“Mio caro Nino, avrei bisogno di almeno cinquecento lire”. Il mittente è Luigi Pirandello. Il destinatario Nino Martoglio. La data 27 maggio 1913. Da nove anni il regista catanese (nato a Belpasso nel 1870) si è trasferito a Roma, dove è diventato direttore artistico della Cines, la Casa cinematografica più importante d’Italia. Il drammaturgo agrigentino ha problemi molto seri dal punto di vista economico (“Sono disperato”) e si rivolge al “grande amico” affinché interceda presso i grandi produttori cinematografici della Capitale per ottenere quei soldi, in cambio della “mia intenzione di proporti alcuni temi di cinematografia, minutamente composte e sceneggiate. Ce n’ho già uno, bellissimo, quasi pronto”.

Ritratto di Nino Martoglio. Sopra: Martoglio e Pirandello (quadro di Luigi Ghersi)

A parlare a trecentosessanta gradi del Nino belpassese sono Sarah ed Enzo Zappulla (lei docente di Lettere all’Università di Catania, lui avvocato), fra i più grandi studiosi della figura e dell’opera martogliana, e non solo. In questa intervista raccontano retroscena, episodi, aneddoti, e mostrano missive, foto, libri, disegni, giornali d’epoca: “Questa lettera – dicono – certifica che, in quegli anni, il commediografo è una personalità di primissimo piano nell’ambito del cinema non solo nazionale”.

Un concetto suffragato da un’altra lettera che Nino, il 23 gennaio 1913, spedisce a Giovanni Verga su carta intestata della Società imprese cinematografiche Roma: “Caro Maestro, la Casa Morgana Film della quale sono direttore artistico e che è amministrata dai Sigg. onorevole Alfredo Marchese di Bugnano e comm. Levi, si propone di produrre pellicole cinematografiche su scenari dei maggiori autori, interpretate dai più grandi artisti”.

Fra queste c’è Sperduti nel buio, che Martoglio sta girando in quel momento come regista (uscirà nel ’14), “interprete Giovanni Grasso. Il quale – prosegue il regista –, mi creda, riesce meraviglioso con la sua mimica e appare sullo schermo più grande che sul teatro e, quel che più conta (…), è sobrio, di una maschera tragica impressionante. Egli interpreterà cinque film di autori nostri”. E ancora: “Uno di questi vorrei fosse ideato da Lei. Il compenso sarà degno di Lei. Mi risponda con un bel sì ed io verrò a Catania con mandato degli Amministratori di Morgana Film per stabilire compenso, pagamento, e tutto quanto necessario nel reciproco interesse”.

Giovanni Grasso e Virginia Balistrieri in una scena di “Sperduti nel buio”

Mentre Sarah ed Enzo parlano, la nostra attenzione si sofferma su un quadro che si trova nel salone della loro casa, un bel quadro di Luigi Ghersi, che dà il senso di ciò che Martoglio rappresenta per la cultura italiana fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: Luigi Pirandello in primo piano, e in secondo lui, Nino, un po’ più in alto, in una dimensione più sfumata e surreale, come se il pittore voglia dire che dietro l’attività letteraria del drammaturgo agrigentino c’è proprio Martoglio.

Studiando meglio alcuni passaggi della carriera di Martoglio, grazie anche a questa straordinaria chiacchierata con Sarah ed Enzo Zappulla, possiamo dedurre tre cose: 1) che è lui il vero ispiratore, regista e organizzatore del movimento artistico-culturale apprezzato in tutto il mondo attraverso scrittori come Pirandello, Verga, Capuana, De Roberto, Rosso di San Secondo (per citarne alcuni) e di attori come Giovanni Grasso e Angelo Musco che portano sul palcoscenico il grande repertorio verista (corrente letteraria che, soprattutto allora, riscuote grande successo) ; 2) che dal momento dell’invenzione del cinema da parte dei fratelli Lumiere (1895), Nino è al centro – prima a Catania, poi a Roma – di una grande avanguardia (nata addirittura prima di Charlie Chaplin e Buster Keaton), che intuisce il grande futuro del cinema; 3) che col suo capolavoro Sperduti nel buio (trafugato dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale mentre è depositato al Centro di cinematografia di Roma), Martoglio trasferisce il verismo sul grande schermo diventando, molti anni dopo, il punto di riferimento di registi come Visconti (che con un film come La terra trema sembra volersi ispirare alla sua lezione), Rossellini, De Sica, e perfino Scorsese, il quale, per sua stessa ammissione, ha imparato a fare cinema da questi “mostri sacri” del neorealismo.

Giovanni Verga

Una figura eccezionale, dunque, quella che il 15 settembre 1921 muore dentro la tromba dell’ascensore dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Una figura che nel periodo precedente alla sua morte ricopre la carica di ispettore della Società degli autori per la Sicilia, in un momento in cui è in corso una guerra di tutti contro tutti per i diritti, sia all’interno del teatro, sia all’interno del cinema (la materia non è ancora regolamentata adeguatamente) anche catanese, dove ben cinque Case di produzione sono alle prese con fallimenti e diatribe di ogni tipo. Fino a quando Martoglio è stato a Catania (1904) ha operato con una di queste (la Morgana Film, di cui fu fondatore, da non confondere con l’omonima Casa romana di cui lui stesso sarebbe stato direttore artistico). Adesso (1921), in qualità di ispettore della Società degli autori, Martoglio è al centro della contesa.

Contemporaneamente scioglie “con grande amarezza” la Compagnia teatrale Mediterranea, fondata assieme a Pirandello e a Rosso di San Secondo; debutta al teatro Biondo di Palermo con “Il marchese di Ruvolito” con Angelo Musco, e dice agli amici di essere immerso nella stesura di una storia del teatro siciliano, non si sa se da destinare alla letteratura, al cinema o al teatro.

Enzo e Sarah Zappulla, focalizziamo l’attività di Martoglio nell’anno della morte e negli anni a ritroso. Cosa stava facendo in quel momento?

“La Compagnia drammatica Mediterranea fra il ‘18 e il ’19 rappresenta un momento significativo, fondamentale, poco noto della sua carriera. Lui, di compagnie ne aveva fatte tante in precedenza, ma questa nasce con una volontà polemica”.

Perché?

“Martoglio sostiene che vuole un teatro corale, non ‘a mattatore’. E coinvolge gli attori delle compagnie di Grasso e di Musco, escludendo proprio loro, Grasso e Musco (ai quali lui, Pirandello e Rosso tolgono le opere che hanno scritto). La polemica è nei loro confronti”.

C’è una ragione particolare?

“La polemica era stata forte e aveva coinvolto la Società degli autori. Riguardava la questione dei diritti. Martoglio e Pirandello sostenevano che la percentuale da corrispondere all’autore dovesse aumentare, e di conseguenza dovesse diminuire quella degli attori: il successo di un’opera, dicevano, dipende dal testo. Gli attori rispondevano: no, dipende dalla recitazione”.

E’ il segnale delle tensioni che si vivono in quel momento sui diritti d’autore. Chi pone il problema?

“Martoglio. Non solo per interessi personali, ma per fare gli interessi del movimento artistico italiano. È lui, come detto, a scoprire i grandi attori siciliani e a creare la grande stagione del teatro siciliano: quella che fino alla morte di Musco (1936) è considerata la migliore del mondo. È lui a spingere Pirandello artisticamente ed economicamente ad andare avanti. Quando il drammaturgo agrigentino deve modificare un copione o una battuta, si fida solo di Martoglio”.

E siamo alla “vigilia” della morte di Martoglio, giusto?

“Il 1921 è un momento cruciale: Pirandello fa l’ultima opera in siciliano, la traduzione dialettale di ‘Tutto per bene’(in siciliano: ‘Ccu ‘i guanti gialli), rappresentata da Musco. Ma lo spartiacque è rappresentato dai Sei personaggi in cerca d’autore, scritto nello stesso periodo”.

Poco prima della morte di Martoglio esplode il “nuovo” Pirandello?

“E’ il momento in cui, soprattutto per la morte di Martoglio, il drammaturgo agrigentino si allontana dal teatro siciliano”.

“La terra trema” di Luchino Visconti, uno dei capolavori del neorealismo, girato subito dopo la Seconda guerra mondiale

Quindi quello straordinario movimento, con la dipartita del commediografo belpassese, perde due grandi colonne.

“Lo stesso Pirandello lo ammette in un articolo scritto da lui e apparso sul Messaggero il giorno dopo la morte di Martoglio: ‘Tutti sanno che commediografo, che poeta, che giornalista, che cineasta è stato. Ma quello che non si sa è che Martoglio è il vero, l’unico creatore del teatro siciliano. E quante sofferenze e amarezze per questo teatro siciliano che vive per lui e di lui”.

Luciano Mirone

8^ puntata. Continua