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	<title>L&#039;Informazione</title>
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	<description>Periodico di attualità, varietà, sport e costume - Direttore Luciano Mirone</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Feb 2012 22:37:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Attilio Manca, un&#8217;inchiesta da scandalo</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 06:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Le Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono indagini che vengono svolte in modo esemplare, e ci sono indagini che vengono svolte in modo talmente discutibile da rasentare lo scandalo. Dispiace dirlo, ma abbiamo la netta sensazione che l’indagine sulla morte di Attilio Manca – il giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato cadavere la mattina del 12 febbraio 2004 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono indagini che vengono svolte in modo esemplare, e ci sono indagini che vengono svolte in modo talmente discutibile da rasentare lo scandalo.</p>
<p>Dispiace dirlo, ma abbiamo la netta sensazione che l’indagine sulla morte di Attilio Manca – il giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto trovato cadavere la mattina del 12 febbraio 2004 nel suo appartamento di Viterbo – abbia i connotati dello scandalo.</p>
<p>Il fatto che gli inquirenti laziali non abbiano sentito il dovere di dare uno straccio di spiegazione alle pesanti accuse di immobilismo, di omissioni, o peggio, di insabbiamento mosse dai familiari, dai giornalisti e dall’opinione pubblica, spiega abbastanza chiaramente qual è la linea adottata dal Palazzo di Giustizia di Viterbo.</p>
<p>Le uniche risposte certe sono tre richieste di archiviazione presentate dal Pm Renzo Petroselli, rigettate dal Giudice per le indagini preliminari, che l’ultima volta, pressato da un’opinione pubblica sempre più sensibile a questa vicenda, si è preso un anno e mezzo per decidere.</p>
<p>Sappiamo benissimo che gli inquirenti devono lavorare in silenzio. La linea della riservatezza è una condizione imprescindibile per operare con equilibrio e saggezza.</p>
<p>Ma quando una persona viene trovata morta, col naso completamente deviato, col volto tumefatto, con dei lividi sparsi in tutto il corpo, con le labbra gonfie e pestate, con il sangue che gli scorre dal naso e dalla bocca, con due buchi nel braccio sinistro (nel braccio sbagliato, perché Attilio è un mancino puro); quando questa persona ci viene consegnata ufficialmente come suicida o come drogato in quanto le analisi hanno accertato che Attilio è deceduto per un’overdose di eroina, di alcol e di tranquillanti, malgrado l’esclusione della tossicodipendenza frequente o occasionale; quando chi svolge le indagini non fa la cosa più elementare di questo mondo, cioè rilevare le impronte digitali sulle due siringhe trovate in bagno e in cucina (addirittura col tappo ancora applicato nell’ago), nonostante le pressanti richieste dell’avvocato Fabio Repici, legale dei Manca; quando dai tabulati, secondo lo stesso penalista, spariscono delle telefonate importanti; quando esistono due versioni nettamente contrastanti perfino sulla descrizione del cadavere (e ora vedremo perché), possiamo non definire scandalosa un’inchiesta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft" title="Attilio Manca" src="http://www.attiliomanca.it/RassegnaStampa/album/slides/Image00003.jpg" alt="" width="286" height="435" />Quella di Attilio Manca non è una morte come tante. I familiari – il padre Gino, la madre Angela e il fratello Gianluca – sono convinti che sia da collegare con l’operazione di cancro alla prostata alla quale nell’ottobre del 2003 fu sottoposto a Marsiglia il boss corleonese Bernardo Provenzano, allora latitante.</p>
<p>Ne sono convinti per almeno sette motivi.</p>
<p>1)Proprio nell’autunno del 2003, Attilio fa un misterioso viaggio in Costa Azzurra, con tappa a Marsiglia “per assistere a un intervento”, come lui stesso comunica alla madre per telefono. 2) Benché 34enne, Attilio è uno degli urologi più bravi d’Italia: allievo più brillante del prof. Gerardo Ronzoni (primario del policlinico “Gemelli” di Roma), ha conseguito un’alta specializzazione a Parigi ed è uno dei rarissimi medici italiani, nel 2003, ad operare il cancro alla prostata con la tecnica della laparoscopia (ancora agli albori in Italia), in Sicilia forse addirittura l’unico. 3) Il pentito Francesco Pastoia, braccio destro di Provenzano, ha dichiarato che “ad assistere all’intervento del boss è stato un medico siciliano”. Poco dopo il pentito muore – suicida anche lui – nel carcere di Modena, portandosi nella tomba altri possibili segreti. 4) Attilio Manca è di Barcellona Pozzo di Gotto (particolare da non sottovalutare), una trentina di chilometri da Messina, un comune dove la mafia ha avuto un ruolo fondamentale nella strage di Capaci, nell’assassinio del giornalista Beppe Alfano, e nella latitanza di grandi boss come Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano: dunque la mafia di Barcellona ha ottimi rapporti con i Corleonesi, ai quali, secondo i familiari di Attilio, il medico potrebbe essere stato “offerto”, a sua insaputa, per l’operazione a Provenzano. Barcellona è un centro nevralgico per i collegamenti fra mafia, politica, massoneria e servizi segreti deviati. In questa città c’è un circolo paramassonico, la “Corda fratres”, dove esiste una convergenza fra mafiosi, politici e magistrati, e dove il favoritismo fra gli adepti viene spacciato per un malinteso senso di “solidarietà”.</p>
<p>Soci del sodalizio sono il vice presidente del Senato, Domenico Nania, il sindaco Candeloro Nania, il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca, il procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, Franco Antonio Cassata (animatore ed ex presidente del circolo, attualmente sotto inchiesta a Reggio Calabria per concorso esterno in associazione mafiosa), in compagnia del boss Giuseppe Gullotti (espulso dalla “Corda” soltanto dopo che la magistratura ha accertato che il capomafia è stato il mandante del delitto Alfano e il fornitore del telecomando della strage di Capaci), e l’avvocato Rosario Cattafi, altro personaggio inquietante, ritenuto (ma poi prosciolto) di essere uno dei mandanti esterni dell’eccidio in cui ha perso la vita il giudice Falcone. 5) Provenzano avrebbe trascorso una parte della latitanza proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, precisamente a Terme Vigliatore, protetto da una fitta rete di fiancheggiatori appartenenti non solo all’ala militare di Cosa nostra. 6) L’urologo, benché residente da diversi anni nel Lazio, aveva mantenuto buoni rapporti – sottovalutando le conseguenze – con alcuni coetanei di Barcellona, diventati nel frattempo organici a Cosa nostra. 7) Esistono elementi importanti che portano a ritenere che poco tempo prima di morire, il medico potrebbe aver confidato a qualche amico barcellonese i segreti dell’operazione a Provenzano.</p>
<p>Sette punti indubbiamente importanti, che però non hanno il valore di una prova. Sette punti che tuttavia bisogna tener presente per capire il “contesto” nel quale questa vicenda si muove, dato che l’attenzione dei magistrati laziali, dallo scorso dicembre, si è concentrata proprio sulla cittadina siciliana. Sette punti che comunque devono essere approfonditi adeguatamente.</p>
<p>Da due mesi, dunque, ci sono sei indagati: una donna di Roma e cinque uomini di Barcellona. Di questi cinque, almeno un paio, sono legati a Cosa nostra. L’accusa è di aver ceduto l’eroina al medico.</p>
<p>Se è plausibile lo sforzo dei magistrati di Viterbo di cominciare a guardare “dentro” il contesto barcellonese, non convince l’accusa di considerare i cinque indagati (almeno quelli collegati alla mafia) alla stregua di semplici pusher in trasferta a Viterbo.</p>
<p>Ma ammettiamo che la morte di Attilio non sia collegata all’operazione di Provenzano. Ipotizziamo pure che la “pista Provenzano” sia una semplice congettura fatta dai genitori e dal fratello dell’urologo.</p>
<p><img class="aligncenter" title="Bernardo Provenzano" src="http://nottecriminale.files.wordpress.com/2011/11/bernardo_provenzano.jpg" alt="" width="460" height="288" /></p>
<p>Stiamo ai fatti più evidenti.</p>
<p>Perché al cospetto di un cadavere massacrato in quel modo, gli inquirenti di Viterbo, per sette anni, hanno sposato ostinatamente la tesi del suicidio per overdose, salvo a derubricarla di recente a semplice morte per overdose, sostenendo che in entrambi i casi, Attilio si sarebbe iniettato la dose fatale? “Proprio lui”, dice la madre, “che non beveva neanche il vino affinché fosse lucido in sala operatoria”.</p>
<p>Dove sono le prove della tossicodipendenza, se è stato escluso dalle analisi e dall’autopsia che Attilio fosse un drogato? Se sono quei due buchi, per giunta nel braccio sbagliato, siamo fuori strada: chi dice che sia stato Attilio a farseli? Chi dice che non siano stati i suoi assassini, dopo averlo massacrato, ad iniettargli quel miscuglio di eroina, alcol e tranquillanti per simulare il suicidio?</p>
<p>E le siringhe? Chi dice che non siano stati gli stessi assassini a farle ritrovare in cucina e in bagno? Come viene in mente alla vittima, ormai stordita da quel micidiale mix, di riporre addirittura i tappi negli aghi? E come si spiega il volto massacrato, il sangue, i lividi, il parquet danneggiato della camera da letto? Perché non vengono trovati i boxer e i calzini della vittima neanche nell’apposito contenitore della biancheria sporca?</p>
<p>Quel che sembra singolare è il fatto che su quelle siringhe, in questi otto anni, nessuno ha mai pensato di rilevare le impronte. Su questo (e non solo) i magistrati di Viterbo hanno il dovere di fornire spiegazioni.</p>
<p>Soltanto adesso il Gip Salvatore Fanti ha disposto una perizia sulle siringhe. Vedremo cosa uscirà, vedremo se saranno sparse altre cortine fumogene.</p>
<p>Purtroppo con la mancata analisi immediata sulle siringhe si è persa un’occasione preziosa per imboccare la strada giusta. E su questo gli inquirenti di Viterbo hanno responsabilità gravissime.</p>
<p>Altra domanda. Perché esiste una totale difformità fra il referto dell’autopsia stilato dalla dottoressa Danila Ranaletta – moglie del primario del reparto di Urologia dell’ospedale “Belcolle”, alle cui dipendenze lavorava Attilio – e il referto dell’ispezione cadaverica stilato dal medico del 118?</p>
<p>Se da un lato la dottoressa Ranaletta “sorvola” su particolari decisivi come le ecchimosi in tutto il corpo, il setto nasale deviato e il volto devastato; dall’altro, il medico del 118, di questi elementi fa il punto centrale della sua relazione, che combacia esattamente con le foto. Anzi, il medico del 118 vede una maggiore concentrazione di ecchimosi all’estremità degli arti superiori ed inferiori, come se Attilio fosse stato legato prima di morire.</p>
<p>Chi effettua l’autopsia, dunque, non vede ciò che vede il medico del 118: ovvero la devastazione del corpo di Attilio. Di conseguenza chi effettua l’autopsia esclude, seppure indirettamente, il pestaggio della vittima.</p>
<p>Si tratta di un passaggio cruciale dell’inchiesta.</p>
<p>Da queste tesi assolutamente contrapposte emerge un’ipotesi inquietante: che uno dei due referti sia errato, quindi uno dei due professionisti potrebbe aver sbagliato clamorosamente. Se in buona o in mala fede devono stabilirlo i magistrati. Ma loro, i magistrati, imboccando la pista del suicidio e della tossicodipendenza di Attilio, lo hanno stabilito da otto anni. E la documentazione fotografica? Anche in questo caso, non sarebbe male che gli inquirenti spieghino.</p>
<p>Così come non sarebbe male spiegare all’avvocato Repici e alla famiglia Manca perché per eseguire l’autopsia sia stata scelta la moglie del prof. Antonio Rizzotto (primario di Attilio), sottoposto ad interrogatorio dopo il ritrovamento del cadavere.</p>
<p>Perché Rizzotto – secondo le testimonianze della famiglia Manca – staziona dietro la porta della moglie che esegue l’autopsia, assieme ad uno degli attuali imputati (ora vedremo chi), sollecitandola a far presto in quanto “bisogna consegnare subito il cadavere alla famiglia”? La famiglia però ha sempre smentito di aver preteso la “consegna immediata” del corpo di Attilio. È allora?</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.attiliomanca.it/RassegnaStampa/album/slides/Image00002.jpg" alt="" width="544" height="357" /></p>
<p>Ci sono almeno due figure centrali, in questa vicenda, sulle quali probabilmente non si è indagato abbastanza.</p>
<p>Una è quella di Ugo Manca, cugino della vittima, la persona che passeggia nervosamente in compagnia del prof. Rizzotto dietro la porta della dottoressa Ranaletta.</p>
<p>Ma il punto fondamentale che riguarda Ugo non è solo questo.</p>
<p>Una sua impronta palmare – assieme ad altre cinque ritenute “sconosciute”, concentrate sul pulsante dello sciacquone e in prossimità del water – è stata rinvenuta dalla Scientifica nell’appartamento dell’urologo, impressa su una mattonella del bagno, proprio sopra il gabinetto.</p>
<p>Ugo Manca – condannato in primo grado al processo “Mare nostrum” per traffico di stupefacenti, e assolto in secondo grado – è ritenuto organico alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Il contesto in cui agisce non è solo quello di Cosa nostra, ma anche quello della “Corda fratres”.</p>
<p>Da un lato è considerato legato alla mafia, dall’altro amico intimo (assieme alla sua famiglia) del magistrato Cassata e di quella pletora di personaggi che opera all’interno del circolo.</p>
<p>Una delle tante anomalie barcellonesi sulle quali il Consiglio superiore della magistratura non ritiene di intervenire.</p>
<p>Di più: il dott. Cassata risulta amico di Rosario Cattafi e del legale di Ugo Manca, l’avvocato Franco Bertolone, anche lui socio della “Corda fratres”, da sempre difensore del gotha della criminalità barcellonese. Anche in questo caso tutto normale.</p>
<p>(“Nel corso del processo “Mare nostrum” contro le cosche messinesi e barcellonesi – spiega Gianluca Manca –, a un certo punto l’avvocato Bertolone chiama a testimoniare un ex tossicodipendente appartenente al giro della ‘Corda fratres’. Questi, invece di soffermarsi sull’argomento del processo, parla inaspettatamente di mio fratello. Cosa dice? Che Attilio si bucava assieme a lui, sia con la mano destra che con quella sinistra. Perché non lo ha riferito ai magistrati di Viterbo, invece di dirlo nel corso di un dibattimento che non si occupa di Attilio?”). Una piccolo episodio per far capire il “contesto”: l’avvocato, il circolo massone, l’imputato, il testimone, eccetera eccetera eccetera. Un piccolo episodio che dà il senso di quanto sia grossa questa storia.</p>
<p>Ma torniamo all’impronta di Ugo Manca. Perché viene trovata nella casa di Attilio? Ugo dice di essere stato ospite in quell’appartamento oltre un mese prima, dato che all’ospedale “Belcolle” era stato operato di varicocele dallo stesso cugino. Da quel momento sostiene di non essere più entrato in quell’abitazione.</p>
<p>Eppure, secondo il parere di autorevoli esperti, le impronte digitali presenti sulle mattonelle di un bagno, si distruggono dopo qualche ora a causa del vapore acqueo.</p>
<p>Ugo è stato nell’abitazione del cugino solo in occasione dell’intervento, oppure c’è tornato pochissimo tempo prima del delitto? Non è stato accertato.</p>
<p>Perché dopo la morte di Attilio si muove come uno che deve entrare per forza in quell’appartamento (nel frattempo posto sotto sequestro)?</p>
<p>Perché parte immediatamente per Viterbo e va direttamente in Procura per chiedere il dissequestro della casa? Al Pm Renzo Petroselli – titolare dell’indagine – spiega che deve prendere gli indumenti per vestire la salma, ma Gianluca, fratello di Attilio, sostiene di avergli proibito con fermezza di prendere iniziative del genere. E allora perché insiste?</p>
<p>Un’azione analoga viene condotta parallelamente dalla madre di Ugo, che da Barcellona telefona a un alto magistrato romano affinché faccia pressione sui colleghi di Viterbo per il dissequestro di quell’abitazione. Secondo quanto sostengono i genitori e il fratello di Attilio, nessuno l’ha autorizzata. L’alto magistrato romano è un amico di famiglia, o è stato consigliato da qualcuno?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pochi giorni prima della morte dell’urologo, a Viterbo si reca un altro mafioso barcellonese, Angelo Porcino, altra figura centrale di questa storia.</p>
<p>Perché? A quanto pare c’è da fare un’operazione alla prostata. Toh… lo stesso intervento al quale appena tre mesi prima è stato sottoposto Bernardo Provenzano. Chi deve eseguirlo? Ovviamente Attilio Manca.</p>
<p>E già sono due – tre eventualmente con Provenzano – i mafiosi che macinano migliaia di chilometri per farsi operare dall’urologo barcellonese. Anche questa una coincidenza.</p>
<p>Quella presenza nella città laziale è preceduta da una telefonata con la quale Ugo informa Attilio della venuta di Porcino. Non è stato mai accertato se l’urologo abbia mai operato Porcino, se si sia visto con lui e perché.</p>
<p>Eppure, a fronte delle copiose telefonate che in quei giorni intercorrono tra Ugo Manca e Porcino, gli inquirenti laziali affermano che quest’ultimo – titolare di una sala giochi nella quale, secondo la magistratura messinese, vengono gestite le scommesse clandestine per conto della mafia – non possiede un telefono, né fisso né mobile. Ma allora Porcino da quale utenza telefona? Mistero.</p>
<p>Negli stessi giorni Ugo Manca – in quel periodo pervaso dai “furori astratti” dei viaggi – dice di essere ufficialmente a Bologna, eppure il suo telefonino risulta in Sicilia, a Bagheria, zona di Provenzano. Sicuramente una coincidenza anche questa.</p>
<p>Altra coincidenza. Sul tavolo della camera da letto di Attilio vengono trovati degli strumenti per operare. Gli amici e i familiari dell’urologo – che pochi giorni prima sono stati con lui – giurano di non aver mai visto oggetti del genere in quell’appartamento. Perché sono lì? A cosa devono servire?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due giorni prima della morte (10 febbraio 2004) Attilio fa un misterioso viaggio a Roma, quasi certamente per incontrare qualcuno. Il personale medico e paramedico dell’ospedale “Belcolle” dice che è ansioso, spaventato, turbato. La madre conferma. Uno stato d’animo che – secondo le testimonianze – si acuisce notevolmente quando al telefono sente persone di Barcellona, soprattutto quelle attualmente sotto indagine.</p>
<p>Nel pomeriggio ha un appuntamento importante col suo Maestro, il prof. Gerardo Ronzoni, e non si presenta. Non è da lui, a maggior ragione con quello che considera il suo “secondo padre”.</p>
<p>La sera dovrebbe andare a una cena organizzata da una Casa farmaceutica e non va neanche lì. Perché? Che succede? Mistero.</p>
<p>Alle 23,00 telefonano i genitori, il cellulare squilla ma Attilio non risponde.</p>
<p>Alle 9 dell’indomani è lui a richiamare i genitori: dice alla madre di portare la moto, parcheggiata nella casa al mare di Terme Vigliatore, da un meccanico. “Deve essere pronta per l’estate”. “Attilio, ma siamo a febbraio”. “Mamma per favore”. La telefonata dura pochi secondi. Angela chiude e si rivolge al marito: “Attilio è diventato acido”. Dopo la morte del figlio, il padre porta la moto dal meccanico, che la trova perfettamente funzionante.</p>
<p>Oggi la signora Manca, di quella breve conversazione, dà una chiave di lettura diversa: “Attilio voleva dirmi qualcosa di importante, ma non poteva. Voleva mandare un messaggio preciso, ma si sentiva impotente, ecco perché era nervoso, sperava che lo capissi al volo. Il punto centrale di quella breve conversazione era Terme Vigliatore, guarda caso il nascondiglio segreto di Provenzano. Voleva dire: cercate lì. Secondo me, in quel momento, era in ostaggio, o comunque controllato da qualcuno”. Congetture, certo…</p>
<p>È l’ultima telefonata, secondo la famiglia, fra Attilio e i genitori. Secondo gli inquirenti, invece, quella telefonata non c’è mai stata, infatti non è inclusa neanche nei tabulati.</p>
<p>È l’11 febbraio, il giorno prima del ritrovamento del corpo. Per tutta la giornata Attilio Manca è irreperibile. Al telefonino non risponde a nessuno.</p>
<p>Cosa fa nel corso di quella giornata? Con chi è? Nessuno in questi otto anni lo spiega. La mattina successiva non si presenta in sala operatoria. Altro fatto inusitato per una persona puntualissima come lui.</p>
<p>Lo ritrovano poco dopo come se fosse uscito da una macelleria. La prima versione ufficiale parla di decesso per edema polmonare.</p>
<p>Quando i genitori si recano alla Polizia di Viterbo per presentare la denuncia, qualcuno dice: “Vostro figlio è stato ammazzato, ci sono tutte le caratteristiche del delitto”.</p>
<p>La versione cambia nel giro di poche ore, magari dopo l’autopsia: Attilio improvvisamente diventa un suicida, per droga. Ufficialmente dicono che si è fracassato il volto sbattendo contro il telecomando della tivù, ma dalle foto si vede benissimo che il telecomando è sotto il braccio. E comunque il telecomando è sopra una superficie morbida come il piumone.</p>
<p>L’autopsia dice che è morto la sera dell’11 febbraio intorno alle 23. Dal referto autoptico si evince un altro particolare sconvolgente: la vittima, dopo il decesso, ha consumato la cena.</p>
<p>Provenzano o no, congetture o no, cari magistrati di Viterbo, sarebbe il caso che su questo caso si comincino a dare risposte serie.</p>
<p>In Sicilia siamo fin troppo abituati a “morti” del genere, da Cosimo Cristina a Peppino Impastato, tanto per citarne alcune: ti fanno ritrovare il cadavere e poi scatta la messa in scena del suicidio e della denigrazione della vittima. È un film visto e rivisto. Ogni volta che succede un fatto del genere, con un cadavere del genere, la mafia ha sempre “i cani attaccati” e diventa sempre difficile risolvere anche i casi più elementari. Si comprende la metafora?</p>
<p>Questo in Sicilia. E nel resto d’Italia, che ormai è una Sicilia più grande?</p>
<p>Cari magistrati, vi scongiuriamo di non farci arrivare a delle conclusioni alle quali non vogliamo arrivare. Vogliamo risposte serie, non di più.</p>
<p>E le vogliamo oggi, non domani. Domani potrebbe essere troppo tardi, per la famiglia Manca, per l’Italia, per la vostra dignità.</p>
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		<title>Consolo, scrittore contro</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Della casa antica restano soltanto due palme soffocate dal cemento. Lì un tempo c’era il giardino arabo, l’arco a sesto acuto, i muri di pietra. Al loro posto, oggi, c’è un grigio ed anonimo palazzo in cemento, un parcheggio, un supermercato. Lo scrittore osserva quelle palme e fa un lungo sospiro: “In quella casa siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Della casa antica restano soltanto due palme soffocate dal cemento. Lì un tempo c’era il giardino arabo, l’arco a sesto acuto, i muri di pietra. Al loro posto, oggi, c’è un grigio ed anonimo palazzo in cemento, un parcheggio, un supermercato. Lo scrittore osserva quelle palme e fa un lungo sospiro: “In quella casa siamo cresciuti otto figli. Il giardino era il luogo della fantasia, della scoperta, dei giochi. Un giorno mio padre morì senza lasciare testamento. La casa fu venduta. Il nuovo proprietario decise di abbatterla: provai un grande dolore, un dolore che dura ancora”.</p>
<p>Eppure Vincenzo Consolo torna sempre a Sant’Agata di Militello, il paese in provincia di Messina dove è nato nel 1933, e da dove, come molti intellettuali della sua terra, è andato via per cercare fortuna a Milano: “In Sicilia tutto era stato ipotecato dal potere democristiano”. E per lui, “marxista senza tessera di partito”, negli anni della guerra fredda tutto diventava difficile. Da quel momento l’isola è diventata l’approdo, il rifugio dopo il lungo viaggio, il luogo dei ricordi: “Penso sempre alla Sicilia della mia infanzia. E lo faccio con grande gioia e con grande nostalgia. Ricordo un viaggio mitico avvenuto nel ’43, quando nell’isola arrivarono gli americani. Avevo dieci anni e seguivo sempre mio padre. Con il camion ci recammo all’interno della Sicilia alla ricerca di cereali e di legumi, che in questa zona scarseggiavano. Ricordo questo viaggio epico nelle strade dissestate e polverose dell’isola, con le carcasse dei carri armati ai bordi dello stradale. Era il tempo della vendemmia, i contadini con le ceste caricate sulle spalle si fermavano e ci offrivano dell’uva. Arrivammo fino a Villalba, in provincia di Caltanissetta. Mio padre e mio zio si recarono dal commerciante locale per comprare delle lenticchie (quelle di Villalba erano famose). Ne prendemmo tre sacchi. Quando i legumi furono caricati sui camion arrivò il maresciallo dei carabinieri: ‘Da qui le lenticchie non possono partire’. Il commerciante ci disse: ‘Venite con me’. Arrivammo davanti a un palazzo antico. Suonammo e ci fecero accomodare. Quindi arrivò un signore col bastone: era il famoso don Calò Vizzini, capomafia del paese, diventato sindaco di Villalba grazie agli americani. Ascoltò dal commerciante la vicenda, rifletté un poco, poi esclamò: ‘Fra mezz’ora potrete ripartire’. Dopo trenta minuti riprendemmo la via di casa senza problemi. La mafia è sempre stata un fenomeno negativo, aberrante, ma almeno quella di una volta aveva delle regole. Quella di oggi è volgare e sanguinaria”. E il mondo contadino di un tempo, come lo ricorda? “Non voglio mitizzare il passato, che in Sicilia era fatto di dolore, di povertà, di ignoranza, di umiliazione, almeno per le classi economicamente più deboli. Qui c’era il potere delle classi alte, soprattutto dei proprietari terrieri. Però era un mondo dove ancora al centro c’era l’uomo, con i suoi valori e i suoi principi. Tutto cambiò profondamente con l’esodo del bracciantato siciliano verso il nord. Credo che lo spopolamento delle campagne di quei braccianti che avevano fatto le lotte contadine, che avevano occupato le terre per ottenere la riforma agraria, abbia causato l’espandersi della mafia. Ricordo la disperazione di tanta gente che dalla stazione del mio paese partiva verso il nord”. Consolo parla di tutto questo e fissa il “suo” mare, mentre il discorso scivola su altri argomenti. Nei suoi libri (ricordiamo fra gli altri <em>Il sorriso dell’ignoto marinaio</em>, <em>Nottetempo casa per casa</em>, <em>L’olivo e l’olivastro</em>, <em>Le pietre di Pantalica</em>, <em>Retablo</em>), ricorre spesso la figura di uno zio che ha inciso nella sua formazione. “Lo zio è un escamotage per non parlare del padre, figura molto abusata in letteratura”. Nel romanzo <em>Lo spasimo di Palermo</em>, i figli “uccidono” metaforicamente i padri. Perché? “Uno scrittore è sempre un parricida: deve ‘uccidere’ un padre ingombrante ed adottare uno zio”. Com’era suo padre? “Apparteneva ad una famiglia di commercianti di generi alimentari. Essendo benestante, aveva compiuto un gesto di grande trasgressione scegliendo come moglie una donna che non era del suo stato sociale. Poi aveva commesso un’altra trasgressione, quella di fare otto figli, mentre gli altri fratelli erano scapoli o senza figli. Era un uomo dignitoso, nemico di ogni ingiustizia e di ogni sopraffazione. Disprezzava il fascismo. Una volta prese a schiaffi un proprietario terriero che cercava di imbrogliarlo, un’altra disse al podestà: ‘Buffone lei e il fascio”. Consolo, chi le ha fatto scoprire la scrittura? “Quella che mi ha inoculato i germi del racconto fu una prozia. Era vedova e viveva in casa con noi. Era una grande narratrice, ci intratteneva con tutta la favolistica siciliana. Era molto ironica e quando doveva fare certi flash back diceva: ‘Menti pi mia’. Un intercalare per dire ‘torniamo indietro”. Nel ’63 accaddero due fatti che cambiarono la vita di Vincenzo Consolo: la Mondatori pubblicò il suo primo romanzo, <em>La ferita dell’aprile. </em>Quindi ebbe inizio un’amicizia profonda con un altro grande scrittore siciliano, Leonardo Sciascia: “Gli spedii il libro con una lettera in cui dichiarai il mio debito nei suoi confronti: avevo scoperto questo scrittore straordinario allora poco conosciuto. Sciascia mi ringraziò con una lettera molto bella, e mi invitò ad andarlo a trovare a Caltanissetta, dove a quel tempo abitava: era consulente della omonima casa editrice e dirigeva la rivista <em>Galleria</em>. Nel luglio del ’63 andai a Caltanissetta. Fu un incontro bellissimo. Scoprii un uomo di grande acutezza e di grande spirito di osservazione. Da quel momento diventammo amici. Poi lui si trasferì a Palermo ed io decisi di lasciare definitivamente la Sicilia anche su suo consiglio: “Fai bene ad andare via, qui non c’è più speranza. Se fossi più giovane, se non avessi famiglia, partirei anch’io”.</p>
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		<title>La Sicilia dei poveri cristi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 07:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Le Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Angelo durante le feste vende palloncini colorati. È talmente povero che non può permettersi una casa. Con la moglie e la figlioletta di sette mesi dorme nell’unico tetto che gli è rimasto, una vecchia automobile rimediata chissà quando e chissà come, che da tre anni è diventata la fissa dimora della sua famiglia. Filippo ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Angelo durante le feste vende palloncini colorati. È talmente povero che non può permettersi una casa. Con la moglie e la figlioletta di sette mesi dorme nell’unico tetto che gli è rimasto, una vecchia automobile rimediata chissà quando e chissà come, che da tre anni è diventata la fissa dimora della sua famiglia.</p>
<p>Filippo ha ventitré anni e lavora saltuariamente. Per un periodo fa il muratore, poi il manovale, quindi il facchino, il meccanico, l’imbianchino, il posteggiatore abusivo. Quando va bene riesce a portare a casa anche quattrocento Euro. A quindici anni ha fatto la fuitina, a sedici il primo figlio, a diciassette il secondo, a diciotto il terzo. Vive con i genitori, un appartamento di tre stanze da dividere con l’altra sorella, che a sua volta ha portato in casa il marito e due figli. A sfamare le tre famiglie ci pensa il padre con la sua pensione di ottocento Euro al mese.</p>
<p><a href="http://www.linformazione.eu/2012/01/poverta/la_poverta_n/" rel="attachment wp-att-331"><img class="size-full wp-image-331 alignleft" title="la_poverta_N" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2012/01/la_poverta_N.jpg" alt="" width="483" height="389" /></a>Laura è una lavoratrice part time in un centro commerciale. Ogni trenta giorni guadagna poco più di quattrocento Euro. In una settimana dovrebbe fare diciannove ore, ma spesso le fanno fare gli straordinari che non le vengono retribuiti, così come i festivi, le ferie e la maternità. All’inizio dell’anno le hanno pure detto: dobbiamo fare l’inventario. Dalle dieci di sera alle nove dell’indomani ha contato di tutto, scatolette, pannolini, televisori, pacchi di pasta, surgelati… Per undici ore di straordinario ha guadagnato ventisette Euro.</p>
<p>Mario fa parte di quell’esercito di assistiti che in Sicilia è catalogato con sigle incomprensibili: Lsu, Asu, ex articolisti. Lui è un Lsu, ovvero un lavoratore socialmente utile, la Regione ogni trenta giorni gli passa poco più di quattrocento Euro. Carmela, la moglie, invece è un’ex articolista. Entrambi sono precari, quindi risultano disoccupati. Mezza giornata al comune, l’altra mezza altrove, lui ragioniere, lei estetista. Reddito complessivo: duemila Euro al mese. Ma siccome oltre la metà del guadagno è in nero, quel reddito non risulta, non esiste. Anche loro, per lo Stato italiano, fanno parte della categoria dei poveri. Di quella categoria che, secondo le stime dell’Istat, nel nostro Paese – al pari del Portogallo, della Spagna, della Grecia – vive sotto il livello di povertà, cioè non riesce a guadagnare oltre settecento Euro al mese.</p>
<p>L’istituto di statistica dice che in Italia le persone povere sono un milione e mezzo, ma i sindacati affermano che sono molti di più. Tutti concentrati al Sud, specie in Sicilia e in Basilicata, ma anche in Calabria, in Campania e in Puglia. Un esercito in cui trovi di tutto, dai poveri autentici a quelli fasulli, dai disperati ai mantenuti, dagli spacciatori agli ambulanti abusivi. Tutti accomunati da quell’eterna arte di arrangiarsi e di fregare lo Stato che al Sud esiste da secoli. Persone che non ce la fanno a pagare l’affitto, le bollette, gli indumenti, le medicine, a volte neppure il cibo, e che, sommate ai “nuovi poveri” del ceto medio (soprattutto dipendenti statali con un solo stipendio), nell’ultima settimana del mese sono costrette a fare la fila alla Caritas per assicurarsi la busta della spesa. Ma anche persone fin troppo furbe che si fingono povere per eludere la legge.</p>
<p>Le storie di Angelo, di Filippo, di Laura e di Mario si svolgono in Sicilia, in città come Palermo, Catania, Messina, Enna (provincia, quest’ultima, considerata la più povera d’Italia, una percentuale di disoccupazione del 21,6 per cento), dove si concentra un sottoproletariato pieno di bisogni e di disagi, che non fa la rivoluzione perché, come dice padre Valerio Di Trapani, responsabile della Caritas diocesana di Catania, “è talmente abituata alla povertà da considerare normale qualsiasi ingiustizia”. Ma sono storie che rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.</p>
<div id="attachment_338" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><a href="http://www.linformazione.eu/2012/01/poverta/padre-trapani/" rel="attachment wp-att-338"><img class="size-full wp-image-338" title="PADRE TRAPANI" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2012/01/PADRE-TRAPANI.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Padre Valerio di Trapani</p></div>
<p>“Ci sono individui”, prosegue padre Valerio, “che non possono disporre né di uno stipendio né di una pensione. Come vivono? Di espedienti”. Famiglie di dieci, dodici persone costrette a stare in una sola stanza dove mancano l’acqua e la luce. Famiglie che, come succede a Messina, vivono nelle baracche costruite dopo il terremoto del Millenovecentootto. Famiglie che prendono l’acqua alla fontanella vicina, che collegano la luce di casa con i fili dell’illuminazione pubblica. A Palermo nel popolare quartiere palermitano dello Zen interi condomini sono stati trovati con i contatori allacciati abusivamente.</p>
<p>A Catania, secondo le stime del Comune, esistono dodicimila senza casa. Alcuni anni fa centinaia di persone occuparono la cattedrale del capoluogo etneo, minacciando di impedire i festeggiamenti in onore di Sant’Agata se il sindaco non avesse dato loro un tetto.</p>
<p>A Palermo non c’è giorno in cui disperati di ogni tipo non scendano in piazza per rivendicare il diritto di vivere dignitosamente.</p>
<p>Mario Centorrino, docente di Economia all’università di Messina: “Esistono varie forme di povertà, tutte causate dalla mancanza di occupazione, ma legate spesso ad una illegalità diffusa che si manifesta attraverso vari fenomeni, dallo spaccio all’usura al lavoro nero”.</p>
<p>Michele Pagliara, segretario generale della Cgil di Enna: “Un tempo, per una famiglia, l’indebitamento rappresentava un problema molto serio. Ora è necessario per vivere. Il costo della vita, specie negli ultimi anni, è aumentato notevolmente, mentre i salari sono rimasti uguali. Ognuno si arrangia come può. Basta vedere i consumi mensili di una famiglia media: nelle prime tre settimane si comprano prodotti un po’ più costosi, nella quarta aumenta in modo esponenziale l’acquisto di patate”. Basta osservare il modello 730 degli oltre novemila iscritti al sindacato: il cinquanta per cento percepisce un reddito annuale che non supera i diecimila Euro. In questa provincia l’economia reale è rappresentata dal lavoro nero”.</p>
<p>“Nelle campagne”, dicono alla Cgil, “ci sono persone, non solo extracomunitari, ridotte in condizioni di schiavitù”. Braccianti locali che guadagnano dieci Euro al giorno e che rappresentano l’anello debole di una catena in cui il datore di lavoro è la parte più forte, spalleggiato da dipendenti compiacenti che, attraverso false dichiarazioni del capo azienda, percepiscono “la disoccupazione” prevista per i lavoratori stagionali. “Con la soppressione degli Uffici di collocamento (che garantivano regole certe), la disoccupazione non è diminuita per niente. In compenso si è rafforzato il clientelismo”.</p>
<p>Basta vedere ciò che accade nei numerosi call center che stanno nascendo come funghi anche in Sicilia. “Ci sono giovani”, dice Nicola Bertolo della Cgil di Catania, “anche con due lauree e con una famiglia da mantenere, che vengono retribuiti con paghe bassissime, senza che il datore si preoccupi di versare loro i contributi previdenziali. Ragazzi che pur di entrare in queste strutture assolutamente precarie, ricorrono al politico per la raccomandazione”.</p>
<p>Il politico. Il vero anello forte della catena. Colui che su questo esercito di poveri (veri o falsi) è riuscito ad investire alla grande. Basta vedere i risultati delle elezioni in Sicilia per capire che se i poveri non ci fossero bisognerebbe inventarli.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le vene violate</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 08:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[I Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Le Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un mix inquietante di mafia e massoneria dietro la morte di Attilio Manca, il giovane medico di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto dai familiari (e non solo) il chirurgo che nel 2003, in una clinica di Marsiglia, ha operato segretamente di cancro alla prostata il boss Bernardo Provenzano. È quello che si ricava dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un mix inquietante di mafia e massoneria dietro la morte di Attilio Manca, il giovane medico di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto dai familiari (e non solo) il chirurgo che nel 2003, in una clinica di Marsiglia, ha operato segretamente di cancro alla prostata il boss Bernardo Provenzano.</p>
<p>È quello che si ricava dalla lettura de “Le vene violate”, il libro di Luciano Armeli Iapichino (prefazione di Nichi Vendola e di Sonia Alfano, pagg. 251, Armenio editore) che racconta questa incredibile vicenda attraverso un “dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia”.</p>
<p><a href="http://www.linformazione.eu/2012/01/le-vene-violate/le-vene-violate-copertina1/" rel="attachment wp-att-318"><img class="alignleft size-full wp-image-318" title="le-vene-violate-copertina1" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2012/01/le-vene-violate-copertina1.jpg" alt="" width="253" height="478" /></a>Un “dialogo” immaginario e appassionato che l’autore trae dagli atti giudiziari, dalle poesie di Attilio, dalle interviste con i genitori, col fratello, con la prima fidanzata, con il professore di liceo, con alcuni amici. “Anch’io ho ascoltato questa storia in silenzio”, scrive Luciano Armeli, “qualche anno fa, insieme con i miei alunni. In una calda mattina di fine maggio e una luce intensa di primavera, con i ragazzi già in festa per l’estate alle porte. Quel giorno ha cambiato la mia vita”.</p>
<p>Dal volume di Armeli esce fuori il ritratto di un liceale brillante che traduce senza vocabolario i testi greci e latini, di un universitario che si rivela di una spanna superiore agli stessi docenti, di un valentissimo medico considerato “l’allievo più brillante” del professor Gerardo Ronzoni, una delle massime autorità nel settore dell’urologia nazionale e internazionale.</p>
<p>Un mix micidiale di mafia e massoneria che finora ha colpito a morte giornalisti, magistrati, uomini politici, poliziotti e carabinieri, ma mai medici, se si eccettua il professor Paolo Giaccone, grande esperto di medicina legale, ucciso nell’82 dalla mafia palermitana per essersi rifiutato di addomesticare una perizia nei confronti di un boss.</p>
<p>Ma quello del trentaquattrenne urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, da pochi anni in servizio presso l’ospedale Belcolle di Viterbo, potremmo definirlo un massacro con delle modalità che appaiono incompatibili con un suicidio, movente quest’ultimo che dal 12 febbraio 2004 – giorno in cui è stato scoperto il cadavere – è stato spiegato con incredibile caparbietà dal Pubblico ministero di Viterbo.</p>
<p>All’inizio del Duemila, Attilio Manca è uno dei pochi medici italiani ad intervenire sul cancro alla prostata mediante il sistema poco invasivo della laparoscopia. Secondo i genitori e il fratello, sarebbe stata la sua rara abilità nell’uso degli strumenti operatori a decidere il suo destino, auspice quella mafia Barcellonese che nel panorama nazionale assume una posizione di “centralità” da quando fornisce ai Corleonesi il telecomando per la strage di Capaci, e da quando nasconde in quelle zone latitanti del calibro di Nitto Santapaola e dello stesso Provenzano.</p>
<p>Da quel momento Cosa nostra barcellonese fa il salto di qualità, diventa un tutt’uno con la mafia “istituzionale”, quella che comanda davvero.</p>
<p>È nella fitta rete di complicità mafioso-istituzionali, secondo molti, che potrebbe nascondersi la chiave di lettura per accedere a questo ennesimo mistero dell’Italia repubblicana.</p>
<p>È al 2003 che bisogna tornare per capire questa storia. Ai mesi di luglio e di ottobre, quando un tale si presenta in una clinica di Marsiglia sotto il falso nome di Gaspare Troia per sottoporsi ad un delicato intervento di cancro alla prostata. Quell’uomo è il boss Bernardo Provenzano, ricercato dalla polizia di tutto il mondo per le stragi del ’93 e per i delitti eccellenti che hanno insanguinato la Sicilia. A luglio fa gli accertamenti. Ad ottobre l’intervento.</p>
<p>Secondo il pentito Francesco Pastoia, braccio destro del capomafia di Corleone, ad operare Provenzano è stato un medico siciliano. Sul verbale di interrogatorio c’è scritto proprio così: siciliano, non italiano. Una differenza non di poco conto se si pensa che all’epoca, nell’isola, i medici in grado di asportare un tumore alla prostata mediante laparoscopia sono più unici che rari. Attilio potrebbe essere uno di questi.</p>
<p>Ora, non sappiamo se davvero l’urologo abbia operato Provenzano, se abbia assistito all’intervento o se abbia seguito il decorso post operatorio, magari dalla Sicilia. Sappiamo però che nello stesso periodo ha effettuato un viaggio in costa azzurra “per assistere a un intervento”, come dice alla madre al telefono, senza aggiungere altro. E sappiamo pure che le date coincidono perfettamente. Ma sulla vicenda, dopo quasi dieci anni, c’è ancora buio fitto.</p>
<p>Anche perché Francesco Pastoia, in seguito a queste rivelazioni, viene trovato morto in carcere, suicidatosi misteriosamente anche lui.</p>
<p>Perché i familiari di Attilio, diversi intellettuali, alcune personalità politiche e una consistente fetta di società civile non si accontentano delle verità ufficiali e chiedono con forza che l’indagine non venga chiusa?</p>
<p>Per comprenderlo bisogna immaginare il cadavere riverso sul letto della casa viterbese: il volto tumefatto, il setto nasale deviato, il corpo pieno di sangue e di lividi, le caviglie e i polsi segnati da una specie di morsa che avrebbe fatto pressione per ore (una corda? dei lacci?), come se Attilio, prima di morire, fosse stato legato.</p>
<p>Adesso focalizziamo l’immagine dell’avambraccio sinistro. Due buchi. Nessun altro buco nel braccio destro, nel braccio sinistro e nel resto del corpo, segno che la vittima non è tossicodipendente. In cucina due siringhe con il tappo opportunamente riposto nell’ago. Poi, un pezzo di parquet divelto.</p>
<p>Risultato dell’autopsia: morte per overdose di eroina mista ad alcol e tranquillanti.</p>
<p>E il volto tumefatto? E il setto nasale deviato? E il corpo pieno di lividi e di sangue? E le caviglie e i polsi segnati? E la larga chiazza di sangue sul pavimento? E il parquet divelto?</p>
<p>Risposta del Pm di Viterbo, Renzo Petroselli, titolare dell’indagine: colpa del telecomando, sul quale Attilio, dopo essersi iniettato le dosi letali, è caduto violentemente, malgrado la morbidezza del piumone e del materasso.</p>
<p>Sì, certo, il telecomando…</p>
<p>E i due buchi sull’avambraccio sinistro? Risposta del Pm: le iniezioni di eroina fatte da Attilio.</p>
<p>Sì, certo, anche le iniezioni di eroina…</p>
<p>E dopo le iniezioni, sotto l’effetto dell’overdose, l’urologo avrebbe avuto la forza di riporre il cappuccio sugli aghi, buttare una siringa nella spazzatura, fare alcuni metri e buttarsi sul letto…</p>
<p>Anche questo, certo…</p>
<div id="attachment_321" class="wp-caption aligncenter" style="width: 632px"><a href="http://www.linformazione.eu/2012/01/le-vene-violate/dscn0872/" rel="attachment wp-att-321"><img class="size-full wp-image-321 " title="DSCN0872" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2012/01/DSCN0872.jpg" alt="" width="622" height="345" /></a><p class="wp-caption-text">Presentazione del libro &quot;Le vene violate&quot; a Galati Mamertino</p></div>
<p style="text-align: left;">Peccato che Attilio Manca sia un mancino puro e per scrivere, per mangiare, per fare le operazioni e per fare qualsiasi altra cosa usi la mano sinistra. Come è possibile che si sia iniettata l’eroina proprio nel braccio sinistro?</p>
<p>E poi, dove sono le prove che quella miscela se la sia iniettata lui? Non ci sono. Ma si insiste sulla tesi del medico drogato che si suicida. E questa tesi viene riferita ai giornali di Viterbo, che guarda caso circolano a Barcellona durante i funerali.</p>
<p>Dal libro di Armeli si ricava un altro particolare importante: i colleghi, gli infermieri e gli stretti collaboratori dell’urologo affermano all’unisono: non risulta che Attilio fosse un tossicodipendente, né frequente né occasionale. Tutto messo a verbale. Nero su bianco.</p>
<p>Per otto anni il Pm Renzo Petroselli parla di suicidio e propone per ben tre volte l’archiviazione del caso, ma il Gip per altrettante volte la respinge. L’ultima volta si prende un anno e mezzo per decidere.</p>
<p>Un anno e mezzo per un suicidio? Già questo porta a ritenere che al Palazzo di giustizia di Viterbo potrebbe esserci qualcosa che non quadra, qualcosa in più della semplice “dialettica” fra magistrati.</p>
<p>Finalmente nello scorso dicembre il Gip Fanti decide: non è stato suicidio, ma neanche omicidio, tantomeno di mafia. È stato il micidiale miscuglio di eroina, alcol e tranquillanti ad uccidere Attilio Manca. Ma questo già si sapeva. Si indaghi su chi avrebbe fornito la droga.</p>
<p>La droga, certo, ancora una volta… Anche se Attilio non era tossicodipendente, anche se quella dose mortale non è accertato che se la sia iniettata lui, anche se non si sa chi ha usato quelle due siringhe (e ora vedremo perché), anche se quella camera da letto, dopo il ritrovamento del cadavere, sembra più il luogo di una mattanza che una stanza per imbottirsi di eroina.</p>
<p>Il caso torna nelle mani del Pubblico ministero Petroselli con i tanti perché che nessuno ritiene di chiarire.</p>
<p>Su sei indagati, cinque sono di Barcellona. Un paio di questi sono ritenuti organici a Cosa nostra. Sarebbero stati loro, assieme a una donna di Roma, a fornire la dose letale.</p>
<p>Dunque, secondo i magistrati, ci sono dei mafiosi, ma non c’è la mafia. Per fare cosa? Il lavoro di un semplice pusher. E per questo partono da Barcellona.</p>
<p>Ma c’è un altro “perché” al quale i magistrati laziali non hanno ritenuto di rispondere: le impronte digitali sulle siringhe. Perché non sono state riprese, malgrado le continue richieste di Fabio Repici, avvocato dei Manca? I quali vogliono sapere se delle impronte ci sono e a chi eventualmente appartengono. Ma da otto anni quelle siringhe restano ermeticamente chiuse in una busta di cellophane.</p>
<p>A proposito di impronte. Nella casa del giovane chirurgo, dopo il ritrovamento del cadavere, ne è stata trovata una. Appartiene a uno dei sei indagati: Ugo Manca, il cugino della vittima. Che non è un personaggio qualunque. È stato imputato e condannato in primo grado nel processo “Mare nostrum” alla mafia barcellonese e messinese con l’accusa di essere un trafficante di droga. Assolto in secondo grado, viene tuttora ritenuto un esponente importante della cosca peloritana.</p>
<p>Lui sostiene che l’impronta è rimasta nel bagno per via della sua permanenza a Viterbo, ospite di Attilio, a causa di un intervento di varicocele al quale sarebbe stato sottoposto dal cugino due mesi prima della morte dell’urologo. Ma secondo il parere di autorevoli esperti, le impronte impresse nei bagni vengono distrutte dal vapore acqueo nel giro di poche ore. Quindi, secondo i familiari di Attilio, è possibile che Ugo Manca sia andato in quella casa nelle ore immediatamente precedenti la morte del medico. Perché?</p>
<p>Ma c’è un altro particolare che la Procura laziale non riesce a chiarire: perché subito dopo il ritrovamento del cadavere, Ugo Manca parte in tutta fretta da Barcellona, va dai magistrati di Viterbo per chiedere, a nome dei genitori di Attilio (che smentiscono categoricamente), che venga dissequestrato l’appartamento del cugino per prendere gli indumenti? Perché questa “urgenza” di entrare nell’appartamento?</p>
<p>Anche se gli inquirenti non lo dicono, appare evidente che questo caso ruoti attorno ad Ugo Manca, questo rampollo della borghesia barcellonese, la cui famiglia gode di ottime entrature all’interno dell’alta magistratura messinese, distretto giudiziario del quale fa parte Barcellona Pozzo di Gotto.</p>
<p>Ma c’è un altro personaggio inquietante attualmente sotto inchiesta.</p>
<p>Si chiama Angelo Porcino, pochi giorni prima della morte di Attilio si è recato a Viterbo per non meglio precisati motivi. Secondo il pentito Carmelo Bisognano, Porcino è un boss di primo piano della cosca barcellonese. Recentemente è stato arrestato nell’ambito di due distinte operazioni di polizia (“Gotha” e “Pozzo2”) ed è stato condannato per tentata estorsione. Perché è andato nella città laziale poco tempo prima della morte dell’urologo? Secondo il Pm per fornirgli la droga.</p>
<p>La madre di Attilio dichiara che alcune telefonate importanti – le ultime, quelle che avrebbero potuto fornire una importante chiave di lettura sulla morte del figlio – sarebbero misteriosamente scomparse dai tabulati.</p>
<p>In una di queste, nella stessa giornata della morte, il giovane medico chiede al padre di andare nella casa al mare, nella frazione di Tonnarella, per prendere la moto e portarla dal meccanico, dato che gli deve servire per l’estate. “La moto per l’estate? A febbraio? Ma quando mai Attilio ha fatto simili richieste?”. Il meccanico al quale il padre porta la moto, la trova in perfette condizioni.</p>
<p>E allora? Secondo i familiari sarebbe stato un disperato tentativo medico di mandare un messaggio in codice: se volete sapere chi mi ucciderà, cercate dalle nostre parti. A Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove c’è un circolo paramassonico nel quale convergono boss come Giuseppe Gullotti, alti magistrati come il procuratore generale di Messina Franco Cassata e uomini politici come l’ex ministro Domenico Nania. Dove nel 1993 è stato ammazzato il giornalista Beppe Alfano: indagava sulle grandi latitanze che nel periodo delle grandi stragi si stavano consumando in quel fazzoletto di Sicilia, e sui rapporti fra la mafia barcellonese e la massoneria deviata.</p>
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		<title>La &#8220;notte bianca&#8221; dei Gattopardi</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 07:22:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[La mia Città]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla Camera si vota no all’arresto di Cosentino – ras del Pdl in Campania, accusato dai magistrati di essere colluso con la camorra – e Maroni ci racconta la favoletta del governo che combatte la mafia. Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia, viene condannato per associazione mafiosa, sia in primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla Camera si vota no all’arresto di Cosentino – ras del Pdl in Campania, accusato dai magistrati di essere colluso con la camorra – e Maroni ci racconta la favoletta del governo che combatte la mafia. Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia, viene condannato per associazione mafiosa, sia in primo che in secondo grado; vengono scoperte altre gravissime collusioni come quella del senatore trapanese Antonio D’Alì, vengono accertate irregolarità di ogni tipo da parte di ministri, di sottosegretari, di esponenti di primo piano del Popolo delle libertà, e cosa ci dice il Cavaliere? Che il suo è stato il miglior governo della storia a fare la lotta alla criminalità organizzata.</p>
<p>Il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo è accusato di essere vicino a certi ambienti, prima è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, poi (caduta questa ipotesi) di voto di scambio, ma anche lui professa di essere un cultore della legalità perché in giunta può contare sulla presenza di due magistrati: l’assessore alla Sanità, Massimo Russo, e l’assessore agli Enti locali, Caterina Chinnici, figlia del grande magistrato Rocco Chinnici, trucidato nell’83 da un’autobomba dei Corleonesi.</p>
<p>Alcuni anni fa il predecessore di Lombardo, Totò Cuffaro, diceva “qui la lotta alla mafia si fa con i fatti, non con le parole”? Sappiamo com’è finita. Oggi Cuffaro è in carcere a scontare una condanna per associazione mafiosa. Ma i siciliani “perbene”, per ben due volte, lo hanno premiato, preferendolo addirittura a Rita Borsellino e a Leoluca Orlando.</p>
<p>Ormai il potere ha capito che basta spararle grosse, tanto la gente ci crede o fa finta di crederci.</p>
<p>Di Gattopardi che di giorno indossano il doppiopetto e di notte fanno affari con iene e sciacalli, se ne possono descrivere a iosa nel nostro Paese.</p>
<p>Chi sono i Gattopardi?</p>
<p>I finti onesti, i finti rinnovatori, i finti legalitari, quelli che stanno sul carro del vincitore e che sono pronti a saltare su quello del nuovo quando il vecchio sta precipitando verso l’abisso.</p>
<p>Ma veniamo alla storiella del giorno.</p>
<p>Il 30 dicembre a Belpasso, in provincia di Catania, il Comune ha organizzato la “notte bianca” con tanto di spettacoli, di cabaret e di abbuffate (e fino a qua ci siamo), ma con uno spazio dedicato alla legalità, che in un contesto non proprio dedito alla legalità, porta a pensare che anche nella periferia dell’impero la lezione dei vari Berlusconi, Lombardo e Cuffaro è stata recepita a dovere.</p>
<p>Belpasso è un posto dove se parli di legalità in astratto ti battono le mani. Ma se vai a fondo, se cerchi di scoprire le magagne, se denunci le malefatte, rischi seriamente di essere emarginato dalla folta schiera dei Cittadini Esemplari.</p>
<p>Sicuramente nello spazio dedicato alla legalità prenderà la parola la persona che, più delle altre , è da sbandierare come alto esempio di moralità pubblica: il sindaco Alfio Papale, un ingegnere prestato alla politica, simbolo tangibile di civiche virtù, votato dall’80 dei suoi concittadini.</p>
<p>Sicuramente il primo cittadino parlerà delle diffuse pratiche clientelari che, invece di premiare il merito, premiano l’appartenenza, e costano alle casse comunali svariati milioni di Euro. Ma siccome “cu mangia fa muddichi”, gli batteranno le mani.</p>
<p>Spiegherà come si possano massacrare luoghi bellissimi attraverso l’edificazione (in “zone agricole”) di prime e di seconde case, e di capannoni all’interno dei quali si svolgono le attività più disparate (dal gommista al parcheggio degli autotreni, dalla concessionaria di automobili ai laminati in alluminio, dai magazzini con il cartello “affittasi” agli uffici della grande distribuzione) che stanno modificando la vocazione agricola della comunità.</p>
<p>Spiegherà come può succedere che nella vicina frazione di Piano Tavola, nel giro di alcuni anni, gli abitanti, da un paio di migliaia che erano, siano diventati circa 8mila. Lui sicuramente spiegherà che su quei terreni si è costruito abusivamente.</p>
<p>Ma poi, quando verrà il momento di fare i nomi dei progettisti abusivi, gli verrà un colpo di tosse e passerà ad altro argomento, per la felicità della folla che applaudirà più intensamente.</p>
<p>Quindi ammetterà che lui – in quanto primo cittadino – non ha vigilato su quel territorio, non perché avesse interessi, noooo, ma perché era distratto o al massimo sarà stato in tutt’altre faccende affaccendato. Applausi anche stavolta.</p>
<p>Certamente spiegherà la differenza che esiste tra un controllore e un controllato. E dirà che nei Paesi civili, quando queste due figure si sovrappongono e si identificano nella stessa persona, scatta il conflitto di interessi e sono obbligatorie le dimissioni irrevocabili. Nei Paesi civili, appunto…</p>
<p>Dulcis in fundo, racconterà una storiella di cui i nostri pronipoti andranno sicuramente orgogliosi.</p>
<p>Di quando nel 2000, la Regione siciliana stabilì per legge che le frazioni superiori a 5mila abitanti potevano diventare comuni autonomi.</p>
<p>E di quando Piano Tavola – che ormai aveva abbondantemente superato questo limite –  rivendicò questo diritto e chiese di annettersi la porzione di territorio che Belpasso considerava preziosa per gli introiti che ricavava dall’Ici: la zona industriale, il parco dei divertimenti Etnaland e il centro commerciale Etnapolis. Una manna dal cielo per il costituendo comune, una rovina per il vecchio, in ogni caso la dimostrazione tangibile che i conflitti di interessi e la cementificazione selvaggia portano solo devastazione e povertà.</p>
<p>Il sindaco finì il suo discorso, la folla era in delirio. Fra pochi minuti, disse il presentatore, ci sarà  lo spettacolo di Litterio.</p>
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		<title>Il sindaco che vorrei</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 06:02:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[La mia Città]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordatelo questo nome: Angelo Vassallo. Ricordatelo perché è il nome di un grande uomo, ucciso dalla camorra per essersi opposto alla cementificazione dello splendido litorale del Cilento. Ricordatelo, perché da sindaco del suo paese, Pollica, in provincia di Salerno, credeva che quel territorio poteva svilupparsi economicamente attraverso l’unica condizione possibile: la salvaguardia del paesaggio. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordatelo questo nome: Angelo Vassallo. Ricordatelo perché è il nome di un grande uomo, ucciso dalla camorra per essersi opposto alla cementificazione dello splendido litorale del Cilento. Ricordatelo, perché da sindaco del suo paese, Pollica, in provincia di Salerno, credeva che quel territorio poteva svilupparsi economicamente attraverso l’unica condizione possibile: la salvaguardia del paesaggio. In pochi anni Angelo Vassallo aveva ristrutturato gli edifici antichi, riportandoli agli splendori del passato, e si era rifiutato di rilasciare concessioni edilizie agli speculatori che avrebbero distrutto tutto.</p>
<p>Risultato: col mare più pulito d’Italia (5 bandiere blu di Goletta Verde), quella zona in pochi anni ha registrato uno straordinario sviluppo economico grazie ad un turismo d’elite.</p>
<div id="attachment_298" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/il-sindaco-che-vorrei/pollica/" rel="attachment wp-att-298"><img class="size-full wp-image-298 " title="pollica" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/pollica.jpg" alt="" width="400" height="272" /></a><p class="wp-caption-text">Le acque trasparenti di Pollica</p></div>
<p>Ricordatelo questo nome quando i cementificatori vi diranno che “la manicola” è l’unico mezzo per dare lavoro, quando cinicamente vi diranno che non si può prescindere dal cemento per produrre ricchezza.</p>
<p>Ricordatevi di questa bella persona e dite loro che non è vero: innanzitutto perché, secondo uno studio recente, si è appurato che il cemento non solo ha distrutto luoghi meravigliosi, ma ha fatto crescere l’economia italiana solo dello 0,05 per cento (fonte: “Corriere della Sera”), un’inezia rispetto alla “fame” di lavoro che abbiamo. Rispondete che è vero esattamente il contrario: si produce ricchezza laddove si applica una politica di salvaguardia. Pollica è la dimostrazione tangibile.</p>
<p>Ma anche San Vito Lo Capo (guarda caso anch’esso con 5 bandiere blu) nella parte occidentale della Sicilia, e Nicolosi nella parte orientale, per fare solo due esempi.</p>
<p>A San Vito lo Capo, addirittura, hanno chiamato il prof. Pierluigi Cervellati – uno degli urbanisti più illustri del mondo – a redigere il Piano regolatore. Nessun palazzone, nessun capannone, nessuna mega struttura, ma solo casette bianche in sintonia con l’architettura tradizionale, piccoli alberghi e soprattutto una grande tutela delle risorse naturali.</p>
<p>In pochi anni San Vito ha invertito la tendenza: dal turismo “mordi e fuggi” degli anni ’80 (limitato a luglio e agosto), questo comune è diventato un centro di villeggiatura che da aprile ad ottobre ospita un turismo proveniente da tutta Europa.</p>
<p>La stessa cosa, seppure con caratteristiche diverse, succede a Nicolosi, dove, malgrado qualche contraddizione, tutto sommato si costruisce con volumetrie basse, ampi spazi verdi, materiali e colori prescritti dal Piano regolatore.</p>
<p>Angelo Vassallo parlava di Pollica, ma non si riferiva solo a Pollica. Parlava di un’Italia che deve riappropriarsi del proprio paesaggio, della propria identità e del proprio futuro.</p>
<p>È una filosofia che bisogna sposare. E’ difficile? Assolutamente no, a condizione di rispettare sette semplici regole.</p>
<p>1) Rispettare il paesaggio e l’ambiente; 2) Costruire con volumetrie limitate; 3) Realizzare spazi verdi attorno ad ogni abitazione; 4) Puntare sulla realizzazione di parchi, di strutture sportive, ricreative e culturali; 5) Ripristinare gli edifici antichi presenti in città e nel territorio per riconvertirle in strutture ricettive e culturali. 6) Avere una classe politica che faccia rispettare tutto questo; 7) Mandarla a casa se non lo fa, o peggio, se si è arricchita distruggendo le nostre risorse.</p>
<p>Di fronte allo sfascio incalcolabile del Paese, di fronte alle devastazioni, è arrivato il momento di aprire un dibattito. Tema: “Come diceva Angelo Vassallo, è possibile creare sviluppo attraverso la valorizzazione delle risorse del nostro territorio?”. Svolgimento…</p>
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		<title>L&#8217;anima di Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 06:11:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[La mia Città]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono stato nei luoghi dell’anima, nei luoghi dove durante la Seconda guerra mondiale la famiglia di mio padre, assieme ad altre, sfollò per sfuggire ai bombardamenti. Sono stato in certi luoghi nei quali, da bambino, sono andato a caccia per la prima volta assieme a mio padre e a certi personaggi che ormai fanno parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato nei <em>luoghi dell’anima</em>, nei luoghi dove durante la Seconda guerra mondiale la famiglia di mio padre, assieme ad altre, sfollò per sfuggire ai bombardamenti. Sono stato in certi luoghi nei quali, da bambino, sono andato a caccia per la prima volta assieme a mio padre e a certi personaggi che ormai fanno parte del mito, <em>Vrasi Cafaranu</em>, <em>don</em> <em>Santu Cannizzaru</em>, don Angelo Bellia, <em>don Lucianu Sgridda</em>. Sono stato in questi posti dove echeggiano ancora certe parole a me familiari.</p>
<p><em>Trovammo rifugio in queste campagne nel luglio del ‘43, in paese le bombe cadevano a grappoli e così costruimmo delle capanne con delle assi di legno e del fogliame. Si mangiava un pane giallo dal sapore dolciastro, fatto con della farina di frumento e di granturco. Ma spesso si mangiava la verdura e la carne di vitello comprata d’intrallazzo, carne cotta a stufato nella quadara…</em></p>
<p>Parole che risuonano nella mia memoria come se le sentissi adesso, chiare, vicine, calde.</p>
<p><em>… Poi un giorno, mentre tornavamo da caccia, incontrammo i tedeschi: ci cercavano perché qualcuno aveva rubato le scarpe di un soldato&#8230;” </em></p>
<p><a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/lanima-di-dio/ficodindia500/" rel="attachment wp-att-287"><img class="alignleft size-full wp-image-287" title="ficodindia500" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/ficodindia500.jpg" alt="" width="392" height="297" /></a>Sono stato nei luoghi dove un tempo distese di fichidindia, di ulivi e di mandorli si perdevano a vista d’occhio. Luoghi di una bellezza inenarrabile. Quando ci andavo da bambino, mi sembrava di essere dentro l’anima di Dio. Non è facile spiegare. L’anima di Dio è questa, la campagna, il mare, i boschi, la montagna, insomma la natura…</p>
<p>Ci sono tornato adesso, dopo tanti anni, e avrei preferito non andare. Al posto della trazzera in terra battuta c’è una striscia d’asfalto e poi seconde case, dappertutto. Con uno, due o tre piani. Una dietro l’altra. Con scale di cemento che si inerpicano da un piano all’altro, seminterrati, garage. Avevo deciso di fare una passeggiata perché volevo individuare il posto dello sfollamento del ‘43, ma dopo dieci metri ho fatto dietro front perché stavo per essere assalito dai cani scappati da una di queste case.</p>
<p>In questi anni, in nome del progresso e con la complicità di tutti, sono stati distrutti luoghi bellissimi. Le giovani generazioni non avranno la fortuna di vedere com’erano questi luoghi e si abitueranno al brutto. Vedranno solo queste costruzioni grigie e non potranno mai immaginare che Dio ha un’anima.</p>
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		<title>La Festa</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 07:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[La mia Città]]></category>

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		<description><![CDATA[Adesso che si è conclusa la festa di santa Lucia, patrona di Belpasso, paese ai piedi dell’Etna dove vivo e ho le mie radici, vorrei fare alcune riflessioni assieme ai miei concittadini. E in queste riflessioni vorrei coinvolgere anche gli amici di fuori, che forse, magari in occasione dei festeggiamenti dei loro patroni, avranno fatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso che si è conclusa la festa di santa Lucia, patrona di Belpasso, paese ai piedi dell’Etna dove vivo e ho le mie radici, vorrei fare alcune riflessioni assieme ai miei concittadini.<br />
E in queste riflessioni vorrei coinvolgere anche gli amici di fuori, che forse, magari in occasione dei festeggiamenti dei loro patroni, avranno fatto le stesse considerazioni per le ragioni che vedremo.<br />
In questi giorni le pagine di facebook sono state letteralmente invase di messaggi, di fotografie, di post che hanno descritto in maniera gioiosa un rito che da secoli si svolge in questo centro in provincia di Catania. Segnale tangibile di un entusiasmo che da sempre pervade i festeggiamenti della patrona.<br />
Una festa molto bella per i momenti di emozioni che è capace di suscitare, una festa che consiglio vivamente di vedere a chi non l’ha mai vista: le serate dei carri allegorici che rappresentano la vita e la morte della martire siracusana, la messa della tredicina che si celebra alle cinque di mattina, l’“uscita” della santa sul sagrato, la tirata delle corde, la processione…<br />
Una festa che coinvolge l’intero paese, come se la santa fosse un simbolo tangibile di identità che raccoglie tutti, a prescindere dallo status di ognuno.<br />
Dovreste vederli il falegname, il fabbro ferraio, il meccanico, l’imbianchino, lo studente, la casalinga, il professionista, l’impiegato e tante altre categorie sociali, con il freddo di novembre e di dicembre, lavorare col sorriso sulle labbra per realizzare i carri, significativa testimonianza di artigianato locale, che vengono aperti vigilia della festa.<br />
Assisto a queste scene e trovo conforto pensando al fatto che l’identità di questo paese, distrutto per ben due volte dalla lava e dal terremoto (1669 e 1693), sia ancora salda; trovo conforto pensando anche al fatto che con la crisi di valori che sta attraversando la società italiana, mantenere viva una tradizione come questa sia un fatto di grande civiltà.<br />
<a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/la-festa/dscf0204/" rel="attachment wp-att-267"><img class="alignleft size-full wp-image-267" title="DSCF0204" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/DSCF0204.jpg" alt="" width="267" height="400" /></a>Poi mi guardo intorno, osservo certe cose e penso rammaricato che la tradizione, da sola, non basta più; che la tradizione, da sola, rischia di diventare un rito ripetitivo, fine a se stesso, se oggi – con le nuove problematiche che affliggono le nostre comunità – non si aggiunge quel famoso “altro” di cui parlava Elio Vittorini: “Credo che l’uomo sia maturo non soltanto per non rubare, non uccidere, e per essere un buon cittadino. Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri”.<br />
Nei secoli passati i nostri padri – che avevano una grande concezione del Bene comune – spesero la loro vita per questi “altri doveri” e ci consegnarono una città con due banche, una zona industriale, una agricoltura e un artigianato d’eccellenza, e tanto antro che fino agli anni Settanta faceva di Belpasso uno dei fiori all’occhiello dell’intera provincia.<br />
Sappiamo com’è finita: le due banche fallirono e la zona industriale rischia di passare ad altro comune.<br />
Il processo camaleontico che fra gli anni Ottanta e Novanta è iniziato con la mafia e la cattiva politica, sta conoscendo il suo culmine attraverso l’edificazione di capannoni, di centri commerciali e di nuove cave di pietra che stanno infliggendo una grave e irreversibile ferita all’intero territorio.<br />
Un territorio di incomparabile bellezza, dissodato col sudore e con la tenacia di quei padri che sottrassero immense masse laviche alla natura e su quei terreni coltivarono l’ulivo, il ficodindia, il mandorlo, il pistacchio per dare un futuro alle nuove generazioni.<br />
Un territorio che con le sue svariate risorse, se opportunamente valorizzato, potrebbe rappresentare un formidabile volano per l’agricoltura e il turismo d’eccellenza, quindi per la crescita economica e sociale della sua popolazione.<br />
Ebbene, cosa fanno oggi i figli di quei “grandi” padri? Invece di custodire gelosamente luoghi come questi, in nome di un malinteso senso di progresso consentono di distruggerli diventando complici indiretti di una devastazione che sta modificando e mortificando una cultura e una economia esistenti da sempre.<br />
<a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/la-festa/untitled-2/" rel="attachment wp-att-268"><img class="alignleft size-full wp-image-268" title="Untitled-2" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/Untitled-2.jpg" alt="" width="429" height="199" /></a>Che tristezza vedere quegli immensi capannoni abusivi costruiti non nelle aree industriali o artigianali (come è giusto che sia), ma in aree agricole di grande pregio. Che tristezza vedere un popolo che alle ultime elezioni (appena due anni fa) ha dato oltre l’80 per cento dei consensi a un sindaco-ingegnere che, alla stregua di un signorotto medievale, da trent’anni fa il bello e il cattivo tempo. <a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/la-festa/untitled-1/" rel="attachment wp-att-271"><img class="size-full wp-image-271 alignleft" title="Untitled-1" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/Untitled-1.jpg" alt="" width="415" height="300" /></a>Che tristezza vedere come Belpasso rischi di perdere buona parte del suo migliore territorio a beneficio della frazione di Piano Tavola, a causa della forte attività “progettistica” dei “soliti noti”. Che tristezza vedere come cali improvvisamente il silenzio quando si parla di questi argomenti, come se le coscienze fossero state sequestrate da certi “spiriti intoccabili”.<br />
E allora care amiche e cari amici di Belpasso, come la mettiamo? Parliamo di “amore” per il nostro  paese e intanto consentiamo che il nostro paesaggio e le nostre bellezze vengano distrutti? Parliamo di “identità” e intanto permettiamo ai “soliti noti” di sottrarcela e di sottrarre il nostro futuro? Ci diciamo cristiani e poi consentiamo la profanazione della natura, che è l’anima stessa di Dio Padre Onnipotente?</p>
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		<title>Il caso Attilio Manca</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 11:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Le Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginate questa scena. Una camera da letto. Riverso sul letto, morto da diverse ore, Attilio Manca, 34 anni, urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, l’allievo più brillante del prof. Gerardo Ronzoni, una delle più autorevoli figure nel campo dell’urologia nazionale e internazionale. Già nel 2004 – quando ancora si opera con i sistemi tradizionali – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate questa scena. Una camera da letto. Riverso sul letto, morto da diverse ore, Attilio Manca, 34 anni, urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, l’allievo più brillante del prof. Gerardo Ronzoni, una delle più autorevoli figure nel campo dell’urologia nazionale e internazionale. Già nel 2004 – quando ancora si opera con i sistemi tradizionali – Attilio Manca è uno dei pochi medici italiani ad operare mediante la laparoscopia, un sistema meno invasivo per gli interventi alla prostata di quelli del passato. Un particolare quest’ultimo che bisogna tenere presente per capire compiutamente questa storia.</p>
<p>Il corpo è pieno di sangue fuoriuscito sia dal naso che dalle labbra e dalla bocca, ma anche pieno di lividi. Sul polso e sul braccio sinistro ci sono i segni di due buchi provocati da altrettante siringhe ritrovate all’interno dell’appartamento. Solo due buchi: sul polso e sul braccio sinistro. Nel resto del corpo non ci soni altri buchi. Il letto è in ordine. Il piumone e le lenzuola sono sistemati. La casa è ordinata e pulitissima. C’è la pompa di calore sparata al massimo e il televisore, forse non a caso acceso (e poi vedremo perché), ma con l’audio silenzioso. Su una sedia si trovano solo un paio di pantaloni di Attilio, il resto degli indumenti indossati non si trova neanche a rovistare l’appartamento da cima a fondo. Perché? Non si sa! Nessuno lo spiega.</p>
<p>Ma sono soprattutto due le anomalie che colpiscono immediatamente. La prima: quei buchi presenti sul braccio e sul polso sinistro se li è davvero procurati Attilio? Come è possibile se il giovane è un mancino puro e con la mano destra non riesce a fare praticamente nulla? È stato lui ad usare quelle siringhe? Nessuno svela l’arcano. Intanto le analisi accertano che una micidiale overdose di eroina e di farmaci ha ucciso il giovane medico. Eroina? Attilio faceva uso di questa sostanza? La cosa desta subito delle forti perplessità: secondo i suoi docenti, il suo primario, i suoi colleghi, gli infermieri dell’ospedale di Viterbo, i suoi amici e i suoi familiari, Attilio non era un tossicodipendente né occasionale né frequente, e poi come avrebbe potuto operare se fosse stato un drogato? Dalle indagini portate avanti dalla magistratura e dalla Squadra mobile di Viterbo non emergono particolari difformi alle testimonianze raccolte, dunque Attilio non era un tossicodipendente. Nero su bianco. Ufficiale. E allora perché quei buchi al braccio e al polso? Perché quelle siringhe? Perché su quelle siringhe non sono mai state prese le impronte digitali, malgrado l’insistenza della famiglia Manca? Silenzio assoluto.</p>
<p>La seconda anomalia – assieme ai lividi trovati sul corpo – riguarda il volto della vittima, soprattutto il naso: ufficialmente, quando viene ritrovato il cadavere, si parla di setto nasale deviato, ma intanto ai genitori che arrivano a Viterbo nelle ore successive viene sconsigliato di vedere il figlio per quel volto tumefatto e irriconoscibile che avrebbe potuto arrecargli un trauma. Ma scusate: si tratta di setto nasale deviato o di volto tumefatto e irriconoscibile? Intanto ai genitori non viene consentito (ovviamente con sistemi “bonari”) di riconoscere il cadavere del figlio: Gino Manca e Angela Gentile sostengono che si è trattato di un pretesto tendente a nascondere loro dei particolari importanti.</p>
<div id="attachment_176" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/attilio-manca/attilio_manca_2011/" rel="attachment wp-att-176"><img class="size-medium wp-image-176" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/attilio_manca_2011-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><p class="wp-caption-text">Attilio Manca</p></div>
<p>Ma continuiamo a stare ai fatti.</p>
<p>Sia nell’ipotesi di setto nasale deviato, sia in quella di volto “tumefatto e irriconoscibile”, oltre alle ecchimosi presenti sul corpo e al sangue che scorre a fiotti dal naso, dalle labbra e dalla bocca, ci sono i segni di una fine violenta, di una fine non compatibile con una morte dovuta ad un cocktail di eroina e di farmaci. Ma gli inquirenti dicono che la deviazione del setto nasale o la tumefazione del volto sono stati causati dall’urto contro il telecomando del televisore. Cioè: Attilio, crollando sul letto sotto l’effetto della droga, sarebbe andato a sbattere contro il telecomando presente su una superficie morbida come il materasso e il piumone, si è fracassato il naso e la faccia. Ma il telecomando come finisce sotto il braccio?</p>
<p>Ma come può un telecomando di plastica deviare un setto nasale o rendere irriconoscibile il volto di una persona?</p>
<p>Dunque il dottor Manca – per gli inquirenti di Viterbo – ha trascorso un giorno intero, fino all’ora del decesso – avvenuto, secondo il medico legale, poco prima della mezzanotte –, da solo, senza fare e ricevere telefonate, guardando la tivù senza audio, drogandosi, con il riscaldamento al massimo e con un telecomando che a un certo punto gli fracassa il naso.</p>
<p>Il danneggiamento di quel volto, in verità, appare più compatibile con una violenta aggressione e con la successiva simulazione del suicidio che con la ricostruzione fatta dagli organi inquirenti. Per il semplice motivo che quando ci si trova al cospetto di un cadavere, a volte ci sono dei particolari che “parlano”. E in questo caso molte cose “parlano”.</p>
<p>Ma sono particolari che gli inquirenti non considerano. Eppure sono particolari che vengono segnalati subito dai familiari, particolari che si possono approfondire e dai quali si può partire per svolgere un’inchiesta seria. Invece niente.</p>
<p>Frattanto a Barcellona, a pochissime ore dalla morte di Attilio, succedono cose strane.</p>
<p>Barcellona è un ambiente particolare, una città di mafia, di massoneria e di servizi segreti deviati dove in molti casi i confini dell’apparenza si confondono con quelli della realtà.</p>
<p>E così, subito dopo la morte dell’urologo, comincia a girare un articolo apparso su un quotidiano di Viterbo dove c’è scritto che Manca è morto per un suicidio causato da un’overdose di eroina. Evidentemente il solo suicidio non basta. È necessario un altro elemento, la droga, affinché questa morte si carichi ulteriormente di messaggi. Suicidio e droga. Anche se tutti conoscono Attilio come un bravissimo ragazzo di buona famiglia, pieno di vita, di entusiasmo, e lontano dalla droga, il tam tam passa di bocca in bocca, legittimato da un giornale che in tutta evidenza ha ricevuto queste imbeccate dagli inquirenti di Viterbo, i quali non sentono il dovere di smentire nei giorni successivi. Tutto viene avvolto dalla menzogna e dalla menzogna viene avvolto questo giovane che amava la vita.</p>
<p>In quel momento soltanto il padre, la madre e il fratello percepiscono che si tratta di una cosa che va al di là della più fervida immaginazione, una cosa pericolosa, ma non trovano le parole per spiegarlo. C’è nel loro stato d’animo un misto di impotenza e di rabbia per una vicenda che improvvisamente cambia la loro vita.</p>
<p>La città si convince che Attilio Manca è un suicida col vizio della tossicodipendenza. Quell’articolo uscito in un piccolo giornale della provincia di Viterbo, in verità sembra più indirizzato agli abitanti di Barcellona che a quelli della città laziale, più che a Viterbo, sembra che voglia gettare a Barcellona il seme del dubbio e della delegittimazione.</p>
<p>Uno dei protagonisti importanti di questa vicenda è Ugo Manca, cugino di Attilio, figlio del fratello del padre. Un personaggio strano, che si muove in ambienti pericolosi. In questa storia Ugo Manca pare occupare una parte centrale, ma la sua figura nel libro non sembra approfondita come a mio avviso meriterebbe, probabilmente per non creare ulteriori lacerazioni all’interno di una famiglia già prostrata per la morte di Attilio e letteralmente spaccata dalla presenza di questo giovane cugino. In un’intervista rilasciata da Gianluca Manca, fratello di Attilio, ad un giornale online, si legge che Ugo Manca è stato condannato in primo grado nel processo “Mare nostrum” contro le cosche messinesi e barcellonesi, e assolto in appello. Quello che si deduce fra le righe è che fra i due rami della famiglia, già da tempo, e ancor prima della morte dell’urologo, non corra buon sangue. Soltanto Attilio – ottimista e ingenuo per natura – continua a tenere i rapporti col cugino, ignorando il consiglio di prenderne le distanze da parte del fratello avvocato.</p>
<p>Ci sono parecchi interrogativi sul comportamento di Ugo Manca in questa vicenda. Perché subito dopo la morte del cugino si precipita a Viterbo, malgrado il dissenso espresso dai genitori della vittima? Perché cerca di muovere i canali della magistratura locale per fare dissequestrare a tutti i costi l’appartamento dove gli inquirenti stanno ancora indagando? Perché quando Attilio è in vita lo cerca ripetutamente? E perché Attilio, negli ultimi tempi, quando parla al telefono con lui e con un altro amico di Barcellona, cambia puntualmente espressione e si rabbuia, secondo quanto affermano i frequentatori più intimi del medico? Nel bagno la polizia scientifica rileva una sua impronta, ma lui sostiene di averla lasciata qualche mese prima, quando, ospite di Attilio, si era fatto operare di varicocele proprio dal cugino. Perché, si chiedono i familiari dell’urologo e l’avvocato Repici, per un banalissimo intervento Ugo si è fatto ottocento chilometri quando avrebbe potuto farsi operare nell’ospedale di Sant’Agata di Militello presso il quale lavora? Eppure quelle mattonelle sono state frequentemente lavate e poi, col vapore acqueo, secondo autorevoli pareri scientifici, le impronte digitali tendono a distruggersi in poco tempo. Dunque, a parere dei Manca, Ugo è stato in quell’appartamento in tempi molto più recenti.</p>
<p>Ma quella di Ugo Manca non è l’unica presenza strana proveniente da Barcellona. Pochi giorni prima della morte di Attilio, almeno un altro personaggio appartenente a determinati ambienti si reca a Viterbo: si chiama Angelo Porcino ed è un soggetto sottoposto a sorveglianza della polizia. Il medico intuisce (o forse sa) che potrebbe trattarsi di un personaggio equivoco e chiede telefonicamente conferme al padre. Il padre, non percependo alcun pericolo, minimizza: “Mi sembra una brava persona”. Porcino si reca a Viterbo pochi giorni prima della morte di Attilio. Vede l’urologo? Perché questi chiede notizie al padre’ Perché sulla presenza nella città laziale di Porcino e di Ugo Manca non si sono svolte adeguate indagini?</p>
<p>Ora immaginate una galleria ferroviaria. Siamo a Termini Imerese nel 1960, nel regno della mafia allora più potente della Sicilia. Sui binari giace il cadavere di un giovane giornalista di 25 anni, Cosimo Cristina. Il suo corpo è pieno di lividi, nelle sue tasche vengono trovati due biglietti in cui il cronista confessa di essersi suicidato andandosi volontariamente a schiantare contro il treno in corsa. In base a questi biglietti sui quali non viene disposta neanche una perizia calligrafica, i magistrati archiviano il caso come suicidio. E si capisce: il ragazzo aveva subito una condanna per diffamazione e aveva perso il lavoro. Quindi è un fallito! E i magistrati lo scrivono. Quindi niente autopsia per chiarire scientificamente i motivi della morte. E niente funerali perché la chiesa a quel tempo è misericordiosa coi mafiosi ma inflessibile con gli antimafiosi. E sì, perché Cosimo Cristina non era un giornalista qualunque. Era un antimafioso. Uno che scriveva articoli su Cosa nostra e sui colletti bianchi della sua città. Articoli terrificanti. Cosimo fu seppellito con l’ignominia del suicidio impressa sulla pelle. Un suicida fallito dissero i magistrati. Un suicida fallito confermò la chiesa. Un suicida fallito dissero in piazza.</p>
<p>Quella di Cosimo Cristina è una storia emblematica, una metafora di tante altre storie accadute nel nostro Paese.</p>
<p>Nel mio libro sui giornalisti uccisi in Sicilia, tutti i casi trattati hanno punti in comune incredibili.</p>
<p>Innanzitutto l’uccisione e la successiva delegittimazione della vittima, scientifica, precisa, puntuale, in cui verità e menzogna vengono sapientemente miscelate per fare apparire vera anche la più assurda bugia.</p>
<p>Ed ecco allora che De Mauro è un ricattatore, Impastato un terrorista suicida, Fava un ricattatore e un fimminaru, Rostagno un drogato, Alfano anche lui un ricattatore e un fimminaru.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché è necessaria la delegittimazione? Per la semplice ragione che certi segreti – una volta rivelati – rischiano di far saltare quel coacervo di entità che vanno dalla mafia alla massoneria ai servizi segreti deviati. E allora gettare fango sulla vittima, vuol dire indebolire la sua autorevolezza, distruggerla, affinché venga indebolita e distrutta l’autorevolezza del segreto che potrebbe essere reso pubblico.</p>
<p>Ma non basta. È necessaria la pianificazione scientifica del delitto, la programmazione a tavolino, non solo da parte del gruppo di fuoco, ma soprattutto da parte delle menti raffinate che lo organizzano. Negli otto casi di cui mi sono occupato, ho potuto rilevare costantemente un fatto: per uccidere un personaggio eccellente è necessario tenere sotto controllo le varie entità preposte ad accertare la verità: le indagini, gli articoli, le perquisizioni, le autopsie, e tanto altro. Ovviamente non si vuol dire che tutte le persone adibite a questo genere di compiti siano o siano state colluse. Si vuole dire che alla base di un delitto eccellente deve esistere una centrale del depistaggio perfettamente funzionante. Perché? E’ necessario che, nel caso in cui vengano scoperti i killer, non si arrivi ai mandanti. Ed ecco allora che le prove devono essere inquinate dall’inizio, cancellate, distrutte, compromesse per eventuali indagini riaperte anche a distanza di anni. Senza questa organizzazione perfetta, i mandanti delle stragi e di molti omicidi eccellenti sarebbero stati consegnati alla giustizia da un pezzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che c’entra il caso di un urologo con un delitto di mafia? Intanto partiamo dal fatto che si tratta di un suicidio anomalo, onestamente più un omicidio che un suicidio, dal fatto che qualcuno ha cercato di depistare delegittimando la vittima, dal fatto che le indagini appaiono lacunose in tante parti, malgrado gli input investigativi della famiglia Manca e dell’avvocato Repici, dal fatto che Attilio non era di un posto qualunque, ma di Barcellona Pozzo di Gotto, un luogo dove esiste ed opera una delle mafie più efferate del mondo, perfettamente intrecciata con la massoneria coperta e con i servizi segreti deviati, dove nel ’92 fu costruito il telecomando per la strage di Capaci, e dove due boss calibro di Nitto Santapaola e di Bernardo Provenzano hanno trovato ospitalità durante la loro latitanza. E partiamo dal fatto che nel 2005 il pentito di mafia Francesco Pastoia, guardaspalle proprio di Bernardo Provenzano, dichiara ai magistrati che nell’ottobre del 2003 il boss di Corleone (sotto il falso nome di signor Troia) si sottopose a un delicato intervento di tumore alla prostata in una clinica di Marsiglia, assistito da un medico italiano sia durante l’operazione che nel decorso post operatorio. Ebbene: proprio in quei giorni Attilio si trova a Marsiglia, guarda caso ad assistere a un intervento, ma per telefono ai genitori non aggiunge altro. Una coincidenza? Una coincidenza che appena tre giorni dopo queste rivelazioni, il collaboratore di giustizia Francesco Pastoia si suicidi misteriosamente nel carcere di Modena? Una coincidenza il fatto che altri pentiti (fra cui Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, colui che falsificò la carta d’identità di Provenzano in occasione di quell’intervento alla prostata) confermano la versione di Pastoia? L’identità di questo medico rimane ancora ignota. E allora è possibile che Attilio Manca – su intercessione della mafia barcellonese – abbia operato Provenzano senza conoscerne l’identità. È possibile che successivamente abbia intuito o scoperto le vere generalità del “capo dei capi” di Cosa nostra, lo abbia confidato alla persona sbagliata, e per questo sia stato eliminato. Perché – si chiede la famiglia Manca – la magistratura di Viterbo non indaga seriamente a trecentosessanta gradi e continua ostinatamente a sostenere la tesi del suicidio?</p>
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		<title>Catania, la città sommersa</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Mirone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La mia Città]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una città sommersa che non riesce ad emergere perché vive sottoterra. A contatto col fango, col freddo, con l’umidità, con l’acqua, con la neve, con l’asma bronchiale, con la febbre, con le discariche a cielo aperto, con i topi, con la polvere, con l’afa. C’è una città sommersa, con i tetti di lamiera, le porte di cartone, le pareti di plexiglas. Che rantola di notte e si disperde di giorno. Che muore di freddo e si scioglie di caldo. Che c’è, ma non c’è. Che sta nascendo laddove cinquant’anni fa sventrarono il vecchio San Berillo. Mezzo secolo in cui il Comune di Catania ha promesso infinite volte di intervenire, magari per realizzare piazze, spazi verdi, bambinopoli, ma dove non ha mai fatto nulla, lasciando le aree di corso Martiri della libertà al degrado, all’abbandono, ai traffici di ogni tipo. E’ la città dei baraccati. Un girone dell’inferno dantesco scavato in profondità, quattro o cinque metri sotto il livello stradale da cui affiorano le rocce laviche dell’eruzione del Milleseicentosessantanove, micidiali dirupi su cui sono depositati cumuli di spazzatura che nessuno si prende la briga di ripulire, uno spazio grande quanto un campo di calcio e recintato da un muro che separa la città sommersa dalla città reale, rendendo invisibile la prima e acquietando la coscienza della seconda. Soprattutto quando si muore. Come è successo qualche anno fa ad un cittadino polacco, Yosez Miroslaw, deceduto a causa del freddo. Nell’indifferenza generale. Nella città sommersa non ti danno molte notizie di Yosez, dicono che era sofferente e che le rigide condizioni atmosferiche lo hanno stroncato. Era arrivato a Catania come tutti gli immigrati dell’Est europeo, con la speranza di dare un futuro migliore ai suoi figli rimasti in Patria. Non ce l’ha fatta. Lo hanno trovato rannicchiato per terra nel suo rifugio di cartone. Dicono che l’ultimo pensiero sia stato per i figli.</p>
<div id="attachment_167" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.linformazione.eu/2011/12/catania-la-citta-sommersa/g92/" rel="attachment wp-att-167"><img class="size-medium wp-image-167" src="http://www.linformazione.eu/wp-content/uploads/2011/12/g92-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a><p class="wp-caption-text">Corso &quot;Martiri della libertà&quot;</p></div>
<p>La città sommersa si allarga giorno per giorno perché giorno per giorno un esercito di disperati non sa dove andare a dormire, soprattutto da quando il Comune, secondo quanto denuncia padre Taormina del Centro “Astalli”, non ha rinnovato la convenzione con i Centri di accoglienza che in passato offrivano un tetto ai diseredati. Una baracca qui e una tenda lì, ed ecco che una cinquantina di cittadini provenienti dall’Est (dalla Polonia, dalla Bulgaria, dalla Romania) attende che si faccia giorno per andare a guadagnare qualche spicciolo. Mario stamattina si è svegliato presto, come sempre, per andare a lavorare. Lo seguiamo in questo “cammino della speranza” che lo porta in giro per la città. La sua baracca è situata laggiù, l’ha costruita vicino al muro per trovare riparo, percorre il lungo viottolo e raggiunge la fenditura, unico passaggio attraverso il quale si entra nell’altra città, a un passo dal frenetico e moderno corso Sicilia con le sue banche e i suoi affari. Altri, invece di percorrere il viottolo, preferiscono aggrapparsi alla scala di legno poggiata al dirupo: è molto rischioso ma è pur sempre una valida scorciatoia. Ecco Mario che si reca al Centro “Astalli” di via Malta, dove fa una doccia, si sbarba, indossa un completo di jeans, e va a lavorare. Si trova a Catania da qualche anno, la sua famiglia (la moglie e due figli) è rimasta in Polonia, in una situazione economica disperata che risente pesantemente dei lunghi anni del regime comunista. “Non è una bella vita quella che facciamo”, dice in un italiano non proprio perfetto. “Fra noi c’è gente di cultura, che possiede un titolo di studi, io sono diplomato in fisioterapia, ma gli italiani non vogliono aiutarti. C’è l’intera città piena di case abbandonate, perché ci lasciano fuori come i cani?”. Mario veste in modo dignitoso, pulito (come molti immigrati dell’Est europeo), ha un volto comune e se lo vedi per strada lo confondi con un cittadino catanese. Racconta la sua storia ma preferisce non fornire le sue generalità: “Non si può lasciare la gente fuori per un inverno intero, non si può permettere che muoia di freddo e di fame”. Fa dei lavori saltuari, il muratore, l’imbianchino, il facchino, il raccoglitore di arance, periodicamente riesce a mandare dei soldi a casa. In questo periodo lavora in campagna, guadagna 20 euro al giorno. “Vivere in quella fossa, dentro le baracche, non è normale”. “I miei figli vivono in Polonia con la pensione di mia madre”. “Qui in Italia quando si parla di polacchi si pensa: tutti ubriachi. Non è vero. Solo qualcuno beve. Quando c’è fame il cervello impazzisce. Ma mi chiedo: italiani non bere?”. Verso le 16,30 Mario torna nella sua baracca e alle 17 si incammina per andare in piazza Bovio dove le suore di Madre Teresa di Calcutta offrono un pasto caldo a chi ne ha bisogno: un primo, un secondo, un contorno, un panino e la frutta. Oggi offrono conchiglie con brodo di verdure, pesce impanato, insalata, e una mela. Mario prende posto nel refettorio strapieno di gente, in mezzo a un’umanità dolente che proviene dai luoghi più disparati e disperati del mondo, gente di colore e gente dell’Est europeo, giovani e donne, ma anche barboni catanesi: “Fortunatamente ci sono queste suore che ci aiutano: tutti vogliono vivere”. “Io voglio vivere perché voglio dare un futuro ai miei figli. Qualche volta, quando ho soldi, li chiamo. Li guardo sempre in fotografia, io pure piangere”. Mario finisce la cena, si alza dalla tavola, saluta la suora e si ferma all’ingresso per scegliere qualche indumento depositato nei pacchi della carità. E’ l’imbrunire. Si incammina verso la città sommersa, illuminata dalle luci sfavillanti del luna park. Laggiù qualcuno ha acceso il fuoco. Lui ripercorre il viottolo scosceso e rientra in baracca.</p>
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