Quando nelle piazze entrava il cantastorie si faceva un gran silenzio. Busacca saliva sul tetto della Seicento multipla, apriva il pannello e cominciava a cantare, “La storia di Turiddu Carnevale”, “Lu trenu di lu suli”, “Il brigante Musolino”, “Il gran duello tra la morti e lu miliardariu”. Era il tempo di una Sicilia povera, nelle strade le macchine erano rare e nei paesini l’arrivo del cantastorie era vissuto come una festa. Dopo oltre duemila anni l’isola risentiva ancora delle contaminazioni degli aedi, mitici progenitori di Omero che nell’antichità giravano per le agorà della Grecia dove raccontavano storie immaginifiche ad un pubblico che li seguiva ad occhi aperti. Ciccio Busacca, cantastorii ‘ntisu, nativo di Paternò, era un aedo straordinario. Al punto che Dario Fo credette nelle sue grandi qualità artistiche e gli aprì la strada nei teatri italiani ed europei. E lui recitando in dialetto siciliano riceveva applausi a scena aperta. Quando cominciò a dar fastidio alla mafia (che non tollerava certe storie scritte da Ignazio Buttitta ma interpretate magistralmente da Busacca) si trasferì definitivamente al Nord. La sua eredità fu raccolta dal fratello Nino, più giovane di lui di otto anni, che in un trentennio di onorata attività ha ottenuto successi e soddisfazioni. Di questi straordinari fratelli, l’unico sopravvissuto è proprio lui, Nino Busacca, classe ’33,residente a Paternò.

Andiamo a trovarlo nella casa della città antica, nella quale spicca una statuetta del Cristo resuscitato, alcune immagini sacre, delle vecchie trappole per uccelli ormai arrugginite (‘i chianguli) e delle reti da pesca per le anguille del Simeto.

Nella terrazza piena di sole, Nino apre il vecchio telone dipinto dal pittore catanese Vincenzo Astuto, declama qualche verso e racconta la propria vita, ritmando le parole ed alternando le pause. “Eravamo cinque fratelli masculi e una fimmina. Ciccio era il secondo, io il piccolo. Allora erano tempi tristi e non c’era, come oggi, l’obbligo di mandare i figli a scuola. C’era troppa necessitati. Feci il fornaciaio, un mestiere sacrificante. Allora l’argilla era a pezzo, si doveva sgranulare, plasmare, e cuocere nel forno dal quale uscivano canali, bummuli, caruseddi, raste, sculture, e vasellame di varia natura”.

Il grande Ciccio Busacca. Nella foto sopra, il fratello Nino

Il grande Ciccio Busacca. Nella foto sopra, il fratello Nino

“Anche Ciccio faceva il fornaciaio, al centro della Sicilia, a parti di campagna, fra Raddusa e Aidone. Nel 1950 accadde un fatto di sangue: una ragazza uccise un uomo nella piazza di Raddusa per questioni d’onore. Ciccio che ci aveva la passione della rima poetica, volle scrivere questa storia in versi siciliani. Un giorno si trovò a parlare con un ex fornaciaio che faceva il cantastorie: ‘Ciccio, ma perché non cambi mestiere?’. ‘E cosa devo fare?’. ‘Quello che faccio io’. ‘Se ne guadagnano soldi?’. ‘Un’ora di cantastorie vale quanto una settimana di fornaciaio’. E così provò. Il primo lavoro che rappresentò fu L’assassinio di Raddusa. Questo ci cambiò la vita. Lui aveva una grande capacitàti, una mimica spettacolari, quando si doveva ridere si rideva veramente, quando si doveva piangere si piangeva veramente”.

“Ciccio cantava ed io ascoltavo con attenzione, così lui capì che io ci avevo una grandi passioni: ‘Perché non cambi mestiere anche tu?’, mi disse. ‘Non sono capace’. ‘Non è vero’. Nel 1960 cominciò ad andare in Italia e all’estero. Un giorno mi scrisse una lettera in versi siciliani: Caru Ninu, cùnvìnciti, spàricci a lu zappuni, la chitarredda pigghiati e canta ‘gnuni ‘gnuni, portati la me màchina, l’altoparlanti miu, ‘nta li chiazzi prisentiti, comu ti dicu iu. Avvicinàti populu, sugnu Ninu Busacca, cantu sta bella storia, pirchì lu cori spacca. Sugnu frati, criditimi, di ‘ddu famusu arcanu, re di li cantastorii, ca si trova luntanu, mannàu a stu frati pìcciulu, ppi diri a tutti pari, ca vi ricorda sempri, e vi manna a salutari.

“Lessi quella lettera e mi convinsi. Con la sua macchina, il suo altoparlante, la sua chitarra e i suoi racconti (un foglietto lo vendevo 20 lire) cominciai a girare. La prima piazza fu Palagonia. All’inizio avevo un po’ di soggezione ma poi, forti che salii sul portabagagli della macchina, presi coraggio. Dopo un’ora finii lo spettacolo e contai i soldi: quattromila lire. A quel tempo la giornata di un bracciante agricolo era di mille lire. Allora dissi: mio fratello ha ragione. Misi da parte lo zappuni e diventai cantastorie. Girai tutte le province della Sicilia e poi comprai un agrumeto e la casa, ma modestamente parlando il poeta era Ciccio, io recitavo quello che scriveva”.

“Quando finiva la tournèe, mio fratello tornava in Sicilia e girava assieme a me. Una volta andammo ad Agate, in provincia di Ragusa. Dopo lo spettacolo ci recammo in una locanda. Due belle ragazze erano incuriosite da lui. Una in particolare cominciò a fargli delle domande: ‘Complimenti, hai raccontato una bella storia, l’hai scritta tu?’. ‘Certo’. ‘Ma allora sei un poeta’. ‘Mi arrangio’. ‘Se sei veramente un poeta me la scrivi una poesia?’. Ciccio la guardò in faccia: ‘Come ti chiami?’. ‘Rosa’. Prese una penna, un foglio, e scrisse all’istante: Rosa, Rusidda bedda vi chiamati, ca lu culuri di li rosi aviti. ‘Cchi siti bedda quannu mi guardati, ‘cchiu bedda ancora quannu mi riditi. ‘Ccu lu vostru surrisu ‘mbriacati, pirchì un surrisu ‘ncantevuli aviti, siti ‘na rosa di ‘nvernu e d’istati, e ‘stati e ‘nvernu ciauru facìti.

“Un’altra volta all’isola della Favignana facemmo un duetto: ‘Il gran duello tra la morti e lu miliardariu’, il suo capolavoro: Un miliardario…tutt’un colpo si sente bussare alla porta. ‘Cu è?’. ‘La morti sugnu. E’ giunta l’ura di canciari regnu’. ‘Ma iù di la me casa non mi scugnu e ‘nta l’autru munnu non ci vegnu, siddu c’è qualchi tassa di pagari, pagu qualunqui somma di dinari’. La morte c’arrispunni: ‘E’ la ricchizza ca ti fa sparrari, iù non accettu nessunu valuri, sugnu la morti e non mi po’ cumprari, nuddu rignanti e nuddi imperaturi. Iù sugnu la chiù brutta tra li brutti, ma sugnu onesta e precisa ppi tutti.

Ciccio dalla Sicilia dovette emigrare definitivamente nel 1968 a causa di certe storie di mafia scritte da Ignazio Buttitta che non si potevano cantare nelle piazze. A quei tempi, cosi di politica i cantastorie non le potevano toccare, dovevano cantare ‘U zitu ‘cca zita’. Finchè faceva queste cose, Ciccio Busacca aveva i permessi nelle piazze, quando incominciò a fare questi lavori un pochettino pizzicanti, in Sicilia ebbe delle difficoltà: La storia di Turi Carnevale, lu socialista ca morsi ammazzatu a Sciara di la mafia. Ppi Turiddu Carnivale chianci so matri e chianciunu tutti li puureddi di la Sicilia. Angelu era, e non aveva ali. Non era un santu, miraculi facìa. ‘Ncelu acchianava senza cordi e scali e senza appidamentu li scinnìa. Era l’amuri lu so capitali e sta ricchizza a tutti la spartìa. Turiddu Carnivali nominatu ca comu cristu ni murìu ammazzatu.

“Certe persone, dopo che lui raccontava il fatto, se lo portavano da parte: ‘Ciccio, tu ci hai un bel mestiere, perché devi cantare queste cose? Lascia perdere la politica’. Tante e tante minacce ci facevano. E così dovette emigrare lasciando la sua terra amata e se ne andò verso Milano dove incontrò Dario Fo, il quale notando le sue capacità lo aiutò. Poi si comprò una bella casa a Busto Arsizio e stette in Lombardia per tanti anni, ma pensava sempre a Paternò, “paisi tuttu rosi, ca ‘ncantatu n’arresta cu ci trasi”.

“L’11 settembre del 1989 passò a miglior vita. I medici già dieci anni prima gli avevano detto di togliere la sigaretta: ‘Lei ha i polmoni come il catrame, se vuole vivere deve smettere di fumare’. Pochi mesi prima che morisse andai a Milano: lo trovai con i tubi dell’ossigeno nel naso e la sigaretta in bocca”.

“Io continuai a fare il cantastorie. Smisi nel ’93, quando andai in pensione. Da tanti anni le macchine avevano invaso le piazze: per i cantastorie non c’era più posto. Da allora non faccio altro che paisi e campagna. Qualche volta, quannu mi dùnunu a cunfidenza, qualchi spettaculu u vaiu facennu”.

Luciano Mirone

Nino Busacca