Aveva quarantanove anni Joe Petrosino quando fu assassinato. Era il poliziotto più importante del mondo, da quel momento sarebbe diventato un mito. Venne ucciso la sera del 12 marzo 1909, a Palermo, in piazza Marina. Proveniente da New York, stava indagando sui torbidi legami fra mafia americana (allora denominata “Mano nera”) e mafia siciliana, legami finalizzati al racket delle estorsioni e della prostituzione, alla stampa di dollari falsi e al commercio clandestino di alcol (siamo in epoca di proibizionismo).

Petrosino è una leggenda, al pari di personalità come Guglielmo Marconi, Fiorello La Guardia, Martin Scorsese (tanto per citarne solo alcuni della vastissima schiera) che hanno incarnato il meglio dell’Italia negli Stati Uniti. Basti pensare che la sera in cui fu ucciso, il console statunitense di stanza a Palermo, in un telegramma scrisse al governo Usa: “Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire”. Al suo funerale, svoltosi a New York pochi giorni dopo, parteciparono duecentocinquantamila persone, un record.

Gli imponenti funerali di Petrosino a New York. Sopra: un’immagine del poliziotto italo-americano

Era un venerdì come tanti, quella sera di 108 anni fa: una leggera brezza si era alzata dal mare e coi suoi profumi avvolgeva la città. Petrosino era uscito dall’hotel de France (dove alloggiava) e stava percorrendo la zona della marina, nel centro storico, con la sua inseparabile bombetta infilata in testa, il doppiopetto scuro e la camicia bianca, il pastrano grigio.

Alle 20,30, dall’angolo della piazza, sbucarono due sicari che gli scaricarono quattro colpi di pistola e fuggirono: uno lo raggiunse al collo, due alle spalle, l’ultimo (quello fatale) alla testa. I killer, secondo l’inchiesta, erano Paolo Palazzotto e Vito Cascio Ferro, quest’ultimo boss efferato di Bisacquino (Palermo) trasferitosi negli Usa all’inizio del Novecento per dedicarsi alle attività più lucrose della criminalità organizzata. Nella tasca del boss fu trovata una foto di Petrosino.

Era il secondo delitto eccellente della storia della Sicilia, dopo quello dell’ex presidente del Banco di Sicilia, Emanuele Notarbartolo, assassinato sedici anni prima (1893) fra Termini Imerese e Trabia (ventisette coltellate), sul treno Palermo-Messina. Un unico filo invisibile collegava i due delitti e si dipanava lungo l’asse Palermo-New York: da un lato Vito Cascio Ferro coi suoi solidi legami politici, dall’altro Giuseppe Fontana, ritenuto il killer di Notarbartolo e il mandante dell’omicidio Petrosino.

Vito Cascio Ferro

La notizia è stata confermata nel 2014 nel contesto dell’operazione “Apocalisse” promossa dalla Dia di Palermo: durante una intercettazione telefonica il boss Domenico Palazzotto dice all’interlocutore: “Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro”, confermando così quello che un secolo prima gli investigatori avevano scritto.

Il “Grande Joe” – come veniva definito negli Stati Uniti – era nato a Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860. Figlio di un sarto, crebbe nella Little Italy di New York, dove tutte le attività economiche erano controllate dal crimine italo-americano. Da ragazzino aveva lavorato come addetto alla nettezza urbana e come strillone di giornali, riuscendo successivamente ad arruolarsi in polizia come informatore e poi – grazie anche alla fiducia che il futuro presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, allora assessore alla Polizia newyorkese, aveva riposto su di lui – come investigatore, riscuotendo dei successi straordinari grazie al suo rarissimo fiuto, alla sua tenacia e alla sua intelligenza. Fu promosso sergente e poi tenente. Le cronache parlano di un poliziotto non più alto di un metro e sessanta, tarchiato, con scarpe munite di tacchi alti, che si distingueva dalla massa di agenti soprattutto irlandesi che lo superavano di almeno venti centimetri.

Infiltratosi tra gli anarchici newyorkesi, ottenne una soffiata importantissima sul il progetto di morte ordito nei confronti dell’allora presidente degli Stati Uniti William Mckinley. Lui informò tempestivamente i superiori. I quali sottovalutarono la notizia. Poco tempo dopo Mckinley fu ucciso.

Grazie all’ottima conoscenza del dialetto, si infiltrò successivamente nella criminalità italo-americana di cui conosceva vita morte e miracoli: attraverso una abilissima azione di intelligence raccolse le confidenze dei boss e capì che per sgominare la “Mano nera” bisognava andare in Sicilia.

Con il beneplacito delle più alte autorità politiche, decise di recarsi in gran segreto nell’isola, ma pochi giorni dopo la notizia fu diffusa dal New York Erald che svuotò la missione di quel carattere di riservatezza voluto da Petrosino. Il poliziotto volle ugualmente portare a termine il suo compito, convinto che la mafia non gli avrebbe torto un capello. Un errore colossale. Che Petrosino avrebbe pagato con la vita. Eppure il suo mito – ad oltre un secolo di distanza – non è stato mai scalfito. Basti pensare ai libri, ai film e agli sceneggiati televisivi prodotti su di lui con attori del calibro di Adolfo Celi (anni Settanta) e addirittura di Leonardo Di Caprio (recentemente) che lo hanno impersonato.

Ieri e oggi a Palermo si ricorda la sua figura. A organizzare la giornata commemorativa nei luoghi che lo ospitarono sono l’Ersu di Palermo e l’associazione “Joe Petrosino Sicilia”, con la partecipazione del Comune, del museo Antonio Pasqualino, del Teatro Biondo e, come media partner, iostudionews.it.
Ieri sera al museo delle marionette si è svolta la rappresentazione teatrale “Et in Arcadia ego, uno studio sul caso Petrosino”, realizzato dalla leva teatrale dell’Ersu Palermo, diretta dal regista Rinaldo Clementi. Oggi alle 9.30 sarà deposta una corona di fiori davanti a villa Garibaldi, luogo dell’uccisione di Petrosino, con i saluti del rettore Fabrizio Micari, del sindaco Leoluca Orlando e delle autorità presenti. Infine all’hotel de France, dove Petrosino alloggiò in quei giorni di marzo (oggi gestito dall’Ersu come foresteria e casa dello studente) si svolgerà la presentazione del libro “Joe Petrosino l’incorruttibile”, con l’autore, il pronipote dell’investigatore italoamericano, Nino Melito Petrosino. Seguirà la visita della stanza occupata dal primo superpoliziotto ucciso dalla mafia.

Luciano Mirone