Una nuova pianta di pistacchio che abbia il sapore e la fragranza del prezioso frutto di Bronte anche se coltivata alle calde temperature della Piana di Catania o di qualsiasi altro luogo del mondo. Se non è rivoluzione poco ci manca. Comunque è una sfida. Ed è lanciata da Salvatore ed Enzo Grassia, padre e figlio, titolari dell’omonima ditta di Bronte, da molti anni specializzata nella produzione delle piante di pistacchio. 

“Cari agricoltori siciliani”, dicono all’unisono, “dato molte coltivazioni non sono redditizia come un tempo, perché non provate col pistacchio? Noi l’abbiamo fatto: i risultati sono eccellenti”. Soprattutto se si pensa, ad esempio, che un chilo di arance lo paghi poche decine di centesimi, mentre un chilo di pistacchio costa almeno 10 Euro. E se si pensa che un ettaro di superficie, annualmente, può rendere circa 40 quintali di pistacchi essiccati, immaginate gli introiti che possono arrivare con l’oro verde di Bronte.

La filosofia dei Grassia è questa: “In fin dei conti provare non nuoce. E non costa molto. Con pochi soldi installi delle piantine e in poco tempo vedi i risultati”.

Di cosa si tratta? “Finora il pistacchio di Bronte (quello di Bronte, intendiamoci!) è stato possibile coltivarlo soltanto nel nostro territorio, con una raccolta fatta ad anni alterni per non alterare il sapore del prezioso frutto”.

Secondo la tradizione, infatti, il pistacchio di Bronte viene raccolto ad anni dispari. Un’usanza che si tramanda da padre in figlio e che ha una motivazione logica. A parere degli agricoltori, nell’anno di non raccolta, il terreno e la pianta acquistano quei sali minerali necessari per trasmettere al frutto quelle qualità organolettiche uniche al mondo.

“Sarà il terreno, sarà il microclima – dicono Enzo e Salvatore Grassia –, fatto sta che pistacchi migliori di questo non ne esistono in tutto il mondo. Dopo anni di prove, di esperimenti, di test siamo riusciti a realizzare una pianta autoctona e resistente al clima torrido, il cui frutto si può raccogliere sia negli anni pari che negli anni dispari. Questo dà la possibilità ai produttori di abbattere i costi e di guadagnare moltissimo, evitando l’importazione dall’Iran, dalla Grecia e dagli altri Paesi. Perché? Perché nei terreni pianeggianti la manodopera è molto meno costosa rispetto ai terreni lavici e perché ogni anno c’è la possibilità di raccogliere”.

Ma vediamo come questi due “pionieri” della nuova coltivazione del pistacchio brontese sono riusciti a creare la nuova pianta. “Si tratta di un ibrido”, spiegano. “Un ibrido ottenuto dall’incrocio di due portainnesti del pistacchio”. È venuto fuori un arbusto con caratteristiche straordinarie: “Una pianta con portamento eretto per favorire la lavorazione meccanizzata, con il vantaggio di una fruttificazione molto veloce (circa tre anni) rispetto ai tempi di maturazione della pianta tradizionale che per fruttificare impiega oltre un decennio”.

Tutto qui? “Assolutamente no. La nuova coltura è resistente a molte malattie (compreso il ‘marciume radicale’) ed è idonea a stanziarsi nei terreni irrigui, dalla Piana di Catania alla California”.

Possiamo considerarla una svolta? “Certamente. Non ci saremmo spinti a fare simili dichiarazioni. La nostra ditta produce piante di pistacchio di Bronte da sempre, se siamo arrivati a questo punto lo dobbiamo alla nostra serietà, alla nostra tenacia e alla nostra volontà di migliorarci. La nuova pianta di pistacchio è il risultato di tanti anni di lavoro per poter dare una svolta all’agricoltura siciliana”.

Luciano Mirone