“Martoglio fu uno dei più grandi intellettuali del verismo italiano. C’è qualcosa di oscuro nella sua morte, soprattutto quell’indagine condotta e pilotata dall’alto”.

È duro il professore Antonio di Grado, ordinario di Lettere all’Università di Catania, quando parla di uno dei casi che – malgrado i quasi cento anni trascorsi – hanno sempre appassionato una certa intellighenzia. Specie ora che stanno emergendo delle verità sconvolgenti sulla sua fine, grazie alla conoscenza delle carte giudiziarie riesumate di recente dal regista Elio Gimbo e dall’avvocato Gianni Nicotra.

Il professor Antonio Di Grado. Sopra. Catania inizi ‘900

Di Grado inserisce la figura di questo “intellettuale e artista di altissimo livello” nel contesto della “Catania felix” che abbraccia il periodo che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento, quando il capoluogo etneo era attraversato dai “sacri furori” della letteratura, del teatro, della politica, del giornalismo, della poesia e del cinema. Al centro di questi fermenti c’era sempre lui, Nino Martoglio, amato e odiato da tantissima gente per il successo conseguito in Italia e all’estero, ma soprattutto per le dure battaglie politiche che, dalla sponda socialista, lo contrapponeva a una certa classe politica corrotta e accidiosa.

Professore Di Grado, il regista Elio Gimbo asserisce che si tratta di un omicidio politico. Lei è d’accordo?

“E’ possibile che si tratti di un omicidio. Sulla matrice politica del presunto omicidio, esprimo le mie perplessità, poiché non abbiamo prove”.

Chi era Nino Martoglio?

“Un intellettuale impegnato, un socialista straordinario. Ridurlo, come si fa spesso, a personaggi come Cicca Stonghiti o a poesie come la Triplice alleanza è il maggiore torto che gli si possa fare. Martoglio è stato frainteso e ridimensionato, così come è successo ad un altro intellettuale catanese di un secolo prima, Domenico Tempio, ridotto a pornografo e a protagonista di barzellette sconce, mentre invece era un grande intellettuale fortemente antagonista rispetto al potere”.

Quindi lei non è d’accordo sul delitto politico?

“L’ipotesi più probabile, a me, da profano, pare quella del delitto comune. Si sapeva di un recentissimo prelievo che Martoglio aveva fatto in banca. A questo va aggiunto che all’epoca gli infermieri dell’ospedale Vittorio Emanuele (dove Martoglio il 15 settembre 1921 morì, ufficialmente a causa di una caduta accidentale nella tromba di un ascensore) venivano reclutati anche tra la delinquenza. C’erano connivenze precise tra chi gestiva l’ospedale e queste sacche di malaffare. Rimane un mistero. Quindi ritengo che sia necessario riesumare le spoglie di Martoglio e procedere a un’analisi seria e approfondita”.

Ritratto di Nino Martoglio

Perché, secondo lei, è importante scoprire la verità, seppure a distanza di un secolo?

“Per ricostruire la nostra storia, che conferma sempre di più la centralità di Catania dal punto di vista artistico-letterario in quel periodo. Allora Catania era una fucina di grandi scrittori come Verga, Capuana, De Roberto e tantissimi altri. Ed era anche una fucina di una politica fortemente trasformista, immobilistica, compromessa, descritta straordinariamente da Federico De Roberto ne I Vicerè, una politica fatta di faccendieri. La ricostruzione storica è sempre importante. Purtroppo la storia d’Italia, anche se ha solo centocinquant’anni, è una storia fittissima di misteri. Specie l’ultimo dopoguerra, caratterizzato da assassinii e stragi tuttora senza un responsabile, su cui spesso bisognerebbe risalire molto in alto. Su Martoglio, anche se non si possono perseguire gli eventuali responsabili, è importante fare una ricostruzione storica”.

Perché Martoglio va considerato un grande intellettuale?

“Perché opera in una fase molto importante e ricca della storia catanese, forse la più ricca e vivace del primo Novecento. È la Catania di Giuseppe De Felice (grande sindaco socialista, fondatore dei Fasci dei lavoratori, ndr), la Catania felix, rimpianta da un altro grande intellettuale che sarebbe arrivato dopo: Vitaliano Brancati. Una Catania in crescita, caotica, ricchissima di iniziative imprenditoriali, politiche e artistiche. Una Catania in cui non solo c’erano i grandi del verismo, ma le giovani generazioni del futurismo arricchivano la vita culturale della città con un numero enorme di riviste, di iniziative, di performance. Solo comprendendo il contesto di questa Catania si può capire l’attività poliedrica di Martoglio”.

Lei dice che la grandezza di Martoglio viene spesso ridotta.

“Certo. Martoglio va visto anche come giornalista impegnato col suo D’Artagnan. E non solo. Egli fu uno dei protagonisti di una stagione cinematografica significativa. Nei primi del Novecento, Catania era la seconda città italiana produttrice di cinema dopo Torino. Alle pendici del’Etna si girarono diversi film. Martoglio realizzò un capolavoro come Sperduti del buio, che purtroppo, è il caso di dirlo, è stato sperduto nel buio anch’esso, nel senso che non ne conserviamo copia a causa di un trafugamento dell’esercito Alleato”.

Giovanni Verga

Perché è importante un film come “Sperduti nel buio”?

“E’ un film di importanza capitale, da cui si dice che il grande regista russo Eisenstein abbia appreso la grammatica del cinema. Un film da cui un critico come Umberto Barbaro (anche lui siciliano) tirò fuori le idee-guida del realismo cinematografico, che poi avrebbe travasato nella grande stagione del neorealismo del dopoguerra. La figura del Martoglio come cineasta andrebbe approfondita: è stato indubbiamente uno dei grandi pionieri della storia del cinema”.

Un versante poco esplorato.

“C’è un’ipotesi, tra le tante, emersa da un recente dibattito organizzato a Catania. Un’ipotesi  formulata da Uccio Barone, docente di Storia alla facoltà di Scienze politiche. Barone dice che il presunto assassinio di Martoglio si inscrive nella vicenda del fallimento di queste Case cinematografiche sorte all’inizio del Novecento. Nel ’21 (anno della morte del commediografo), racconta Barone, ci furono processi, denunce, lotte senza quartiere fra i fondatori di questi stabilimenti di produzione, che vedono Martoglio impegnato non solo come cineasta, ma anche come finanziatore”.

Luciano Mirone

5^ puntata. Continua