto da Erodoto, che, dalle ceneri volò splendidamente verso il cielo.

Ma questo puoi farlo solo se sei capace di amare. E solo se capisci che umilmente devi metterti al servizio degli altri, coniugando la legalità con l’efficienza, la coerenza con il sorriso, la normalità con il sogno di una felicità comune.

E allora capisci che non c’è più tempo. “Ora o mai più!”. Getti il cuore “oltre” perché senti un’altra voce interiore: “Credo che l’uomo sia maturo non soltanto per non rubare, per non uccidere, e per essere un buon cittadino. Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri”. È la voce di Elio Vittorini. Il quale credeva nell’impegno dell’uomo per cambiare il futuro, credeva nell’ottimismo della volontà al posto del pessimismo della ragione.

Dall’epoca di Vittorini sono trascorsi sessant’anni. Alcune cose sono cambiate in meglio, molte in peggio, ma il “peggio” di quest’epoca è molto più devastante del “peggio” del tempo che fu, perché sta divorando quell’anima. Ecco perché “Ora o mai più”.

Perché se è vero che “il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano nell’altra parte del mondo”, è anche vero che da Belpasso possono partire segnali forti per il cambiamento.

E allora butti il cuore “oltre”, carichi le gambe e tutt’a un tratto le senti leggere, senti che volano, e la cosa più stupefacente è che la Ragione, che fino a un secondo prima resisteva, si è messa in sintonia col cuore e marcia speditamente verso il futuro.

“Ora o mai più” significa che non possiamo continuare a delegare ai saccheggiatori, e ai loro amici, il futuro di Belpasso.

“Ora o mai più” significa affermare con forza che il tuo progetto non è di destra né di sinistra (anche se l’ispirazione è certamente quella del progressismo illuminato dei Padri costituenti, e degli “eroi” dei nostri giorni, Gino Strada, don Luigi Ciotti, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino), ma “deve” essere di tutti. Il progetto si chiama Belpasso, e riguarda il nostro futuro. Significa affermare che, se eletto, sarai il rappresentante dei cittadini, senza distinzioni ideologiche.

“Ora o mai più” significa aprire le porte del municipio affinché ogni cittadino diventi protagonista del proprio destino. Ogni cittadino deve essere benvenuto nella casa di tutti: il Comune. Ognuno potrà far parte di un assessorato, dare un contributo di idee confrontandosi con gli assessori ufficiali – scelti in base al loro senso etico e alla loro competenza, e non all’appartenenza partitica – “coordinatori delle idee” dei cittadini.

“Ora o mai più” significa che l’occasione per cambiare si crea solo quando i sistemi corrotti vanno in cancrena. L’ultima volta è capitato vent’anni fa, dopo Tangentopoli e le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Vogliamo aspettare altri vent’anni?

A Belpasso è necessario ricostruire un tessuto sociale disgregatosi nel corso degli anni, sia a causa dell’indifferenza delle Amministrazioni comunali, sia a causa dell’avvento dei centri commerciali.

 

La città dei Ragazzi e dei Bambini

“Ora o mai più”, perché Belpasso deve essere quello che negli ultimi decenni non è stato: un paese a misura d’uomo, sicuramente degli anziani, ma anche e soprattutto dei ragazzi e dei bambini. Anzi, fin da adesso, coniamo lo slogan “Belpasso città dei Ragazzi e dei Bambini”.

E anche se ci sono pochi soldi nelle casse comunali a causa di una dissennata dilapidazione delle risorse finanziarie, dobbiamo sentire il dovere di lavorare soprattutto per loro, per le nuove generazioni.

Con pochi soldi è possibile costruire delle strutture sportive di quartiere, spazi verdi, orti botanici, bambinopoli. Facciamolo!

Ma Belpasso deve essere anche la città dei “diversamente abili”. Abbiamo il dovere di rendere agevole i movimenti di questa categoria di persone: non deve esistere un solo luogo pubblico con le barriere architettoniche.

Deve essere la città della solidarietà nei confronti dei poveri, dei deboli, e dei meno fortunati, in modo che anche loro abbiano la possibilità di andare avanti e di realizzarsi nella vita.

Deve essere una città con l’acqua in tutti i rubinetti per trecentosessanta giorni l’anno, con le strade pulite e piene di fiori, con una media altissima di raccolta differenziata.

Deve essere la città dove l’Amministrazione comunale sta vicino agli imprenditori e ai commercianti che non pagano il “pizzo”, e dove il Comune si costituisce parte civile nei processi contro la mafia.

Fare “tessuto sociale” vuol dire riappropriarsi degli spazi poco valorizzati, movimentarli per tutto l’anno: i luoghi all’aperto come piazza sant’Antonio, piazza Dante, piazza sant’Anna, piazza Stella Aragona, la villa comunale, piazza Duomo, il Parco urbano, l’arena Caudullo. Questi spazi devono essere il luogo d’incontro dei ragazzi, delle famiglie, dei forestieri, il fulcro delle attività culturali di alto livello: incontri con scrittori e con artisti, concerti, proiezioni cinematografiche, festival, mostre, e tanto altro.

Fare “tessuto sociale” vuol dire riunire i commercianti locali per concertare le azioni da intraprendere per far sì che con la “movimentazione” che scaturisce dai numerosi eventi gli esercizi commerciali di Belpasso possano trarre beneficio.

Fare “tessuto sociale” significa scommettere coraggiosamente su eventi nuovi: la rappresentazione di opere della tradizione siciliana nelle antiche masserie (ad esempio “L’annata ricca” di Martoglio), e contemporaneamente le opere del teatro universale (che va dall’antica Grecia al mondo moderno) nei paesaggi lunari dell’eruzione. Il teatro della tradizione e il teatro universale. L’identità siciliana e l’avanguardia del mondo antico e moderno. Le Radici e le Ali. Da far conoscere a tutti.

Fare “tessuto sociale” vuol dire valorizzare il talento e la creatività dei giovani, con la loro musica, le loro poesie, le loro opere teatrali, i loro libri. Vuol dire dare ampio spazio alle manifestazioni che costituiscono il fiore all’occhiello di questa comunità: la festa di santa Lucia, il premio nazionale “Nino Martoglio”, il “Lennon Festival”, il “Motoraduno internazionale dell’Etna”, l’attività delle nostre compagnie teatrali.

Vuol dire approntare scuole di recitazione, di giornalismo, di fotografia, e di tante altre forme d’arte e di espressione.

Vuol dire ripristinare le “grandi” manifestazioni che in passato fecero conoscere Belpasso in tutta Italia: l’estemporanea di pittura ”Ulivo d’oro” e il premio giornalistico “Belpasso”, entrambe organizzate dall’illustre letterato Giuseppe Sambataro, sindaco negli anni Sessanta.

Vuol dire ottimizzare al meglio i luoghi al chiuso: il Teatro comunale (da adibire anche alle proiezioni cinematografiche invernali), l’Aula consiliare, la biblioteca comunale, i circoli cittadini, le associazioni.

In poche parole, vuol dire creare una città accogliente dove non si abbia voglia di scappare, ma si abbia il piacere di restare.

“Ora o mai più” significa concentrare gli sforzi per realizzare delle strutture in sintonia con la filosofia di questo progetto: la copertura della Quindicesima traversa sul modello del Museo d’Orsay di Parigi per farne un raffinato luogo di cultura e di ritrovo; la ristrutturazione del cinema “Caudullo”, i Musei della nostra cultura: ovvero il Museo del Teatro Siciliano, il Museo della pietra lavica, il Museo della civiltà contadina, il Museo dei carri di santa Lucia, il Museo dell’artigianato, affiancati al già esistente Museo di Scienze naturali.

Vuol dire valorizzare la Scuola, prima agenzia educativa della società, assicurare a tutti – indipendentemente dal ceto sociale – una Scuola più funzionale, più confortevole, più preparata ad affrontare i problemi del nuovo millennio.

Vuol dire agevolare lo sport. Avviare un dialogo proficuo e costruttivo con le associazioni e con le scuole per promuovere la cultura sportiva nei diversi strati della popolazione, in quella giovanile e in quella adulta, all’insegna dello slogan “Lo sport è vita”.

Vuol dire puntare sulle energie alternative e rinnovabili per ottenere un’aria pulita e un risparmio energetico per tutti.

Per raggiungere alcuni di questi obiettivi è indispensabile reperire le risorse economiche (soprattutto quelle europee), mediante consulenze di altissimo livello. Lo faremo. Ma intanto le linee guida del nostro progetto sono queste.

Libro dei sogni? Assolutamente no. Su mille idee, con le difficoltà economiche e burocratiche che assillano il nostro Paese, magari riusciremo a realizzarne solo alcune, ma questo è già un buon risultato. L’importante è che le idee ci siano, che il progetto ci sia, che comunque si tracci un solco.

 

Le eccellenze

Questo è un progetto mirato al sociale e contemporaneamente allo sviluppo economico e al turismo. Perché è bene abbattere il solito luogo comune che Belpasso non è un paese turistico. Non lo è stato perché – tranne eccezioni – ha avuto pessimi amministratori.

Ecco perché occorre mettere insieme la cultura, le intelligenze e le professionalità locali, le bellezze paesaggistiche e le risorse agricole. Tutto questo può andare a braccetto. Tutto questo deve essere elaborato con l’intera città e con le migliori espressioni del mondo accademico.

Come?

Il primo passo è la redazione del Piano regolatore generale. Un Piano ad “impatto ambientale zero” che preveda la ristrutturazione dei manufatti antichi (sia del centro abitato che del territorio) per agevolare la realizzazione di strutture di turismo rurale, di agriturismo, di ostelli della gioventù, di strutture museali; la tutela della caratteristica “maglia a scacchiera”; alcune semplici regole per la costruzione di nuovi edifici che prevedano una cubatura ed un uso dei materiali edilizi compatibili con la nostra cultura e con la legge antisismica. Un Piano regolatore che non deve penalizzare nessuno, ma che deve avere nella salvaguardia della natura e nell’uso razionale del cemento il punto di equilibrio.

La valorizzazione dell’Etna (con le sue grotte laviche, le sue piste da sci, la sua funivia) sia dal punto di vista paesaggistico, sia dal punto di vista turistico, sia dal punto di vista della tutela e dello studio della flora e della fauna, deve essere un punto qualificante di questo progetto. Una immagine che bisogna esportare in tutto il mondo insieme all’immagine di Belpasso. Un binomio inscindibile, Etna e Belpasso, che, se opportunamente veicolato, può rappresentare una delle carte vincenti del nostro futuro.

Una carta vincente come il turismo religioso nei luoghi delle apparizioni mariane, che da parecchi anni costituiscono per migliaia di visitatori un importante punto di riferimento di preghiera per i fedeli dell’intera Penisola.

 

 Il Mercato delle erbe

La valorizzazione dei prodotti agricoli deve essere un altro punto centrale di questo progetto, facendo di Belpasso – in collaborazione con l’Università – una delle capitali italiane delle “biodiversità”, del biologico, e dello studio della flora mediterranea.

E’ indispensabile lavorare per la creazione del marchio Dop “ficodindia di Belpasso”, e organizzare con cadenza frequente il “Mercato delle erbe”, una grande esposizione dei nostri prodotti d’eccellenza con il coinvolgimento dei produttori agricoli, eno-gastronomici e lattiero-caseari, dei maestri pasticceri ed artigiani, oltre che degli artisti da strada, dei cantastorie, dei musicisti, e degli operatori teatrali che, nel corso della manifestazione, movimenteranno l’intera città, creando una valida attrazione per il turismo di qualità.

Insomma, bisogna pensare in grande. Da un lato – come detto – riformando il nostro tessuto sociale, dall’altro avviando le condizioni per un nuovo sviluppo economico e turistico, incentrato sulla valorizzazione dell’esistente.

Ma ad una condizione: che le idee esposte finora vengano “compattate” in un unico progetto, vengano cioè realizzate contemporaneamente. Se ogni iniziativa verrà separata dal suo “contesto”, per quanto suggestiva o interessante, da sola, non sarà mai in grado né di fare “tessuto” né di attrarre turismo.

Pensare in grande vuol dire coinvolgere un’intera città. Ed è necessaria davvero la partecipazione di tutti. Con entusiasmo, con fantasia, con voglia di scommettersi.

 

Post scriptum

Queste le linee essenziali del nostro “progetto” sulla Belpasso dei prossimi cento anni. “Progetto” che è cosa diversa dal “programma” (i problemi da risolvere nell’immediato: la spazzatura, i parcheggi, l’acqua, la viabilità, il randagismo, e tanto altro), su cui non ci siamo soffermati perché riteniamo che il primo approccio con i cittadini debba riguardare le linee strategiche di un futuro di media e di lunga scadenza, da cui è essenziale partire per comprendere in quale direzione vuole andare questa comunità. Per il “programma”, stiamo formando dei gruppi di lavoro che si occuperanno dei singoli argomenti. Ciò che verrà fuori verrà discusso con i cittadini nei mesi che ci separano dalle elezioni, evitando di stilare i soliti “programmi fotocopia” (calati sistematicamente dall’alto), che si ripetono ininterrottamente da elezione ad elezione senza alcun risultato.

Una cosa è sicura: sarà nominata una squadra di assessori di alto profilo che – in caso di esito positivo delle elezioni – si occuperà immediatamente di queste emergenze.

Questione Piano Tavola: è uno dei problemi più gravi che stiamo ereditando. Anche su questo punto organizzeremo dibattiti per cercare di risolvere l’emergenza.

Anche per i Villaggi avremo un’attenzione particolare, ma riteniamo che sia giusto parlarne innanzitutto con le persone che vi abitano per farci descrivere i loro problemi.

Una cosa è doveroso dirla: il progetto e il programma non sono cose astratte. Sono espressione della storia di ogni candidato, delle sue battaglie, del suo impegno, della sua coerenza presente e passata. Dunque non sono d’accordo con chi dice: fuori il programma, a prescindere dai candidati. Le idee, diceva Giovanni Falcone, camminano sulle gambe degli uomini.

Chi non conosce la mia storia è pregato di informarsi, così come è pregato di informarsi sulla storia degli altri candidati. Per evitare confusioni. E poi scegliere con assoluta libertà, cercando però di sconfiggere il vero male che ci affligge da molto tempo: la cultura dell’appartenenza. Appartenenza familiare, appartenenza clientelare, appartenenza partitica. Pensiamo per una volta al progetto e al futuro.